giovedì 14 febbraio 2008

Si può salvare la scuola? Faccia a faccia tra Giuseppe Bertagna e Giorgio Israel

Il link porta a una sintesi. È possibile scaricare il pdf completo della discussione dal sito di Liberal

Torino se non altro ha fatto esplodere la doppiezza del “moderato” Ramadan

La vicenda del boicottaggio nei confronti dell’invito a Israele quale ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino ha avuto almeno un risvolto positivo: è caduta definitivamente la maschera di rispettabilità con cui Tariq Ramadan tenta di nascondere il suo volto di estremista. In un’intervista rilasciata ad Aki-Adnkronos International egli ha dichiarato che il boicottaggio deve esserci e in modo deciso. Rivolgendosi «non soltanto agli scrittori arabi e musulmani, ma a tutti gli uomini di coscienza» ha detto: «Dobbiamo affermare in modo chiaro che non si può approvare nulla che provenga da Israele». Una frase terribile: nulla può essere approvato… Non si potrebbe immaginare un rifiuto al dialogo più assoluto. Nei fatti si tratta di un’espressione razzista. Ma, attenzione! Tariq Ramadan ha successivamente smentito. Ha dichiarato che lui una frase simile non avrebbe potuto mai dirla, anche se aveva incitato al boicottaggio; anzi, che non aveva mai rilasciato dichiarazioni agli organi di stampa, come La Repubblica, che le avevano riprese (non parla dell’agenzia che è stata la fonte primaria). A questo punto, il vittimismo di Ramadan, secondo cui appena lui parla si mette in moto una “propaganda menzognera”, diventa ripetitivo e assume aspetti grotteschi. Anni fa se la prese con la “lobby ebraica” che controllava, a suo dire, la cultura francese: vi fu una levata di scudi e lui disse di essere stato frainteso. Poi dichiarò a un periodico italiano che giustificava i “martiri” suicidi, ed anche quella dichiarazione fu dichiarata falsa, malgrado le conferme del giornalista. E ora la storia si ripete con le frasi sul boicottaggio. Siccome alla versione che esista una congiura universale contro Ramadan (organizzata da chi? dalla “lobby ebraica”?) può credere soltanto lui, delle due l’una: o Ramadan è un totale sprovveduto e non sa comportarsi con giornali e agenzie, dice e disdice caoticamente; oppure qui è in gioco una strategia più sottile. In altri termini, quando si profilano delle situazioni particolari in cui si richiede una presa di posizione molto netta parte una dichiarazione radicale, persino una “fatwa”, come è di fatto quella raccolta dall’agenzia Aki-Adnkronos International. Poi, non appena il messaggio è stato recepito da chi doveva recepirlo, viene la smentita che restaura la facciata moderata per gli “altri”. Che si tratti della prima ipotesi o della seconda, il risultato è lo stesso. Non un intellettuale arabo o palestinese si discosta dall’indicazione del boicottaggio: colpisce la virulenza del linguaggio con cui lo scrittore anglo-pakistano Tariq Ali, dopo aver accettato di venire a Torino, ha cancellato prontamente l’invito con parole improntate al rifiuto totale di Israele. D’altra parte, coloro che vogliono credere per dabbenaggine o complicità che Ramadan sia un moderato trovano la smentita ad uso e consumo.
Poi ci sono le quinte colonne nostrane. È da notare, al riguardo, come uno dei maggiori sostenitori del boicottaggio a Torino, Gianni Vattimo abbia stabilito un parallelismo esplicito con la vicenda della mancata visita del Papa Benedetto XVI all’Università di Roma “La Sapienza”. Alla Sapienza – dice Vattimo – il Papa sarebbe stato ricevuto in pompa magna, talmente magna da non sopportare neppure la presenza di pochi contestatori. E aggiunge: «Questo caso di Israele alla Fiera è lo stesso». Non a caso, i boicottatori di Torino, con in testa Angelo D’Orsi sono calati alla Sapienza muniti di 1500 firme per manifestare il “diritto al dissenso” e la solidarietà con i colleghi “cattivi maestri”. Si dice però che ad ascoltarli non ci fossero più di quattro gatti.
(Tempi, 14 febbraio 2008)

mercoledì 13 febbraio 2008

Mettere la chiesa nell’asse del male antisemita è una follia

Dal 1967 dedico un impegno militante nella lotta contro l’antisemitismo ma non ho mai provato un malessere come quello provocato da certe posizioni recenti che, se dovessero prevalere, mi spingerebbero a dire: mi dimetto.
La vicenda della lista nera dei docenti è un modesto episodio tra tanti. Liste analoghe sono circolate, senza che succedesse nulla. Da anni certi docenti si occupano, nei loro blog, con ossessiva ostilità degli ebrei e di Israele. Non di rado sono comparse in rete minacce anche personali, con tanto di nome e cognome: è capitato anche a me e le solidarietà sono state avare. Invece, attorno a questo modesto episodio è scoppiata una tempesta mediatica senza precedenti che non si è vista per vicende ben più gravi come gli appelli al boicottaggio scientifico di Israele. Né si è vista tanta indignazione per le scandalose affermazioni circolate attorno alla campagna di boicottaggio della Fiera del libro di Torino. Tale è il caso dello slogan “Gaza come Auschwitz”, che è stato ripreso, come una giaculatoria, persino da taluni contrari al boicottaggio. Forse si vuol far credere che gli internati di Auschwitz fossero armati fino ai denti e sparassero centinaia di missili sulle cittadine circostanti.
Queste sono le tragiche infamie – propaganda goebbelsiana: ripeti mille volte una menzogna e diventerà una verità – che alimentano l’antisemitismo, messe in giro da piccoli gruppi capaci di captare l’attenzione, secondo un meccanismo ben descritto da Pierluigi Battista sul Corriere: «Pochi, prepotenti ma abili con i media». Ed è molto pericoloso il silenzio che circonda questi slogan e il modesto livello delle proteste attorno alle iniziative di boicottaggio, a fronte del clamore attorno alla “lista nera”.
Comunque, nulla autorizza a “temere un’altra notte dei cristalli”. Il Presidente del Congresso Ebraico Europeo Moshe Kantor deve avere scarse conoscenze di storia per fare raffronti simili. La vera notte dei cristalli è quella cui rischia di andare incontro l’Europa, ormai in fase di dissoluzione di fronte all’assalto dell’integralismo islamico, tra vescovi anglicani che propongono la legalizzazione della sharia e decisioni di conferire assegni familiari ai poligami. Di questo dramma l’antisemitismo è soltanto la misura della febbre.
Ancor più sconcertanti sono le dichiarazioni di Elan Steinberg, direttore del World Jewish Congress che indica come segnali di una drammatica situazione antisemita in Italia tre incidenti: il boicottaggio di Torino, la lista nera e la preghiera cattolica in latino per la salvezza degli ebrei. I primi due hanno con l’ultimo la stessa relazione che intercorre fra le nozze e l’equinozio. Steinberg è giunto a parlare di un asse del male operante in Italia formato da estrema destra, estrema sinistra e integralismo islamico con l’apporto della Chiesa. In più vi sarebbe la “sorpresa” dei comunisti, che egli confonde col vecchio PCI.
Circa la preghiera tridentina si può pensarla come si vuole ma è consigliabile la moderazione. L’autorevole rabbino David Rosen, presidente dell’International Jewish Committee per il dialogo interreligioso, pur esprimendo legittime perplessità, ha definito “rash decision” (decisione sconsiderata) l’interruzione del dialogo da parte del rabbinato italiano e ha invitato a non creare un casus belli. Anche un’assemblea di 400 rabbini americani ha invitato alla calma e alla ponderazione, e il suo presidente Alvin Berkun ha definito l’iniziativa del rabbino Di Segni «estrema e molto dannosa». Se è sconsiderato interrompere il dialogo, collocare la Chiesa nell’asse del male antisemita è un’autentica follia.
Ma, come se non bastasse, Steinberg presenta l’Italia come epicentro dell’antisemitismo e addirittura non esclude l’ipotesi di un boicottaggio nei suoi confronti. Egli è totalmente disinformato e qualcuno gli deve aver raccontato balle invece di spiegargli che l’Italia è uno dei paesi meno antisemiti d’Europa.
Giorni fa scrissi su questo giornale che “se” fossero state poste condizioni e richieste di bilanciamenti a Israele per confermargli l’invito come ospite d’onore al salone di Torino, sarebbe stato meglio non andare. Gli sviluppi successivi hanno mostrato che quelle condizioni non sono state poste e quindi che Israele può mandare dignitosamente la sua delegazione di scrittori a Torino. I boicottatori sono stati messi all’angolo, anche se tenteranno di organizzare qualche scandalo nello stile del boicottaggio della visita del Papa alla Sapienza. Per quel richiamo che avevo fatto a evitare situazioni umilianti, qualche buontempone alla Gad Lerner mi ha accusato di promuovere un boicottaggio simmetrico e addirittura di essere un “complice” dell’“opposta schiera” dei boicottatori. Ora, un minimo di coerenza richiederebbe un’energica presa di distanza da quello che è un vero appello al boicottaggio, e per giunta dissennato. È da augurarsi che posizioni come quella di Steinberg spariscano prontamente dalla scena. Perché, se dovessero prendere piede, avrebbero il problema di trovare soldatini abbastanza sciocchi da farsi arruolare in un simile guerra irresponsabile.
(pubblicato su Il Foglio, 13 febbraio 2008)
VEDI ANCHE: Informazione Corretta

