giovedì 16 ottobre 2008

Gli atenei siano responsabili ma il ministero comunichi cosa intende fare oltre ai tagli

8 commenti:

Francesco ha detto...

Condivido diverse osservazioni fatte nella sua intervista. Tante di queste considerazioni sono peraltro condivise nella protesta in atto presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Firenze, dove da più parti si invoca l'introduzione di meccanismi di valutazione della ricerca e della didattica. Tengo a sottolineare questo punto, perchè c'è sempre la tentazione di inquadrare una protesta di questo tipo dentro il clichè della difesa dei privilegi o di una qualche ragione ideologica: c'è invece un forte desiderio di cambiamento, ci sono l'amore e l'orgoglio per il proprio lavoro di scienziati, oggi seriamente minacciato da meri provvedimenti finanziari.

Riguardo la trasformazione delle università in fondazioni di diritto privato sono invece molto pessimista.

Partirei dall'intervento odierno del Rettore dell'Università di Padova Vincenzo Milanesi, pubblicato sull'edizione locale del Mattino. Padova è un ateneo pubblico, finanziato al 51% dallo stato e dal 30,3% dai privati! E' l'esempio concreto di come già l'attuale quadro normativo permetta la fruttuosa interazione dei privati nell'università pubblica. Per inciso, anche questo ateneo virtuoso verrà messo in ginocchio dalla 133!

Perchè allora la trasformazione in fondazioni, cioè la possibilità per i privati di sedere nel consiglio di amministrazione dell'ateneo?

Con quali garanzie per la ricerca di base? Ricordo che attualmente il fondo PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) è minore di quanto la RAI ha pagato gli highlights di Serie A. Programmi?

Con quali garanzie per il diritto allo studio? Nessun programma di valutazione nazionale degli studenti delle superiori, necessario preambolo per un massiccio investimento in borse di studio. Nessuna garanzia sulle tasse universitarie, che salirebbero senza regole o controlli. Nemmeno il più accanito sostenitore delle università private potrebbe condividere un impianto del genere!

Soprattutto, nessuna garanzia che lo Stato investirà per salvaguardare l'esistenza di un certo numero, magari ristretto, di università pubbliche, capaci di offrire un servizio di alto livello alla nazione.

Insomma, allo stato attuale la Legge 133 sembra prefigurare semplicemente una insensata, brutale e irresponsabile svendita dell'università pubblica, con gravissimo danno per la giustizia e la mobilità sociale. Con il rischio concreto di disperdere quello che è comunque, e al di là delle necessarie e inderogabili riforme, un grande patrimonio di conoscenze e capacità di formazione e di ricerca.

Francesco Maggi

Giorgio Israel ha detto...

Anch'io sono molto perplesso sulla questione delle fondazioni e condivido molti delle riserve che lei ha espresso. Questa parte della mia intervista non è risultata chiara, ma lo dico ora. Anche se la trasformazione in fondazioni è una facoltà e non un obbligo, e non credo che vi siano molte università disposte a farlo. Insisto sul fatto che piuttosto che impantanarsi in una diatriba contro un progetto organico (perverso) del governo che non c'è, sarebbe molto meglio esigere dal governo di esplicitare un siffatto progetto, ovvero dire chiaramente cosa pensa e cosa vuol fare, esplicitando simultaneamente come il mondo accademico vuole agire. Sono convinto che molti condividano valutazioni critiche e autocritiche ma deve ammettere che queste voci non si sentono per niente, salvo casi come la Preside di Economia di Roma Tre. Quanto sarebbe stato meglio se il mondo universitario avesse cominciato da qualche tempo a mettere in atto comportamenti virtuosi, invece di indulgere nei vecchi viziacci, fino ad oggi: 2000 concorsi a cattedra banditi nel 2008!!!

marcella52 ha detto...

Ricordo esattamente cos’avvenne all’università con l’autonomia prima e con la 3+2 dopo.
Cominciavo ad occuparmi più da vicino delle questioni organizzative e gestionali dell’università-
L’autonomia ha di fatto introdotto il concetto di concorrenza e di imprenditorialità all’interno dell’università. Se fino a quel minuto il professore universitario poteva occuparsi solo di docenza e ricerca, oltre ai soliti doveri di partecipazione agli organi collegiali, da quel momento in avanti doveva imparare anche ad essere imprenditore. L’università-azienda, quindi concorrenza, quindi aumento e diversificazione dell’offerta formativa per diventare più allettanti di altri, più originali, più all’avanguardia. E da lì il via al proliferare di corsi laurea dai nomi sempre più fantasiosi, di corsi interfacoltà, di corsi iperspecializandi. Un’ubriacatura collettiva alla quale però il ministero non ha saputo o voluto porre freno, perché non dimentichiamo che l’autonomia universitaria è solo un bluf. Tutte le nostre mosse in tema di didattica sono sempre state soggette ad una approvazione ministeriale. Nel mio settore l’ordine professionale, realista qual’era, urlava da tempo i suoi anatemi, il ministero no, se ne è stato li a guardare. Improvvisamente ha aperto gli occhi ed ha compreso, così ha cominciato ad introdurre una serie di controlli e limiti per porre rimedio a questo disastro. Da allora ad oggi, come denuncia bene lei prof. Israel non c’è mai stato un dialogo con noi. Sempre direttive imposte dall’alto senza fare capire quale progetto c’è dietro. Direttive che hanno prodotto un enorme sforzo organizzativo da parte di tutti gli atenei, una grandissima mole di lavoro per fare e disfare, riempire moduli, raccogliere informazioni, raccordare vecchio e nuovo,…. In questo clima una costante accusa all’università di irresponsabilità, facendola sentire irresponsabile e colpevole. Io non mi sento irresponsabile né colpevole. Sicuramente sprovveduta, questo si. Ma quando ho fatto i miei concorsi per diventare docente universitario, oltre all’esame della mia produzione scientifica, alla prova di didattica e a quella di lingua straniera non mi è stata richiesta nessuna abilità manageriale.
Questa è un po’ come ho vissuto personalmente questi anni di continue riforme.

