venerdì 31 ottobre 2008

Alla sinistra saltano i nervi. Ora rimpiange la Moratti

Mi si dica pure che sono un ingenuo, ma che delusione Anna Finocchiaro… Il suo intervento nel dibattito al Senato ha fatto letteralmente cascare le braccia. L’unico argomento avanzato è stato il preteso silenzio del ministro Gelmini e del governo, l’assenza di motivazioni di merito, se non finanziarie, al decreto sulla scuola. Ma come? Sono mesi che, di fronte all’esposizione delle ragioni del ritorno al maestro prevalente, dei voti in pagella e del voto in condotta, si fanno orecchie da mercante e si ripete la nenia della “scuola migliore del mondo”. E Finocchiaro che fa? Scodella un’altra volta lo slogan accompagnandolo con un rovesciamento di frittata: “voi non parlate”.
La verità è però emersa quando Finocchiaro ha spiegato cosa intenda per dialogo: consultare e ottenere l’assenso di psico-pedagogisti, didatti, associazioni di insegnanti, e soprattutto sindacati. E ha svelato il suo vero cruccio: si è usciti da una continuità di gestione delle questioni scolastiche mai interrotta, “neppure con il ministero Moratti”. Proprio qui sta il punto, e proprio per questo sono importanti i provvedimenti pur molto parziali del ministro Gelmini: hanno rotto un andazzo che faceva del sistema dell’istruzione un comparto di proprietà esclusiva dei sindacati e subordinato all’egemonia culturale della sinistra per il tramite degli attori menzionati dalla Finocchiaro, che ha scoperto l’altarino quando ha rimpianto persino il ministero Moratti. Lo sappiamo benissimo. Infatti, il torto principale del ministro Moratti fu di subire il prepotere dei sindacati e di non mettere in discussione l’uso della scuola come ammortizzatore sociale (forse per evitare tumulti del tipo di quelli attuali, e senza peraltro riuscirvi che in parte); e fu quello di lasciare l’istruzione in mano a una consorteria psico-pedagogico-didattica ereditata dal ministero Berlinguer (e da prima) e che ha proseguito indisturbata la sua opera distruttiva.
Questo sistema ha avuto, ed ha ancora, un potere enorme. Tuttavia, se è bastato che il ministro Gelmini si discostasse un poco dalla prassi dei suoi predecessori per provocare tanti sconquassi, è perché esso attraversa una crisi profonda di prospettive, di idee, di cultura. Lo si è visto nel discorso stesso di Finocchiaro, che si è arrabattata penosamente attorno al Vangelo: in principio era il “logos”, poi viene il “dia-logos”, non potrete sfuggire al “dialogo”… Ma il suo dialogo non ha niente a che fare con il confronto di idee sulle questioni educative – ed è per questo che non viene risposta agli argomenti in difesa del maestro prevalente. È un dialogo tra “poteri”: la gestione della scuola deve restare un fatto di mediazione tra governo, sindacati, associazioni, psico-pedagogisti “progressisti”. La cultura è ridotta a mediazione politica e gestione del consenso. Di qui la schizofrenia tra l’ammissione inevitabile che il sistema dell’istruzione è in crisi e la difesa a oltranza della statu quo da cui dipende l’egemonia che si teme di perdere.
C’è chi lo fa con maggiore abilità, come l’ex-ministro Berlinguer, che tenta di aprire un dialogo con il nuovo corso, ma non può occultare le sue responsabilità nell’aver avviato lo sfascio del sistema, anche perché si ostina a riproporre la ricette che hanno condotto a quello sfascio. Egli vive nell’ossessione del fantasma di Giovanni Gentile. In un articolo su Il Sole 24 Ore ha proclamato che «è giunta l’ora di dare all’Italia il diritto di avere un liceo scientifico degno di questo nome, diritto di cui ci privò Giovanni Gentile cancellando l’istituto in cui avevano studiato Edoardo Volterra e (mi pare) Enrico Fermi». Gli pare male e poteva controllare. Vito Volterra – non suo figlio Edoardo, che non era scienziato bensì giurista – frequentò una scuola tecnica. E se era contrario alla riforma Gentile, la sua proposta di mantenere la vecchia legge Casati era perdente e non trovò il consenso di tanti scienziati che accettarono di buon grado la riforma Gentile: dal matematico Federigo Enriques, che voleva addirittura includere le scienze in una Facoltà filosofica, a Fermi che era Accademico d’Italia.
Siamo di fronte a un ceto intellettuale sull’orlo della crisi di nervi, anzi al di là dell’orlo. Basta guardarsi intorno e se ne vedono i segni dappertutto: negli slogan sgangherati che vengono proposti nelle “lezioni in piazza”; o nel cinismo con cui si giustifica l’abuso di minori che viene compiuto in questi giorni, persino costringendo dei bambini delle elementari a mettere in scena uno spettacolo antigovernativo apprendendo a memoria filastrocche contro la Gelmini e Berlusconi.
Una manifestazione clamorosa di questa crisi di nervi è il non riuscire più a gestire un baluardo della cultura “progressista”, il politicamente corretto. Viene alla mente l’ingiuria contro il ministro Brunetta – “energumeno tascabile” – e soprattutto la leggerezza con cui tanti si sono precipitati a giustificarla “culturalmente”, in quanto reazione alla manomissione che il governo avrebbe fatto della legge sui disabili… Ma una vetta è stata scalata da Umberto Eco. Affermando che George Steiner avrebbe detto in 37 pagine quello che Hannah Arendt ha detto in 450, ha aggiunto: «senza nemmeno dover andare a letto con Heidegger». Quali reazioni avrebbe suscitato una manifestazione tanto incontinente di maschilismo se fosse uscita da una bocca “reazionaria”?
Sono i segni di un ceto intellettuale in sfacelo e la cui crisi di nervi rischia di far attraversare al paese momenti difficili se non si proseguirà con decisione a smantellare il sistema di relazioni e di poteri che ha condotto l’istruzione e la cultura italiana in questo stato pietoso.
(Libero, 30 ottobre 2008)