domenica 10 febbraio 2008

Sulla questione della preghiera per gli ebrei nella messa in latino

Intervento sul Corriere della Sera del 10 febbraio 2008

Non debbo esibire credenziali avendo preso ferma e ripetuta posizione – su questo giornale e altrove – contro la pratica e la teoria delle conversioni forzate degli ebrei e il cosiddetto “insegnamento del disprezzo”. Una volta rimosso questo armamentario e il suo cardine, la “teologia della sostituzione” – ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita alla Ecclesia cristiana – cosa resta? Certamente il diritto di credere nella verità della propria fede. Come ha affermato il rabbino David Berger, purché i cristiani non denigrino l’ebraismo hanno il diritto di affermare che l’ebraismo sbaglia attorno a questioni centrali come quella della divinità di Gesù; poiché è valido il diritto simmetrico. Essi – osserva Berger – hanno anche il diritto di aspirare a che gli ebrei riconoscano la divinità di Cristo alla fine dei giorni e di affermare che la salvezza è più difficile per chi non è cristiano. Secondo Berger, la posizione ratzingeriana, in quanto evita un “doppio standard”, è più rispettosa per l’ebraismo di molte altre. Al contrario, secondo il rabbino Laras riaffermare che la verità sta in Gesù Cristo implica lo screditamento dell’ebraismo come fede fallace. Ma, se la Chiesa riconosce che l’ebraismo è la base solida su cui poggia il Cristianesimo, non si può negarle di ritenere che il cristianesimo costituisca un passo in avanti, come non si può negare agli ebrei il diritto di rifiutare tale passo. Proprio in quanto la questione della divinità di Gesù è il nodo cruciale di divergenza, è su di essa che si misura un dialogo franco e onesto, come quello tra Benedetto XVI e il rabbino Neusner. Invece, posizioni come quella di Laras servono soltanto a dare argomenti a chi sostiene che le religioni sono intrinsecamente intolleranti e non riescono a parlarsi se non imponendo all’interlocutore di piegarsi al suo punto di vista o, nel migliore dei casi, di tacere le divergenze in quanto offensive.
Dice Laras: cosa succederebbe se gli ebrei trattassero in modo simmetrico la fede cristiana? Lo fanno. Lo facciamo. Non ho bisogno di insegnargli che le preghiere ebraiche sono (inevitabilmente) intrise della convinzione di possedere il vero e la vera elezione. Quanto alla conversione, gli ebrei non la cercano soprattutto per specifiche contingenze storiche. Nel passato vi sono state conversioni anche massicce all’ebraismo, a meno di non credere alla favola che gli ebrei sono i discendenti geneticamente puri dei 600.000 che ricevettero la rivelazione al Sinai.
Tolte le conversioni forzate e l’insegnamento del disprezzo, che danno può venire da una preghiera per la salvezza degli ebrei, se non ispirata da malanimo e accompagnata da coercizione? E perché temere il desiderio di conversione? Mio padre – uomo tanto laico quanto di fede solida – fu invitato da un prete cattolico a un confronto con intento di conversione. Accettò e trascorse due giorni con lui. Poco ci mancava che le cose andassero all’inverso… Una fede sicura e libera da costrizioni non ha bisogno di arroccarsi, come non si ritrassero dal confronto i grandi maestri dell’ebraismo medioevale persino quando i tentativi di conversione erano sostenuti dalla violenza.
L’interruzione del dialogo propugnata dal rabbino Laras è regressiva e pericolosa, e avrebbe senso soltanto per una fede traballante e svuotata. Poiché questo non è il caso è da augurarsi la scelta di un atteggiamento più riflessivo e razionale.

So bene che questa presa di posizione susciterà dissensi, ma dopo attenta riflessione l'ho presa in coscienza.
D'altra parte mi sento confortato da questa dichiarazione del Rabbino David Rosen:


Reached in his office in Jerusalem, Rabbi David Rosen of the American Jewish Committee, a veteran of Catholic-Jewish dialogue, said that he too had his "hopes raised" that an explicit reference to conversion would have been excised. Rosen noted that the expansion of the Latin rite "had nothing to do with this prayer, and nothing to do with the Jews," but was rather an attempt by the Pope to mend fences with Catholic arch-traditionalists. Still, the language of the Good Friday prayer sounds to Jews to be "exclusivist and triumphalist," said the rabbi.
Rosen, who has worked with Benedict since he was a Vatican cardinal, said he worries that the Pope seems to "insulate" himself from top advisers who might alert him to potential fallout. Still, Rosen called his Italian rabbinical colleagues' break in dialogue with Catholics a "rash" decision. "There's so much at stake for Jews and Catholics and Benedict himself that we must ensure that this difficulty will not torpedo the commitment to advancing Jewish-Catholic relations," Rosen said. "Yes, we must speak up. But there is nothing to be gained from making this a casus belli."

"Rash decision" si traduce con "decisione sconsiderata"

Aggiungo un commento sulle dichiarazioni del Cardinale Martini riportate oggi dalla stampa:

«In vista del prossimo sinodo - che si svolgerà in Vaticano dal 5 al 26 ottobre del 2008 e sarà dedicato alla "parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" - il porporato, noto biblista, propone alcune riflessioni ai vescovi che converranno a Roma da tutto il mondo. Martini, più specificamente, esorta ad "evitare di scendere al di sotto delle formule felici del Concilio vaticano II" e a "non perdere tempo prezioso" in discussioni già svolte nel corso degli anni (su temi come il rapporto tra Scrittura e Tradizione o sul metodo storico-critico per interpretare i Vangeli). Il gesuita auspica, invece, che il sinodo si concentri su questioni focali come la diffusione della conoscenza del testo biblico tra i fedeli. Il settanta per cento degli italiani "non hanno mai letto i quattro Vangeli", rileva il porporato, e "soltanto il quindici per cento li ha letti almeno una volta nella vita". Di qui il porporato avanza "sommessamente" una proposta: introdurre in ogni messa una "brevissima spiegazione", "non più di tre minuti", dei testi biblici della liturgia. Se il "popolo di Dio" conoscerà meglio la Bibbia, secondo Martini, "più facili e spontanee saranno le iniziative di evangelizzazione anche dei lontani e dei non cristiani con l'aiuto dei libri sacri". Tra di essi, gli ebrei».

