sabato 31 gennaio 2009

Ancora sulla giornata della memoria

Nel 1988, nel cinquantenario delle Leggi razziali fasciste, la Presidente della Camera Nilde Iotti promosse il primo convegno importante sul tema. Il panorama storiografico era povero, quasi asfittico con l’eccezione della “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” di Renzo De Felice, la cui tesi di fondo era che le leggi razziali erano state mera conseguenza del Patto d’acciaio stretto tra Mussolini e Hitler. Dieci anni dopo, nel 1998, il panorama era cambiato. La letteratura era moderatamente cresciuta, si era fatta strada la tesi che il razzismo fascista fosse stato qualcosa di più: un’elaborazione originale cui il mondo intellettuale e scientifico italiano aveva partecipato in modo attivo anche dividendosi in posizioni diverse. Oggi, a distanza di vent’anni, la letteratura sul tema è sterminata. È stato un progresso? Certamente sì: se non altro, abbiamo a disposizione una documentazione imponente. Nel frattempo, l’istituzione della Giornata della Memoria ha creato una tribuna in cui esibire questa letteratura, diventando al contempo uno stimolo ad una sua ulteriore crescita. Consultando i programmi della Giornata in questo 2009 si constata che il numero delle iniziative ha raggiunto livelli inimmaginabili: sono previsti incontri su incontri, nella stessa città, alla stessa ora e persino nello stesso edificio… Tutte le scuole sono mobilitate per offrire pubblico agli “eventi” e non c’è chi non venga reclutato per “testimoniare” nelle vesti più svariate.
È un’ipertrofia che ha raggiunto livelli patologici. Ed è spontaneo chiedersi che cosa stia trasmettendo questa miriade di iniziative.
Torniamo alla storiografia. In vent’anni, siamo passati dalla tesi riduttiva di De Felice a tesi esorbitanti che ci parlano di un Mussolini non meno antisemita di Hitler, di leggi razziali italiane addirittura più dure di quelle tedesche, che presentano Pende come il Rosenberg italiano. Se fino a una decina di anni fa occorreva faticare per trasmettere il messaggio che pure in Italia si era fatto del razzismo e dell’antisemitismo di stato e che le persecuzioni antiebraiche non erano state soltanto opera dei tedeschi, oggi siamo nella situazione opposta. Al punto che nasce spontaneo il desiderio di avvertire che il razzismo italiano non è stato il punto più basso dell’efferatezza nell’universo.
Poco tempo fa partecipai a un incontro nello stile delle manifestazioni della Giornata della Memoria. Il pubblico era prevalentemente studentesco. Intervenne prima di me una nota personalità, che non cito perché non miro a polemiche personali. Questi si scatenò nell’ordine di idee sopra descritto. In un crescendo apocalittico dipinse l’Italia degli anni trenta come un paese di razzisti cinici e crudeli e concluse con veemenza: «Noi italiani siamo tutti colpevoli… siete tutti colpevoli… fino a che non capiremo il male che abbiamo fatto rischieremo che il passato si ripeta». Osservavo i volti degli studenti, interdetti o increduli, chiedendomi quali effetti potesse produrre un messaggio simile, un uso della storia piegato a un’esagerata predica moralistica. Come può – mi chiedevo – un quindicenne, una persona tutta proiettata nel futuro, sentirsi scagliare addosso con tanta pesantezza il passato? Come può tornare a casa e chiedersi se suo padre non sia un criminale? E sentirsi obbligato a riconoscere la colpevolezza dell’intera comunità in cui vive per non dover pensare a se stesso come complice di un crimine collettivo? Che cosa diventerà per lui l’immagine dell’ebreo se non un minaccioso (e, in fin dei conti, insostenibile) incubo che gli sta davanti col dito puntato a ricordare che la Colpa Storica è una pietra che è costretto a portare appesa al collo per il resto dell’esistenza? Come ebreo mi dimetto da un simile ruolo. Come studioso rigetto questo pessimo uso della storia. Non si producono centinaia di pubblicazioni “scientifiche” al solo fine di bruciarle nel falò di un moralismo al servizio di finalità politiche.