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Lucio ha detto...

Nell'intervista il prof. Israel parla della proliferazione dei corsi, legati in tutto o in parte alla riforma del 3+2, che adesso sta per subire un'altra riforma (riforma della riforma). Al contrario di quanto pensano quasi tutti i miei colleghi, e probabilmente il Prof. Israel stesso, a me l'idea del 3+2 non mi e' mai sembrata malvagia. Soprattutto nei corsi di laurea in ingegneria (dove io vivo), questa struttura offre (teoricamente) agli studenti la possibilita' di uscire anticipatamente e mettersi sul mercato. Anzi, almeno qui nelle Marche, le industrie cercavano il "laureato di tre anni", perche' quello di cinque risultava troppo vecchio e "sapeva troppo". In corsi di laurea diversi, come matematica o fisica, forse il 3+2 ha minor senso, ma non e' detto. Quello che e' andato storto e' stato il modo come le universita' hanno implementato tale riforma. Innanzitutto, c'e' stato un clamoroso errore di valutazione circa la percentuale di studenti che si sarebbero iscritti alle lauree specialistiche. Si diceva allora che sarbbero stati "pochi ma buoni". Cioe' che alla specialistica sarebbero arrivati, diciamo, il 10 % dei laureati alla triennale, e che sarebbero stati quelli piu' bravi e interessati. Qui da noi, siamo ormai arrivati al 50 % ed oltre, ed il livello e' deprimente (mi capita di dover insegnare PDE a gente che non si ricorda che cos'e' una derivata - e non sono casi estremi !!). Sulla base di questa valutazione errata, con la paura che i corsi della specialistica sarebbero rimasti vuoti o inesistenti, i docenti si sono affrettati a riempire tutti i possibili spazi alla triennale (il discorso sulle titolarita', etc.), ingolfando cosi' il curriculum con un numero spropositato di esami, anche difficili (una trentina qui da noi). Con il risultato che anche gli studenti piu' bravi ed interessati devono minimizzare tempi e contenuti della preparazione per mancanza di tempo. Per i corsi di matematica questo e' stato un vero colpo; certe cose non le si puo' insegnare in modo abbreviato e mnemonico, per ragionare e far ragionare ci vuole tempo. Devo dire, ad onor del vero, che anche per gli studenti vale la regola del vino: non tutte le annate sono uguali, ci sono quelle buone e quelle meno buone.

Un elemento che mi piacerebbe veder introdotto nel sistema universitario - a prescindere dai fondi e dalle fondazioni -, e che eliminerebbe almeno una parte delle lotte deleterie fra docenti (per non parlare di cordate, etc.), e' l'abolizione dei settori scientifico-disciplinari nello strutturare il personale docente. E' un'anomalia tutta italiana che riflette la mentalita' "parrocchiale" e campanilitica esistente nel nostro paese. Sarebbe un contributo all'apertura del sistema univeritario, lo renderebbe piu' snello e piu' prono ad introdurre gli elementi di meritocrazia che senno' non vedo proprio come verranno realizzati.

Mi fermo qui; ho parlato anche troppo, e su un solo punto dell'intervista.

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Lucio ha detto...

a me l'idea del 3+2 non mi e' mai sembrata malvagia

... devo chiedere scusa per lo strafalcione d'italiano, non me n'ero accorto ...

Lucio Demeio.

chiaguglie ha detto...

Gentile Professore,
le incollo il link alla lettera dell'associazione degli insegnanti chimici. Gli argomenti e le proposte presenti nella lettera riguardano anche la sopravvivenza di tante facoltà scientifiche, e riguardano la preparazione degli alunni che poi si presenteranno alle lezioni della facoltà di chimica e di altre facoltà scientifiche. La cultura scientifica dovrebbe iniziare (almeno) dalle superiori (sarebbe meglio dalle medie). Non vorrei che tra tanti argomenti di discussione, certo interessanti, perdessimo di vista la riforma della scuola superiore. Il link è questo , la lettera è breve ma interessante e precisa. http://www.web75.net/aic-eu/index.php?option=com_content&task=view&id=157&Itemid=180

Lucio ha detto...

Ho appena visto la trasmissione "Otto e mezzo" dove si parlava dell'universita' e della ricerca. Tutto sommato, mi e' sembrata molto superficiale (forse la conduttrice, che io ho pur sempre stimato come giornalista, non si trovava a suo agio nel formulare le domande giuste?), ma mi ha colpito una frase del Sen. Quagliariello, riferita al problema del turnover al 20 %, e che cito a memoria: "Un ordinario costa, all'ateneo, quanto 4 ricercatori; quindi con questo disegno di legge per ogni ordinario (anziano) che va in pensione prendiamo 4 ricercatori (giovani)". E quel 20% dove e' andato a finire??

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Lucio ha detto...

Chiedo scusa per il commento in due parti ...

Non solo Quagliariello si e' dimenticato del 20 %, ma che nel disegno di legge (o quello che e') non si parla di 20 % di spesa o di fondi, ma di 20 % dei posti!!

LdM.