Qui si parla di conversioni, e di conversioni hic et nunc. Ma in questo caso nessuno mena scandalo. Chissà perché.

sabato 9 febbraio 2008

Un commento alla lista nera dei professori "ebrei"

La vicenda è molto spiacevole e indicativa di un clima. Lungi da me minimizzarla. Soltanto che mi stupisce lo stupore. È da tempo che nel web circola questo pattume.
Due anni fa mi resi conto che sulla pagina web del mio Dipartimento alcuni docenti usavano inserire commenti politici e link a siti politici, il che è molto scorretto. Se vuoi farlo, fatti un blog per conto tuo, avrebbe detto Petrolini.
Provai a cliccare su alcuni di questi link e uno di questi conduceva direttamente a un post minaccioso nei miei confronti. Diceva: "a Giorgio Israel da parte di AntiSion" e seguiva una stella di David che pulsando si mutava in una svastica con la scritta "nazi israel".
Volete vederlo? È ancora in rete al seguente indirizzo (se non lo tolgono proprio ora...):
http://italy.indymedia.org/news/2005/05/789740_comment.php
Feci la dovuta segnalazione alle autorità di polizia e il direttore del mio Dipartimento fece rimuovere il link. Oltre al fatto che essere preso di mira in questo modo non è piacevole, che il link a una simile porcheria sia stato messo da un collega e proprio sul sito del Dipartimento di appartenenza è una provocazione senza pudore.
Ma il "collega" responsabile della simpatica attenzione nei miei confronti addirittura si lamentò dicendo che si violava la sua "libertà di espressione"...
Pensate, quella per lui era "libertà di espressione"... Bella stoffa di educatore.
E poi perché stupirsi di come è andata con la visita del Papa e con il boicottaggio a Torino? Questo è il concetto di libertà e legalità dei nostri "cattivi maestri". E non è certo un caso che uno degli appelli antiPapa sia stato firmato dall'"educatore" di cui sopra.
Potrei aggiungere che un altro "collega" della mia università si occupa assiduamente di me, dedicandomi pagine e pagine di blog con simpatici appellativi del tipo: "Giorgio l'Israelitico", "il nostro israeliano", "dubbio connazionale", "noto ebreo", "un certo docente il cui nome dice tutto", ecc. ecc. e il mio nome è in una lista intitolata "nemici".
Potrei continuare con altri casi analoghi.
Quindi, quel che è saltato fuori è molto grave, ma è la punta di un iceberg e non un fatto nuovo. È qualcosa che viene accuratamente coltivato e innaffiato con l'acqua dei boicottaggi contro Israele. Non è certo un caso che una buona metà dei docenti della lista nera non siano ebrei ma soltanto firmatari di appelli contro il boicottaggio di Israele... E poi voglio vedere chi ha la faccia di bronzo di continuare a dire che la forma attuale dell'antisemitismo non è l'antisionismo.

martedì 5 febbraio 2008

UN PO' DI CHIAREZZA DI FRONTE ALLA VOCE DELL'IPOCRISIA



Chiariamo. Forse il titolo che ha dato Il Foglio al mio appello contenuto nel post precedente è un po' fuorviante, ma se si legge il testo è chiaro che non si tratta di un appello a ritirarsi comunque.
Il senso il seguente. Mettiamo che Israele venga accettato come invitato ufficiale soltanto se insieme alla "Palestina". Oppure mettiamo che, per far digerire l'invito, occorra contraccambiarlo con un invito ai palestinesi, 30 contro 30, come ha detto qualcuno (non stiamo parlando di ipotesi ma di proposte esplicite). In tale circostanza, meglio andarsene e fare la Fiera del Libro altrove. Non è un boicottaggio della Fiera, è una questione di dignità.
Battista ha ripreso il discorso e, con un dissenso retorico da quanto avevo scritto, ha detto: "no, non si può cedere, bisogna fare muro".
D'accordo, figuriamoci, d'accordissimo - gli ho risposto con una lettera sul Corriere - a patto che questa diventi la linea ufficiale:

"Signor Direttore,
ho letto l'eccellente articolo di Pierluigi Battista "Stavolta sfidiamo il boicottaggio" (di Israele alla Fiera del Libro di Torino). Nel mio intervento sul Foglio non ho inteso proporre atteggiamenti aventiniani, bensì dire che è irricevibile un invito a Israele sub condicione, menomato da bilanciamenti volti a calmare i contestatori: i ricatti dei violenti non possono essere premiati, soprattutto nella cornice della fatwa emessa da Tariq Ramadan ("non si può approvare nulla che provenga da Israele"). La risposta di Battista "No, stavolta bisogna fare barriera" è quella giusta. Speriamo che diventi la risposta ufficiale. Giorgio Israel "


Pare che tutto ciò sia servito. La linea ufficiale ribadita è: invito ufficiale senza se e senza ma.

Meglio che taccia allora l'ineffabile Gad Lerner che ha scritto sul suo blog:

"(...) Gli scrittori israeliani sono grandi anche per la loro capacità di mettersi nei panni dei palestinesi. Per questo subiscono attacchi dalla componente guerrafondaia dell’opinione pubblica israeliana. Non a caso nei giorni scorsi, di fronte all’imbecillità delle proposte di boicottaggio, un esponente della Comunità ebraica italiana, Giorgio Israel, specialista nell’”armiamoci e partite”, ha auspicato che Israele rifiuti per protesta l’invito di Torino. Ignorando la fatica con cui da decenni lo Stato ebraico opera in senso contrario, cercando di partecipare a tutte le manifestazioni sportive, scientifiche, culturali da cui il rifiuto arabo vorrebbe tenerlo escluso. In tempo di guerra i boicottatori non faticano mai a trovare complici nell’opposta schiera. (...)"

Non ho mai detto che Israele deve rifiutare per protesta l'invito di Torino. Ho detto che deve rifiutare UN INVITO DIMEZZATO. Ma Gad Lerner fa finta di non capire e mi definisce specialista dell'armiamoci e partite. Di grazia, quando avrei ripetutamente invitato ad armarsi per poi far partire gli altri? E poi, in questo caso, che vuol dire? Che poi, una volta convinto gli israeliani a ritirarsi, sarei andato a Torino? Che scemenza...
E poi mi colloca nell'"opposta schiera" dei boicottatori... Ma certo! Lui della schiera opposta ai boicottatori non fa parte. E certo, lo sapevamo, lui sta in mezzo: tra i boicottatori e coloro che si oppongono al boicottaggio. Teme di essere confuso con i "guerrafondai israeliani". Insomma, fa la parte del pesce in barile. Difatti, la sua voce non si era sentita. Si sente soltanto adesso che l'opposizione al boicottaggio ha contribuito a che l'invito sia senza se e senza ma. E chiama "complici" dei boicottatori quelli che stanno nell"opposta schiera". I suoi insulti mi rimbalzano, come si dice volgarmente a Roma, ma lui dovrebbe vergognarsi, ammesso che ne sia capace.

P.S. Tra gli "imbecilli" figurano moltissimi suoi compagni di partito e di Unione. Perché non se la prende più utilmente con costoro?

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Stavolta sfidiamo il boicottaggio

Pierluigi Battista   
domenica 03 febbraio 2008
Corriere della Sera


No,stavolta bisogna fare barriera. Stavolta non è possibile non avvertire il divario morale tra le immagini ancora fresche del raccoglimento per la Giornata della memoria e l'intimazione al silenzio minacciata contro gli scrittori ebrei. Stavolta bisogna chiedere ad Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman di vincere la loro ritrosia e di sfidare il boicottaggio anti-israeliano alla Fiera del libro di Torino. E alle autorità italiane, ovviamente, di tutelare il loro diritto di parola.

Si comprende lo spirito che ha indotto Giorgio Israel sul Foglio a consigliare a Israele il boicottaggio dei boicottatori, un gesto ascetico e pedagogico di rinuncia che, ricalcando la scelta di Benedetto XVI di non recarsi alla Sapienza, rendesse ancora più evidente il volto intollerante degli imbavagliatori di professione. Stavolta è diverso. Chi protesta perché a Torino saranno presenti gli scrittori israeliani non contesta soltanto il diritto di esprimere un'opinione: contesta loro il semplice fatto di esistere. Considerando Israele come il frutto di una brutale usurpazione, ogni israeliano meriterebbe perciò di essere trattato come un usurpatore. Cancellato. Indegno di esistere. E dunque bruceranno senza pudore, come al solito, le bandiere con la stella di Davide. Accetteranno nelle loro schiere, come al solito, chi si traveste da terrorista, con la cintura esplosiva ben esposta attorno al corpo come quella usata dagli jiahdisti per deflagrare nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme allo scopo di uccidere quanti più «sionisti» (bambini compresi) è possibile.