Di quali finalità politiche si tratta? Se l’interpretazione di De Felice appare oggi riduttiva, il suo libro ebbe il grande merito di rompere una cortina di silenzio sulle politiche fasciste della razza. In particolare, nella storiografia comunista la vicenda delle leggi razziali e, più in generale della Shoah, era un fatto accessorio, seguendo il punto di vista bene espresso da una frase del film “All’armi siam fascisti” di Del Fra, Mangini e Micciché: «Chi vuol comandare ha bisogno di servi. I servi avranno un contrassegno: la stella di David. L’odio di classe si traveste da odio di razza». Tutto doveva essere ricondotto alla lotta di classe. La Shoah era soltanto un evento nel panorama dei crimini nazisti e le leggi razziali italiane un sotto-evento.
Le cose cambiarono radicalmente alla fine degli anni ottanta, con il crollo del comunismo. Paradossalmente un ruolo decisivo lo ebbe l’incapacità (o la mancanza di volontà) di gran parte della sinistra di tagliare i ponti col passato. Si tentò di costruire il futuro attraverso una transizione capace di recuperare e valorizzare parte della passata esperienza comunista. Solo che quel che prima era ovvio – la superiorità morale del comunismo sul nazifascismo – occorreva ora dimostrarlo. La storiografia “antifascista” fu chiamata a questo compito. Così, all’improvviso, fu rivalutata la centralità suprema della Shoah e il tema del razzismo divenne centrale. Per dimostrare che il nazifascismo era stato il pozzo dell’abiezione occorreva dimostrare che il suo delitto era incomparabilmente peggiore di qualsiasi altro, in particolare di quelli del comunismo. Lo si è detto in un recente convegno: in fin dei conti il Gulag era un progetto di lavoro a differenza del Lager che era un progetto di sterminio… E pochi giorni fa si è autorevolmente ribadito: il comunismo ha combattuto il fascismo e pertanto ha difeso gli ebrei.
Per compiere fino in fondo il salvataggio parziale del patrimonio storico della sinistra comunista occorreva precipitare anche il fascismo nel girone più basso dell’inferno. Di qui il proliferare di tesi estreme: Mussolini era antisemita fin dalla culla, il razzismo italiano era biologistico quanto e più di quello tedesco, le leggi razziali italiane erano le più crudeli di tutte, e via di questo passo fino alle requisitorie contro la colpa collettiva di un intero popolo che si sarebbe rivelato molto diverso dallo slogan “Italiani brava gente”. La tesi dell’“unicità” della Shoah (e delle politiche razziali del fascismo), per tanti anni ignorata e persino dileggiata, è divenuta un cavallo di battaglia in quanto argomento per dimostrare che il nazifascismo sta da solo nel girone più basso dell’inferno perché ha compiuto “il” crimine più grande di tutti.
Avevamo bisogno di visioni equilibrate e razionali da trasmettere ai giovani. Invece, dalla minimizzazione siamo finiti al delirio degli eventi metastorici. Negli anni ottanta Alain Finkielkraut (ne “L’avenir d’une négation”) denunciò i rischi dell’idea dell’unicità della Shoah e dell’invenzione del concetto di “genocidio”. Egli ammoniva che, se il genocidio degli ebrei veniva presentato come un evento assoluto e unico, tutti avrebbero voluto impadronirsi di un simile privilegio: ogni infame – egli avvertiva – d’ora in poi sarà un fascista e ogni vittima un portatore di stella gialla. Prevedeva un codazzo di minoranze e “oppressi” alla ricerca del privilegio di una “loro” Shoah. Sembrava il pessimismo di una Cassandra. La realtà ha superato la fantasia. Per restare alla cronaca recente si pensi a quel corteo di insegnanti romani che hanno marciato con la stella gialla appuntata sul petto per protestare contro la “Shoah” messa in atto dal ministro Gelmini nei loro confronti. L’ex-ministro dell’università Mussi ha fatto eco proclamando che «è in atto un Olocausto di migliaia e migliaia di ricercatori». Sono esempi al confine del tragicomico ma questa è la situazione: introdurre nella storia la metastoria produce risultati paradossali: l’assoluta unicità che genera il suo contrario…
Come stupirsi allora se la memoria della Shoah non porta mai (o quasi mai) a parlare delle forme presenti dell’intolleranza antisemita, e neppure di quelle terribili stragi che sole evocano la Shoah, come il genocidio del Rwanda o il dramma del Darfur, bensì soltanto della questione palestinese? Perché questa, guarda caso, è l’unica in cui si può tentare di individuare una responsabilità dei figli delle vittime della Shoah, e quindi scaricare la coscienza sporca europea. Ormai lo slogan è divenuto luogo comune: i perseguitati di un tempo sono diventati i persecutori di oggi. È divenuto talmente luogo comune che un governo europeo l’ha esplicitato senza pudore, sopprimendo la Giornata della Memoria a causa della guerra di Gaza e così stabilendo un rapporto “storiografico” diretto tra Shoah ed ebrei, da un lato, e palestinesi e israeliani, dall’altro. È un esito che ha avuto almeno il merito di alzare il velo sulla tragedia di un’Europa che declina verso Eurabia: anche Bat Ye’or sembrava una patetica Cassandra fino a pochi anni fa mentre ora le sue profezie sembrano quasi banali.