4 commenti:

Francesco Giuseppe Pianori ha detto...

Parole sacrosante, Professore!
Non se ne può proprio più dell'egemonia di sindacati e "sinistri", camuffata da democrazia, nemmeno nella Sanità; soprattutto quando si vuole chiudere la bocca ai "dissidenti" con argomenti capziosi, amministrativi e violenti. Guarda caso anche in Vietnam sono inscenate opportune manifestazioni di piazza quando si voglio giustificare violenze e rapine contro i legittimi titolari di diritti (http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13451&size=A)
Cose già note e sperimentate nei Paesi del Socialismo Reale.
Dio salvi l'Italia.

gigigi ha detto...

Salve.
Leggo sempre con piacere i suoi articoli, mi spiace notare che lei viene invitato raramente e marginalmente nei media nazionali.
Probabile che lei dica cose indigeste ad entrambe le parti.

Caroli ha detto...

Caro Professore, sa quale è la tragedia? Che esistono persone che, senza uno straccio di prova in tal senso, sostengono che i tagli di bilancio alla scuola provengono... dal risanamento di Alitalia! Forse è vero, forse no, ma questi personaggi lo danno assolutamente per dimostrato e scontato. Arrivando anche a fare scongiuri perché Domeneddio tolga di torno "con un bel cancro" (parole loro) il capo del Governo. Ho tentato inutilmente di parlare di cultura, di dire che la scuola come era (e come forse la dott.ssa Maria Stella Gelmini vorrebbe fare tornare) era di qualità, che è poi quello che Lei sostiene nel libro, parlando della riforma Gentile. Niente da fare. Si tratta, come è ovvio, di "sinistri" della bassa emiliana, qualcuno proviene dal "triangolo della morte" di cui tratta Pansa (e vanta come atti eroici gli omicidi perpetrati da propri congiunti). Avvilente. Spiace, infine, che qualcuno (pochi, per fortuna) è anche giovane...

vanni ha detto...

'È un dialogo tra “poteri”: la gestione della scuola deve restare un fatto di mediazione tra governo, sindacati, associazioni, psico-pedagogisti “progressisti”. La cultura è ridotta a mediazione politica e gestione del consenso.'

Gentile Professore, alla fine Lei lo dice chiaramente nelle righe in cui parla di dialogo tra “poteri” e di “mediazione” (al Suo posto magari una persona cattiva avrebbe detto “bassa senserìa”) fra soggetti potenti: se l'obiettivo primario, si tratti di conquista o di mantenimento, è il potere, e quindi lo scopo vero è il controllo invece del miglioramento e dello sviluppo, non so dove si possa andare a parare. Temo che ci siano modelli (ma... gabbie?) di società e princìpi che difficilmente possano trovare una armonica composizione.
Sono estraneo e di modesta caratura, semplicisticamente: libere scuole di diverso orientamento, concorrenti - in ogni senso della parola - allo sviluppo di una libera società, non ci toglierebbero tanti pensieri?
Ma se si finisce invece per pensare che tutto debba essere integrato in una bella organizzazione; se si finisce per pensare che condizione necessaria perchè una critica sia accettabile e costruttiva (Dio mio questo “costruttiva”!) è che essa provenga dall'interno (dell'organizzazione!), e che a codesta organizzazione ideologica risulti funzionale (altrimenti non di critica bensì di attacco si tratta, Lei lo sa); se si finisce per pensare così, quali le prospettive?
Ad ogni modo non me la sento di discutere di confini fra concezioni o visioni ed ideologìe. Mi limito a dire che il fatto che sia un sindacato esondante a pretendere di intervenire pesantemente in base a criteri “organici” su quanto sia giusto o no per la scuola è un bell'esempio di controllo ideologico.