Qualche anno fa un corteo che si diceva solidale con gli oppressi e i perseguitati del mondo circondò con bastoni e urla raccapriccianti il Ghetto ebraico di Roma, quello dei rastrellamenti del 16 ottobre 1943, destinazione Auschwitz. Non ci fu un grande sdegno, come se quell'episodio rappresentasse qualcosa di sgradevole certo, ma normale. Come è normale bollare i figli di Israele come i «nuovi nazisti» e suggerire spaventose somiglianze iconiche tra la croce uncinata e la stella di Davide. Ecco, non può più essere normale che la semplice presenza degli ebrei di Israele a Torino sia considerata addirittura come un'offesa. Non può più essere normale che una minoranza fanatica disponga del diritto dei torinesi di ascoltare ciò che hanno da dire gli scrittori israeliani.

Non può essere normale che vinca con il suo appello al boicottaggio Tariq Ramadan, ideologo dell'islamismo fondamentalista, un volgare antisemita che dopo l'11 settembre accusò gli intellettuali francesi di essere alla mercé di una «cricca» di ebrei e ciò nonostante viene calorosamente accolto come una creatura esotica nei salotti dell'intellighenzia italiana. Non è normale che il direttore della Fiera del libro torinese Ernesto Ferrero sia costretto a giustificare un atto coraggioso ma che dovrebbe essere, questo sì, considerato persino ovvio: invitare chi scrive libri a una festa del libro. Non è normale che Valentino Parlato sulle colonne del manifesto venga lasciato solo e insultato perché ha criticato la scelta dissennata di boicottare gli ebrei. Non è normale che uno scrittore come Tahar Ben Jelloun, schierandosi su Repubblica contro il boicottaggio di Torino, inviti a dissociare le responsabilità degli scrittori israeliani da quelle del governo di Israele: loro cui viene concessa la patente d'innocenza, quest'ultimo colpevole per definizione. Colpevole comunque, colpevole di esistere, colpevole di esser nato sessant'anni fa sulla base di una spartizione tracciata dall'Onu per dare una vita a uno Stato nelle cui librerie sono liberamente esposte le opere di Edward Said, l'intellettuale palestinese e anti- israeliano il cui nome è ancora oggi tassativamente proibito a Gaza, dove spadroneggiano gli squadroni di Hamas. Non è normale che si accrediti come paladino della lotta all'oppressione chi non spende una parola per protestare contro gli Stati in cui si fa scempio quotidiano di diritti umani fondamentali. E non è normale che esponenti piemontesi del Pdci e di Rifondazione aderiscano impunemente a questa campagna di intolleranza estranea, ne siamo certi, alla sensibilità di Fausto Bertinotti.

Per questo è un buon segnale che gli organizzatori della Fiera tengano duro, che gli sponsor privati, come ha sostenuto Franzo Grande Stevens, non possano assistere muti a una simile campagna censoria, che le istituzioni di Torino e del Piemonte dicano che non intendono cambiare la loro linea. Per questo il bel gesto della rinuncia stavolta non funzionerebbe. Non servirebbe a rompere l'incantesimo di assuefazione che ha favorito il diffondersi della prepotenza intollerante. Stavolta a Torino gli scrittori, gli israeliani, gli ebrei devono poter parlare.

sabato 2 febbraio 2008

Un paese non tratta sulla sua dignità, Israele rinunci ad andare a Torino

La gazzarra attorno all’invito a Israele come paese ospite della XXI Fiera del Libro di Torino sta assomigliando maledettamente alla vicenda della mancata visita del Papa alla Sapienza. Ricordiamo i tre fattori che sono intervenuti nel meccanismo che ha determinato la rinuncia del Papa. Il primo è stata la palla “culturale” lanciata da un gruppo di docenti sulla base dell’argomento inconsistente che il Papa voleva rifare il processo a Galileo. Il secondo fattore è stato il solito gruppo di violenti che staziona alla Sapienza da tre generazioni, che ha raccolto la palla e ha minacciato sfracelli, contestazioni acustiche e peggio. L’interazione di questi due fattori ha fatto crescere la tensione alle stelle. È intervenuto allora il terzo ingrediente, ovvero l’ignavia istituzionale, in particolare del governo che evidentemente non ha dato al rettore le garanzie del caso, se è potuto accadere che i violenti occupassero il rettorato e ottenessero, attraverso un ricatto, il controllo di gran parte dell’area antistante l’Aula Magna per autogestire la contestazione. L’aspetto inaudito è che vi sia chi difende l’idea che agire così sia garantire la libertà di espressione. Ma che paese è mai quello in cui si ritiene “democratico” ricevere un invitato a pernacchie e pomodorate, offrendo una piattaforma di lancio adeguata a cogliere il bersaglio? È il paese in cui certi “educatori” pensano che sia libera espressione del pensiero, garantita dalla Costituzione, entrare in un’aula, srotolare uno striscione e sbraitare slogan impedendo di parlare chi è stato designato a farlo. Perciò, ha fatto benissimo il Papa a non andare.
Ora a Torino si sta apprestando uno scenario analogo, riservato a Israele. Hanno iniziato i soliti “intellettuali” a lanciare la palla al centro, per dare inizio a una partita in cui sono scesi in campo spezzoni della sinistra e il muro compatto degli intellettuali e scrittori arabi; insomma, il solito schieramento di condannatori professionali di Israele, che non hanno fatto udire neppure un sospiro in occasione della dichiarazione da serial killer dello sceicco Nasrallah in cui ha elencato i pezzi di cadaveri israeliani in suo possesso. È gente che non direbbe una parola se venisse invitato come paese ospite il Sudan o l’Iran, che non ha nulla da dire sugli innumerevoli sterminii che dilagano in tutto il mondo, ma che ha la spudoratezza di definire questo invito una “intrusione” di Israele nella Fiera del Libro… Chi ha dissentito da costoro a sinistra? Quasi nessuno, salvo qualche coscienza inquieta, come Valentino Parlato, che ha deprecato quella che gli sembrava una discriminazione che sfociava nell’odio antiebraico. Ma il mettersi al riparo dietro la condanna di ordinanza non gli è servito a evitare un diluvio di deprecazioni dei militanti: chi di estremismo ferisce di estremismo perisce. Poi è intervenuto puntuale il secondo ingrediente, ovvero la previsione di una contestazione violenta che ha suscitato prontamente turbamenti e incertezze circa le sorti della Fiera.
E le istituzioni? Traballano o tacciono. Traballa il consiglio della Fiera che deve riunirsi per decidere come procedere. Per decidere cosa, di grazia? Questo è un invito a Israele e non deve essere controbilanciato da nulla o legittimato da purificazioni di sorta. Quando, nei prossimi anni, verranno invitati altri stati, varrà lo stesso criterio. L’unica decisione dignitosa è che Israele sia invitato da solo, senza patteggiamenti e senza i contrappesi di altri interventi. Punto. Il resto sarebbe un cedimento vergognoso ai violenti e agli intolleranti.
Le istituzioni più in alto tacciono. Non una parola dagli alti dirigenti della sinistra, da cui pure provengono i veleni. Non una parola, per dire, dal presidente della Camera. Né il ministro Amato, che ha spiegato durante la Giornata della Memoria che dalla discriminazione nasce la persecuzione, trova la forza di battere il pugno sul tavolo.
Allora rivolgiamo due richieste, nel caso sciagurato in cui non venisse confermato, con dignità, senza controcanti e contrappesi, l’invito a Israele. Capiamo la prudenza diplomatica da parte israeliana ma è bene pesare fino in fondo la posta in gioco. Nel suddetto caso sciagurato rivolgiamo l’appello a Israele di ritirarsi dalla Fiera. Saremo in tanti, inclusi gli scrittori che si ritireranno dalla (in quel caso) squalificata Fiera, a organizzare eventi in tutta Italia per presentare nelle sedi più opportune la cultura israeliana. E rivolgiamo lo stesso invito agli scrittori israeliani che dovrebbero essere invitati, e che sono troppo prestigiosi per accettare il piatto di lenticchie di una manifestazione condizionata dall’intolleranza e dall’odio. Quando si profilano circostanze che ricordano, in tutto e per tutto, la campagna del 1937 che precedette l’emanazione delle leggi razziali, bisogna essere all’altezza della situazione. Perciò, o a Torino con dignità e libertà e senza umilianti compromessi, oppure in altre sedi libere e tra uomini liberi.
(Il Foglio, 2 febbraio 2008)