La scrittrice americana Cynthia Ozick ha stabilito un parallelismo tra la situazione attuale e quella degli anni Trenta: «… pensavo di essere ripiombata nel 1933. Mi sbagliavo è di nuovo il 1938». Su questa premessa ha motivato il suo accordo – sia pure per ragioni diametralmente opposte – con la decisione spagnola di annullare la Giornata della Memoria. In senso stretto il paragone di Ozick non ha senso. Non vi sono stelle gialle imposte per decreto, non vi sono leggi razziali. Non vi è antisemitismo di stato in alcun paese europeo. Tuttavia, in storia i paragoni non si fanno alla maniera del confronto tra due reazioni chimiche. La storia è il dominio dell’irripetibile. Se si accostano eventi temporalmente lontani non è per dimostrare il loro impossibile replicarsi bensì per indagare il senso delle circostanze presenti e intuire i loro possibili sbocchi sulla base di esperienze passate che presentano analogie sul piano delle intenzionalità. Sotto questo profilo il richiamo di Cynthia Ozick è pertinente perché sottolinea la gravità di una situazione in cui «l’antisemitismo è riesploso nel mondo islamico e l’Europa vi si è aggregata come un’orda di lupi». Certo, non è propriamente “l’Europa”, non è l’Europa istituzionale. Non è antisemitismo di stato, e non è neppure soltanto l’indifferenza morale di fronte a un uso della memoria che trasforma gli ebrei viventi in emblema della persecuzione. È molto di più. È una situazione descritta da scenari che traducono nei fatti la metafora di Ozick. Sono le manifestazioni in cui si bruciano bandiere di Israele, si identifica la stella di David con la svastica e si grida “ebrei assassini”. Sono manifestazioni ormai apertamente promosse e capeggiate da gruppi islamici cui si accodano estremismi autoctoni di varia estrazione che si piegano a questa egemonia. La accettano al punto di seguire la manifestazione fino a quando si conclude con la preghiera verso la Mecca, sul sagrato del Duomo di Milano o davanti al Colosseo. Chi avrebbe immaginato situazioni del genere una decina di anni fa? E, soprattutto, chi avrebbe immaginato che sarebbero state accolte da tanto silenzio?
Anni fa la Spagna fu colpita da un terribile attentato. Ne uscì piegando le ginocchia. Oggi il suo governo decide di sopprimere la Giornata della Memoria. Perché non è riuscito a tenere in piedi una giornata equivoca e ipocrita, in cui è facile usare la memoria della Shoah per dileggiare gli ebrei viventi o, nella migliore delle ipotesi, per parlare di tutto salvo che dell’antisemitismo di oggi che è, in primo luogo, antisionismo? Perché, con sciocca brutalità, non è riuscito a nascondere la realtà: ovvero che esiste in Europa un governo che non sopporta più neppure di sentir parlare degli ebrei.
Allora, a che giova far finta di niente? Dispiace dirlo in un paese che si distingue positivamente da tanti altri paesi europei, anche per le trasparenti dichiarazioni del Presidente della Repubblica in tema di antisionismo. L’unico modo di mantenere in piedi sensatamente la Giornata della Memoria è di trasformarla in una giornata in difesa della democrazia, dei diritti della persona calpestati ieri dai totalitarismi europei del Novecento e oggi dal terrorismo islamista, di tutti coloro cui quei diritti vengono negati, contro l’antisemitismo di oggi, in difesa del diritto di Israele a esistere.