sabato 26 gennaio 2008

Due pesi e due misure

Spendere le belle parole non costa niente, è più difficile pronunziare quelle che costano, soprattutto per la nostra diplomazia ipocrita e doppiopesista. Per esempio, costa pronunziare parole di condanna delle esecuzioni capitali effettuate in Iran all’indomani della proposta di moratoria della pena di morte. Oppure, parole di condanna per la sorte oscura dei soldati israeliani sequestrati da un anno e mezzo. Eppure sarebbe stato un modo decente di inaugurare il 2008. I tartufi pronti a stracciarsi le vesti sulle prigioni “lager” in cui vengono detenuti terroristi palestinesi fingono di dimenticare che un conto è una prigione, per quanto orrenda come tutte le prigioni, visitabile dalla Croce Rossa, da parenti, da avvocati, e un conto è un sequestro di persone che non si sa dove siano finite e se siano ancora vive. Circolano voci orribili sulla sorte del ventunenne israeliano Gilad Shalit, sequestrato da Hamas e che si dice sia detenuto in un pozzo a dieci metri di profondità: nessuno può verificare se ciò sia vero. Anche di Ehud Goldwasser (32 anni) e Eldad Regev (26), rapiti da Hezbollah, non si sa nulla. Cosa si debbano aspettare simili “detenuti” lo dice la sorte del pilota israeliano Ron Arad, sequestrato da Hezbollah nel 1986 e che pare sia stato venduto all’Iran. Secondo la testimonianza di alcuni diplomatici iraniani fuggiti all’estero il regime degli ayatollah lo avrebbe paralizzato con un intervento al midollo spinale. Vero o no che sia, quel regime se ne infischia di allontanare i sospetti permettendo una visita.
L’anno è iniziato con l’uccisione a freddo di due soldati israeliani in licenza da parte delle forze di sicurezza di Al Fatah, ovvero del movimento del presidente di Abu Mazen, come ha confermato un membro delle Brigate Al-Aqsa al quotidiano israeliano Yedioth Aharonot; mentre i missili Qassam continuano a piovere da Gaza. In questa situazione, un governo israeliano debole è costretto a mostrare la massima disponibilità per compiacere l’alleato statunitense che cerca di tenere in piedi la traballante situazione mediorientale: Olmert parla di condividere Gerusalemme con un futuro stato palestinese e di tornare alle frontiere del 1967. In cambio di nulla. La conferenza di Annapolis ha mostrato che i dirigenti politici arabi e islamici non sono disposti neppure a salutare il ministro degli esteri israeliano. Quanto a un’eventuale stretta di mano, è da supporre che sarà oggetto di trattative. Per anni ci è stato spiegato che occorre parlare con il nemico perché è con lui che occorre fare la pace. Piero Fassino, ritenuto uno dei più aperti alle ragioni di Israele, ha avvallato con tale argomento le aperture di D’Alema a Hamas. Ma pare che simile prediche valgano soltanto per Israele.
L’ultima “trovata” del fronte arabo è quella secondo cui Israele non avrebbe il diritto di considerarsi uno stato “ebraico”, il che significa a prevalente religione e cultura ebraica, non che in Israele non si possano coltivare altre fedi, visto che non vi mancano moschee e chiese. Questa pretesa viene avanzata mentre pullulano i paesi “islamici” in cui possedere una croce o un Vangelo costa la galera e i cristiani vengono perseguitati a morte; e mentre vi sono persino immigrati musulmani in Italia che si rifiutano di essere nutriti dalla Caritas se non si toglie dal muro quel “coso” (il crocefisso). La verità è che siamo di fronte alla riproposizione sotto altre vesti della negazione del diritto di Israele a esistere. Ma nessuno – tantomeno la nostra diplomazia – si sogna di denunciare questa vergogna che addensa nubi oscure sul futuro del medioriente.
(Tempi, 17 gennaio 2008)

venerdì 18 gennaio 2008

L'università non può arrendersi. Il bavaglio degli studenti, la voce dei docenti

QUESTO E' UN APPELLO PROMOSSO DA UN GRUPPO DI DOCENTI UNIVERSITARI.
CHI VUOLE ADERIRE E' PREGATO DI FARLO AL SITO DE L'OCCIDENTALE E DI INVITARE AMICI E COLLEGHI A FARLO

http://www.loccidentale.it/ (oppure cliccando direttamente sul titolo)

Che Benedetto XVI sia stato costretto a rinunciare a tenere il suo discorso durante l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università “La Sapienza” di Roma è un fatto di gravità inaudita. È un’offesa per tutti coloro che hanno a cuore la concordia civile nel nostro Paese, che credono nella laicità delle istituzioni e che proprio per questo difendono come una preziosa risorsa civile il diritto della religione a esprimersi nello spazio pubblico. Ma il fattaccio de “La Sapienza” costituisce soprattutto un’offesa all’Università, allo spirito di libertà, verità, dialogo e tolleranza che dovrebbe animarla; è il segno di una crisi, sulla quale si dovrebbe aprire una grande discussione pubblica. Non è ammissibile che “La Sapienza” sia potuta diventare, anche se solo per un giorno, il luogo della più intollerante ideologia, né sono ammissibili certi penosi tentativi di sminuire l’accaduto, quasi che si sia trattato di una goliardata qualsiasi. Non doveva accadere. Si doveva fare in modo che non accadesse. Punto.
Unendoci a tutti coloro, moltissimi, che in questi giorni hanno fatto sentire a Benedetto XVI la loro vicinanza e solidarietà, riteniamo che ci sia comunque un modo per riparare, almeno in parte, all’offesa che gli è stata arrecata: è quello di prendere sul serio le parole che avrebbe voluto rivolgere di persona all’intera comunità accademica della Sapienza. Sono parole che denotano una grande passione per l’uomo, per la verità e per la libertà. È precisamente questa passione che tutti, professori e studenti, dobbiamo ritrovare. L’Università deve tornare a interrogarsi seriamente su se stessa, sul senso della sua missione, sul contributo che ha saputo dare al dispiegamento di una cultura politica laica e pluralista; non può arrendersi, direbbe Benedetto XVI, “davanti alla questione della verità”, altrimenti sarà sempre esposta al pericolo che certi tristi episodi come questo possano verificarsi di nuovo.
primi firmatari:
Elena Aga Rossi — Università de L'Aquila e Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione
Sergio Belardinelli — Università degli Studi di Bologna
Marco Bersanelli — Università Statale di Milano
Giancarlo Cesana — Università degli Studi di Milano Bicocca
Valentina Colombo — Institute for Advanced Studies di Lucca
Luigi Compagna — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"
Raimondo Cubeddu — Università degli Studi di Pisa
Marcello Fedele — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Bruna Ingrao — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Giorgio Israel — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Assuntina Morresi — Università degli Studi di Perugia
Paola Navotti — Università degli Studi di Milano Bicocca
Giovanni Orsina — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"
Gaetano Quagliariello — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"
Lucetta Scaraffia — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Luigi Ventura — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Victor Zaslavsky — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"

giovedì 17 gennaio 2008

17 GENNAIO : In omaggio a un Papa, agli amici ebrei e a Chagall



Marc Chagall (1887-1985) (La) Crocifissione bianca (1938)
The Art Institute of Chicago - U.S.A


Diciassette gennaio una data, per chi ha a cuore Israele e il giudaismo in generale, attesa. È la giornata che la Chiesa italiana dedica ormai da anni al dialogo tra ebrei e cristiani. Ogni Diocesi, ogni città, promuove iniziative tese a rafforzare sempre più il legame tra le due grandi tradizioni che formano le radici culturali dell’Europa: quella ebraica e quella cristiana.
Quest’anno, quale che sia l’iniziativa promossa, la storia ci ha preceduto e ha preparato un evento capace, più di ogni iniziativa, di rendere evidente quale sia la vera forza dell’incontro, il vero dialogo.

Sull’Osservatore Romano di mercoledì 16 gennaio, un articolo di Giorgio Israel, acuto osservatore del panorama culturale italiano e Professore ordinario di Matematiche complementari all’Università della Sapienza , dedicava un articolo all’increscioso fatto occorso al Sommo Pontefice Benedetto XVI. Proprio il 17 gennaio, il Papa sarebbe dovuto recarsi alla Sapienza in occasione dell’apertura dell’anno universitario, rimostranze grossolane ma tragicamente rivelatrici dello stato agonizzante della cultura italiana (per non dire europea) hanno costretto il Papa a declinare l’invito. Una scelta signorile e drammatica.
L’oltraggio più grave accaduto a un Sommo Pontefice, come ha giustamente rilevato Roberto de Mattei, da oltre un secolo.
È sorprendente, è bello, ed è segno di grande speranza che si levi a difesa del Papa (e non solo in quanto Papa, ma – grazie a Dio – anche in quanto voce di cerca il Vero e il Bene per tutti) un ebreo, professore tra quegli stessi (forse anche battezzati) che lo hanno così pubblicamente denigrato.
Un grazie a Giorgio Israel, un grazie anche all’amico Guido Guastalla, ebreo pure lui, che non ha esitato a far udire la sua voce.

Pensando a questi miei amici ebrei e alla singolare coincidenza che segna questo 17 gennaio 2008, (una coincidenza che per quanti hanno fede porta il nome di provvidenza), non ho potuto fare a meno di pensare a una tela di Chagall. Drammatica e bellissima per l’intensità profetica, oltre che per la luminosità del segno pittorico.

La crocifissione bianca - così s’intitola l’opera - riassume la tragedia del popolo ebraico, delle persecuzioni, dei pogrom, delle espropriazioni indebite.
In alto a sinistra le bandiere rosse dell’ideologia comunista, firmano drammaticamente l’azione distruttrice verso un popolo, una comunità che ovunque si trovi conserva il legame prezioso dei teffillim. La sinagoga incendiata rievoca le distruzione naziste dei luoghi di culto e delle opere di molti artisti ebrei, tra cui quelle dello stesso Chagall. In alto il dolore dei rabbini, delle donne confusi col fumo che, salendo da Auschwitz portava con sé infinite esistenze.
Al centro Cristo catalizza la girandola di eventi: un Cristo luminoso in cui ogni dolore s’infrange tanto e grande la pace e la serenità che emana. Cristo che, come capitulum, come rotolo attorno al quale si avviluppa la torà, riassume la forza intrinseca di un popolo che canta a Dio: «se anche mi uccidesse, spererei in Lui». Cristo, infatti, porta il talled Gadol, lo scialle della preghiera e davanti a Lui arde instancabile una menorah.

Mi perdoneranno i miei amici ebrei, anzi sapranno capirmi, se leggo in questa opera il dolore di ogni perseguitato, così come Chagall, ebreo convinto, ha saputo leggere nelle piaghe del Crocifisso il grido di ogni innocente, specie dell’innocenza del suo popolo. Non aveva bisogno Chagall di togliere la croce dai muri per proclamare la sua identità, non aveva bisogno di cancellare la fede cristiana per affermare la sua.
L’arte, come la fede vera, quella sorretta dalla ragione, l’arte vera, come la ragione sorretta dalla fede nella verità educa al Mistero, educa all’incontro con quell’Altro e con quell’Oltre che rende liberi di fronte all’altro che ci vive accanto.
Mi perdoneranno se vi leggo il dolore di un Papa che come Chagall ha visto la sofferenza della shoà, ha visto il tramonto delle ideologia che ancora inonda di rosso il cielo di Europa. Ha visto e non può tacere. Nella sua voce c’è la nostra voce. Non è la voce altisonante e stridula che si è levata dai pochi della Sapienza. È la voce sommessa e impercettibile della preghiera salmica, ma robusta e ardente come il fuoco della menorah. È la voce del violino come quello che riposa ancora, nonostante i pogrom, accanto alle case incendiate del quadro di Chagall. È la voce della bellezza della verità la quale, proprio quando è conculcata, allora grida più forte. Questa è la voce del Papa, di Giorgio, di Guido, di Magdi e di centinaia come loro che del dialogo o meglio, dell’incontro e della ricerca sincera della verità, hanno fatto la loro missione. Per essi la giornata del dialogo è la vita intera e questo diciassette gennaio l’ha reso evidente.

Sr. M. Gloria Riva

RICEVO E PUBBLICO con il consenso dell'autore

Al Chiarissimo Prof. Frova, e per conoscenza al Magnifico Rettore
dell'Universita' degli Studi la Sapienza di Roma.

Chiarissimo Professore:

Le scrivo per esprimere tutto il mio disappunto, ma soprattutto la mia
grandissima vergogna per la Vostra iniziativa nei riguardi del Prof.
Ratzinger.
Ho ascoltato il Suo intervento a Radio Tre Mondo e, mentre trovo
sconcertante la pochezza dei Suoi argomenti, mi disgusta sopra ogni
cosa la disonesta' intellettuale da Lei dimostrata di fronte agli
argomenti presentati dal Prof. Israel.
Come Scienziato, lei e' stato educato da generazioni di grandi
personalita' alla imparzialita' dei fatti: rinnegando questi valori,
ma soprattutto rinnegando i valori laici ed umanisti di uno dei piu'
prestigiosi Atenei Italiani, Lei espone al pubblico ludibrio la
pochezza intellettuale del sistema Universitario Italiano, gia'
peraltro ampiamente conosciuto e deriso nel mondo per la qualita'
generale dell' insegnamento e della ricerca. Incidentalmente, il suo
tacciare di "bigotry" (The attitude, state of mind, or behavior
characteristic of a bigot; intolerance.) il sistema accademico
Statunitense rappresenta un ulteriore ingiustificato insulto indegno
della Sua posizione.
Lei, e tutti i firmatari della vergognosa lettera censoria nei
confronti del Prof. Ratzinger, mi avete addolorato come Cattolico,
offeso come Italiano, ma soprattutto umiliato come Scienziato.
Confido contro ogni terrena speranza che il mondo accademico Italiano
riesca a trovare la strada per distinguersi nettamente da queste
posizioni oscurantiste, antiscientifiche, e illiberali
La prego di passare questa mia email agli altri firmatari della
lettera dei quali ancora attendiamo conoscere l'identita'.

Distinti Saluti,

Andrea Cortis

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Dr. Ing. Andrea Cortis, PhD

Scientist

Earth Sciences Division, 90-1116
Lawrence Berkeley National Laboratory
1 Cyclotron Road Berkeley,
CA 94720 USA
email: acortis@lbl.gov
http://esd.lbl.gov/ESD_staff/cortis/index.html
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UN FIOR DI MODERATO...

Ieri, durante la trasmissione radiofonica Radio Anch'io, l'esimio professor Odifreddi mi ha definito come un "noto estremista".
Mi limito a osservare che sono felice e a mio agio di essere in compagnia di "estremisti" come il professor Renato Angelo Ricci, presidente onorario della Società Italiana di Fisica oppure di Massimo Cacciari, anziché in quella di "moderati" come il "matematico impertinente" secondo cui un giovane non può imparare a pensare razionalmente se da bambino si appassiona della lettura di Harry Potter e del Signore degli Anelli.

martedì 15 gennaio 2008

COME MAI IN SOLI DUECENTO?

Come mai un gruppo di 67 docenti che scrivono un documento da pezzenti capitanati da un "cattivo maestro" che scrive un documento ideologico pieno di assurdità, assieme a un centinaio di esagitati riescono a impedire al Papa di venire all'università? Come mai circa duecento persone riescono a far fare una figura di merda a un intero paese?
Volete una risposta?
La do raccontando un piccolo episodio.
A un collega - docente illustre, anziano e rispettato - ho detto che trovavo delirante che negli USA la Columbia University avesse invitato un delinquente patentato (negatore della Shoah, programmatore della distruzione di uno stato membro dell'ONU) come Ahmadinejad e in Italia l'università La Sapienza non riuscisse a invitare una persona rispettabile come Benedetto XVI. Sapete cosa ha risposto? Che Ahmadinejad non è pericoloso per gli Stati Uniti quanto lo è il Papa per l'Italia...
Questa è l'acqua demente in cui nuotano quei duecento fanatici.
Ed ecco perché viviamo in un clima così mefitico, che ha indotto (giustamente) il Papa a rinunciare.
Ha detto bene Cossiga: questa è la grande vittoria del grande popolo dell'Unione.
Ma forse è una gran vittoria di Pirro.

Quando Ratzinger difese Galileo alla Sapienza

Osservatore Romano - 16 gennaio 2008
Giorgio Israel
Professore ordinario
di Matematiche complementari
Università di Roma La Sapienza


È sorprendente che quanti hanno scelto come motto la celebre frase attribuita a Voltaire - "mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso" - si oppongano a che il Papa tenga un discorso all'università di Roma La Sapienza. È tanto più sorprendente in quanto le università italiane sono ormai un luogo aperto ad ogni tipo di intervento ed è inspiegabile che al Papa soltanto sia riservato un divieto d'ingresso. Che cosa di tanto grave ha spinto a mettere da parte la tolleranza volterriana? Lo ha spiegato Marcello Cini nella lettera dello scorso novembre in cui ha condannato l'invito fatto dal rettore Renato Guarini a Benedetto XVI. Quel che gli appare "pericoloso" è che il Papa tenti di aprire un discorso tra fede e ragione, di ristabilire una relazione fra le tradizioni giudaico-cristiana ed ellenistica, di non volere che scienza e fede siano separate da un'impenetrabile parete stagna. Per Cini questo programma è intollerabile perché sarebbe in realtà dettato dall'intento perverso, che Benedetto XVI coltiverebbe fin da quando era "capo del Sant'Uffizio", di "mettere in riga la scienza" e ricondurla entro "la pseudo-razionalità dei dogmi della religione". Inoltre, secondo Cini, egli avrebbe anche prodotto l'effetto nefasto di suscitare veementi reazioni nel mondo islamico. Dubitiamo però che Cini chiederebbe a un rappresentante religioso musulmano di pronunziare un mea culpa per la persecuzione di Averroè prima di mettere piede alla Sapienza. Siamo anzi certi che lo accoglierebbe a braccia aperte in nome dei principi del dialogo e della tolleranza.
L'opposizione alla visita del Papa non è quindi motivata da un principio astratto e tradizionale di laicità. L'opposizione è di carattere ideologico e ha come bersaglio specifico Benedetto XVI in quanto si permette di parlare di scienza e dei rapporti tra scienza e fede, anziché limitarsi a parlare di fede.
Anche la lettera contro la visita firmata da un gruppo di fisici è ispirata da un sentimento di fastidio per la persona stessa del Papa, presentato come un ostinato nemico di Galileo. Essi gli rimproverano di aver ripreso - in una conferenza tenuta proprio alla Sapienza il 15 febbraio 1990 (cfr J. Ratzinger, Wendezeit für Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, Einsiedeln-Freiburg, Johannes Verlag, 1991, pp. 59 e 71) - una frase del filosofo della scienza Paul Feyerabend: "All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Non si sono preoccupati però di leggere per intero e attentamente quel discorso. Esso aveva come tema la crisi di fiducia nella scienza in sé stessa e ne dava come esempio il mutare di atteggiamento sul caso Galileo. Se nel Settecento Galileo è l'emblema dell'oscurantismo medioevale della Chiesa, nel Novecento l'atteggiamento cambia e si sottolinea come Galileo non avesse fornito prove convincenti del sistema eliocentrico, fino all'affermazione di Feyerabend - definito dall'allora cardinale Ratzinger come un "filosofo agnostico-scettico" - e a quella di Carl Friedrich von Weizsäcker che addirittura stabilisce una linea diretta tra Galileo e la bomba atomica. Queste citazioni non venivano usate dal cardinale Ratzinger per cercare rivalse e imbastire giustificazioni: "Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità". Esse piuttosto venivano addotte come prova di quanto "il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica".
In altri termini, il discorso del 1990 può ben essere considerato, per chi lo legga con un minimo di attenzione, come una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo e il relativismo della cultura postmoderna. Del resto chi conosca un minimo i recenti interventi del Papa sull'argomento sa bene come egli consideri con "ammirazione" la celebre affermazione di Galileo che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico.
Come è potuto accadere che dei docenti universitari siano incorsi in un simile infortunio? Un docente dovrebbe considerare come una sconfitta professionale l'aver trasmesso un simile modello di lettura disattenta, superficiale e omissiva che conduce a un vero e proprio travisamento. Ma temo che qui il rigore intellettuale interessi poco e che l'intenzione sia quella di menar fendenti ad ogni costo. Né c'entra la laicità, categoria estranea ai comportamenti di alcuni dei firmatari, che non hanno mai speso una sola parola contro l'integralismo islamico o contro la negazione della Shoah. Come ha detto bene Giuseppe Caldarola, emerge qui "una parte di cultura laica che non ha argomenti e demonizza, non discute come la vera cultura laica, ma crea mostri". Pertanto, ripetiamo con lui che "la minaccia contro il Papa è un evento drammatico, culturalmente e civilmente".

VERGOGNA

Ci sono riusciti a impedire che il Papa parlasse all'Università "La Sapienza". Negli Stati Uniti, alla Columbia University può parlare il supernegazionista della Shoah Ahmadinejad e in Italia, alla "Sapienza", non può parlare Benedetto XVI.
È una vergogna per tutti, in primo luogo per il governo e soprattutto per il suo "presidente" Prodi che è stato capace di non dire una sola parola, una soltanto, quando era necessario, e cioè prima. Il coro delle deprecazioni ex-post è troppo rituale.
Se esiste ancora un minimo di senso della decenza il governo dovrebbe cadere tra un'ora.
È una vergogna per quei docenti che si sono coperti di ridicolo mostrando a quale livello culturale siamo caduti.
È una vergogna per La Sapienza che si conferma essere una delle università più intolleranti del mondo. Ricordate il caso di De Felice, di Colletti?

SPAZZATURA AL QUADRATO

Questa è l'informazione che ho ricevuto poco fa.
Quel discorso fu tenuto 17 anni fa alla Sapienza...
Ogni commento è superfluo...

BENEDETTO XVI E LA CITAZIONE DI FEYERABEND

Nella edizione tedesca del libro pubblicato nel 1992 dalla San Paolo (col titolo Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti), la citazione di Feyeranbend è a pag. 71 (P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang, Frankfurt Main, 1976, 1983, 206).

A pag. 59 del testo tedesco c’è una nota, all’inizio, in cui si dice:

«La prima versione di questo testo risale a una conferenza tenuta a Rieti il 16 dicembre 1989 ancora sotto la fresca impressione degli avvenimenti in Europa dell’Est come tentativo di una prima riflessione di quegli avvenimenti; la versione qui presentata servì come conferenza all’università romana della Sapienza il 15 febbraio 1990. La stessa versione, modificata per la ricorrenza, è stata utilizzata in occasione delle celebrazioni per i 1400 anni del III Concilio di Toledo a Madrid il 24 febbraio 1990».

Nelle fonti in fondo al libro tedesco si legge che la conferenza fu pubblicata per la prima volta in italiano dal periodico Il Nuovo Areopago, n. 9 – 1990 (stampato a Parma).

Titolo originale tedesco del libro:

J. RATZINGER, Wendezeit fuer Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, Johannes Verlag, Einsiedeln/Freiburg 1991

lunedì 14 gennaio 2008

L'APPELLO SPAZZATURA DEGLI SCIENZIATI "LAICI" CONTRO IL PAPA

Ho trascorso la giornata a ricevere telefonate che richiedevano dichiarazioni sulla sconcertante e avvilente situazione che si è determinata a "La Sapienza" con la mobilitazione contro la visita del Papa.
Non posso anticipare un articolo che ho scritto né l'intervista che uscirà domani su Avvenire.
Attendo con impazienza un confronto con uno dei firmatari del documento dei fisici contro il Papa, domattina a Rai Tre.
Uno dei lettori di questo blog attende con ansia una presa di posizione dei "veri" docenti de "La Sapienza".
Non so se verrà, non credo più molto agli appelli e alle lettere, ma per parte mia non ho mancato e mancherò di prendere posizione e sono certo che altri lo faranno.
Frattanto, vorrei sottolineare la coraggiosa presa di posizione di Giuseppe Caldarola sul suo blog.
Leggetela, ne vale la pena.
Intanto, vorrei raccontare un episodio significativo del clima della nostra Università.
È d'uso non fare mai uso della posta elettronica universitaria per questioni non inerenti alla stretta attività didattica, scientifica o istituzionale. È una regola essenziale, altrimenti si scatenerebbe l'inferno. Immaginate la situazione in campagna elettorale.
Nel mio dipartimento si segue questa regola strettamente, anche da quando un "collega" mise sulla sua pagina web un link a un sito no-global che conteneva pesanti minacce nei miei confronti.
Ebbene, un collega ha chiesto al direttore una deroga, e cioé di inviare a tutti un suo messaggio che invita a sottoscrivere l'appello dei colleghi di fisica contro la visita del Papa.
La deroga è stata concessa.
Per parte mia, ho risposto con il messaggio al direttore che riporto qui.
Lo faccio, sia perché in tal modo anticipo subito quali sono le mie opinioni. Sia perché non so se verrà inviato a tutti. Per il momento questo non è successo.
So comunque che sarò considerato d'ora in poi un appestato servo del Papa, dopo essere stato bollato come un sionista, propagandista dei "criminali" israeliani.
Tanto, come diceva una certa persona, in certe situazioni il massimo che si perde sono le proprie catene...

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Caro Direttore,

indipendentemente da quel che si può pensare dalla visita del Papa alla nostra università, credo che faccia parte dello standard minimo di un professore universitario usare argomenti appropriati e basati su riferimenti documentati.
Ora, forse è utile che i colleghi sappiano, prima di apporre la loro firma al documento del colleghi fisici, il fondamento della contestazione che in questo documento si fa al Papa.
Nella lettera si dice che il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto».
E così si commenta: «Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano».
Se uno si prende la briga di andare a rileggere attentamente - come dovrebbe fare un docente - il succitato discorso ne ricava quanto segue. Il Papa ha voluto descrivere la crisi di fiducia della scienza moderna in sé stessa. Dopo aver ricordato come nel Settecento e in parte dell'Ottocento il processo a Galileo venisse ricordato come esempio dell'oscurantismo della Chiesa, ha mostrato attraverso una serie di citazioni come il diffondersi progressivo di un punto di vista scettico abbia condotto prima a sostenere la non oggettività del sistema eliocentrico, e via via fino all'affermazione di Feyerabend (citato come un filosofo della scienza "agnostico-scettico") che finisce col giustificare la Chiesa e addirittura a quella di von Weizsäcker secondo cui esiste una via diretta che ha condotto da Galileo alla bomba atomica. Egli ne ha concluso che la religione non deve trovarne in ciò spunto per rivalse ma, al contrario, difendere la ragione osservando a qual punto di sfiducia in sé stessa sia arrivata la scienza.
In buona sostanza il citato discorso di Parma è una vera e propria apologia di Galileo...
Come lo sono del resto altri recenti discorsi del Papa che citano la visione matematica della realtà del "grande Galileo" come l'unica coerente con una visione razionale del mondo.
Spero che nessun buontempone interpreti queste osservazioni come un'arringa in difesa del Papa che non ne ha bisogno.
Voglio soltanto sottolineare che, deve essere accaduto che qualche sprovveduto ha suggerito che si poteva giustificare la condanna della visita del Papa sulla base di una frase di un discorso che non aveva capito, e un gruppo di illustri docenti (tra cui il nuovo presidente del CNR) ha firmato con la leggerezza con cui nel sessantotto si firmavano i documenti contro la "repressione".
Sarebbe stato quantomeno più elegante se non si fosse condito un simile infortunio con una tirata penosamente retorica sulla vita consacrata all'avanzamento delle conoscenze, il che finisce col suonare autoironico.
Ognuno è libero di far quel che vuole. È bene soltanto essere consapevoli che sottoscrivendo una lettera come quella si sottoscrive al contempo una pregnante testimonianza del degrado culturale cui è giunta la nostra università.
Sarebbe consigliabile che chi vuol opporsi alla visita del Papa trovi un modo più serio per farlo.
Ma, beninteso, ognuno è libero di impiccarsi all'albero che preferisce.

Cordiali saluti

giovedì 10 gennaio 2008

Sarà questo l’anno in cui gli insegnanti diventeranno tutti “facilitatori”?

Il 2008 sarà un anno di ripresa per la scuola italiana, dopo i dati catastrofici del rapporto OCSE-PISA? È difficile essere ottimisti se insisteremo a propinare i medicinali in uso da un trentennio. Un buon medico quando la terapia non funziona rivede la diagnosi. I medici ideologi moltiplicano la dose.
In India gli obbiettivi di apprendimento per la matematica vengono tutti conseguiti almeno tre anni prima di noi. Un bambino cinese o indiano che frequenti la nostra terza elementare si gira i pollici perché sa già tutto. Il confronto con le scuole medie inferiori è impietoso. Come mai? Semplicemente perché la loro scuola è com’era la nostra trent’anni fa. Ma continuiamo a vietare di parlare di “programmi” perché sarebbe repressivo e impositivo. Il risultato è che i programmi vengono definiti dagli editori dei libri scolastici. Costoro si sono adeguati abilmente al gergo didattichese propinando senza vergogna orrori matematici considerati ormai intoccabili (come la “legge dissociativa”) ed offrendo una meccanicità di apprendimento che fa impallidire quella della vecchia scuola “trasmissiva”. Al posto dei programmi la burocrazia ministeriale propina vaghe e fumose “indicazioni” redatte in puro stile sindacal-progressista senza tema di esibire le più assolute scempiaggini: come l’indicazione a studiare il teorema di Pitagora “e le sue applicazioni alla matematica”. Difatti, tutti sanno che il teorema di Pitagora non è matematica. Forse è roba che si mangia. Ma provatevi a sottolineare queste scempiaggini e vi si dirà che non ha importanza: i contenuti si “creano” in classe, nel processo di “autoapprendimento” degli studenti. L’unica cosa che conta sono le metodologie didattiche. Si proclama che questo è il modo di salvare la scuola. Per l’intanto abbiamo realizzato una scuola appiattita sulla mediocrità e sull’ignoranza, sulla svalutazione del merito, della competizione e della spinta ad apprendere. È la scuola del conformismo più grigio, in cui tutti sono sollecitati a usare sempre e ovunque lo stesso gergo pedagogistico codificato, con una pressione psicologica così forte che pare che nessuno più osi ricorrere a un verbo diverso da “somministrare” parlando di questionari.
Ho udito un collega pedagogista proclamare con enfasi che occorrerebbe cancellare dal vocabolario le parole “insegnare” e “insegnante”, in quanto riflettono una visione “trasmissiva” e “impositiva”. Bisognerebbe dire “accompagnare”, “stare accanto”, “facilitare” o “mediare” e chiamare l’insegnante “accompagnatore”, “facilitatore” o “mediatore”. L’aspetto tragicomico è chi propina queste visioni insegna, eccome… Anzi, trasmette moleste teorie del nulla con la supponenza di chi si ritiene esentato da ogni valutazione. Sono gli unici insegnanti rimasti, gli altri sono tutti badanti.
È ideologia, e l’ideologia si va beffe della realtà. Non sfugge il suo carattere totalitario. Difatti, si tratta di una miscela perversa di scientismo pedagogistico-didattico e di sovversivismo egualitarista di sessantottini invecchiati male. La pretesa che si possano costituire la pedagogia e la didattica come scienze esatte sul modello delle scienze fisico-matematiche e che abbia senso parlare di cose fuori dal mondo come la “misurazione delle conoscenze” si sposa con la volontà di scassare del tutto la scuola “di classe”. In effetti, si è riusciti a scassarla e a trasformarla in una vera scuola classista, in cui vanno avanti soltanto quelli che hanno il sostegno di una famiglia colta e capace di educare nel senso tradizionale del termine. Tanti auguri di un buon 2008 con tanti buoni maestri e prof., e senza fac., med. e accomp.
(da Tempi, 10 gennaio 2008)