Nello scenario attuale della Giornata sembra che l’unico ruolo consentito a un ebreo europeo si riduca a quello di officiante del rito della memoria. Un ebraismo che non voglia decretare il proprio ineluttabile declino non può accettare una simile riduzione. È inutile nutrire illusioni circa lo stato dell’ebraismo europeo, una frangia minoritaria dell’ebraismo mondiale che si trova di fronte al drammatico compito di capire se possieda un futuro oltre a quello di officiante della memoria. Sarebbe chiudere gli occhi di fronte alla storia non vedere che fino al 1938 l’ebraismo era soprattutto europeo, ma dopo il 1945 non lo era quasi più. Alla vigilia del dramma le due principali componenti dell’ebraismo europeo erano quella laica e largamente assimilata alla cultura dell’illuminismo democratico e quella degli ebrei orientali, perseguitati e che difendevano la loro identità dietro la “siepe della Torah” (l’osservanza rigorosa dei precetti) e nella cultura dello Shtetl. La Shoah ha distrutto totalmente la seconda componente e ha dissolto la prima. Il futuro dell’ebraismo è diventato il sionismo, Israele e la grande e pluralista comunità ebraica statunitense. Già, perché nessuna cultura può restare viva se resta chiusa in se stessa e non ha nulla da dire e trasmettere agli altri, se si riduce a monocultura. Israele è un paese multiforme in cui convive l’ortodossia e il laicismo più spinto. Altrettanto può dirsi dell’ebraismo statunitense. Per questo si tratta di comunità vive che costruiscono un futuro e mostrano con le attività pratiche, la cultura, la scienza, la letteratura, quale contributo può dare al mondo un ebraismo vivo. Di certo, di fronte a un pregiudizio antisemita ancora così diffuso, la vitalità non basterà a salvare l’ebraismo. Ma non si può sopravvivere soltanto rivendicando il diritto a un’identità chiusa e separata, basata sulla conservazione del passato. Chi sogna un ritorno alla cultura dello Shtetl e dei tempi “felici” in cui si viveva dietro la “siepe della Torah” sta preparando una morte per necrosi dei tessuti vitali. L’ebraismo europeo ha il pieno diritto di vivere in questo continente, ma deve scegliere: ritrovare una vitalità proiettata nel futuro o far fronte alla progressiva estinzione. Deve trovare la forza per trasmettere energie, valori, cultura. Deve partecipare attivamente all’opera di difesa di un continente in disfacimento morale. Tale disfacimento è misurato dal riemergere dell’antisemitismo. Vasilij Grossman nel suo “Vita e destino” ha descritto le molteplicità facce dell’antisemitismo per concludere che «l’antisemitismo è in stretta connessione con le grandi questioni della politica, dell’economia, dell’ideologia e della religione mondiali. È questo il suo tratto più nefasto. E la fiamma dei suoi roghi ha rischiarato le epoche più tremende della storia». In quel libro che, come ha detto George Steiner, «eclissa quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio», Grossman ha saputo inserire il discorso dell’antisemitismo all’interno di una profonda riflessione sulle radici comuni dei totalitarismi e per questo esso è attuale. Per questo, invece di convocare migliaia di giovani ad assistere a “eventi” inquinati di veleni, sarebbe meglio – e assai meno dispendioso – far sì che ogni scuola acquisti copie del libro di Grossman, che in ogni classe se ne leggano dei brani e li si commenti, e stimolare tutti i ragazzi a leggerlo per intero.
Triste Giornata della Memoria questa del 2009, in cui miriadi di “eventi” si affollano sovrastati dalle nubi di un’insofferenza crescente a sentir parlare di un ebraismo che non sia morto. Triste Giornata in cui viene definita un “dono di pace” la riconciliazione con un vescovo che ha negato l’esistenza delle camere a gas ed ha aggiunto che «l’antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità, ma se c’è qualche cosa di vero non è cattivo». Abbiamo molto bisogno di verità, ma non di questo genere di “verità”.
(Il Foglio 27 gennaio 2009)

7 commenti:

Barbara ha detto...

Professore, vorrei chiederle cosa pensa delle parole di condanna contro il negazionismo pronunciate dal Papa (seppure con inopportuno ritardo) nell'udienza di mercoledì e di quelle espresse dal portavoce della Santa Sede, padre Lombardi.
Qual è stata la sua reazione e quella degli Ebrei di Italia?
La ringrazio molto per aver deciso di mantenere aperto il suo prezioso blog.

Giorgio Israel ha detto...

Ne penso bene e rispondo a livello personale perché non sono portavoce di nessuno. Ma se fra gli ebrei c'è chi non ne vuol sapere del dialogo tra i cattolici c'è chi non è da meno. E lo spiego succintamente nel prossimo post.

Attento ha detto...

Negli anno '80 purtroppo ancora non avevo scoperto Finkielkraut ed ero convinto dell'unicità della Shoah. Mi convince la sua analisi, basata sulla incapacità del comunismo di fare i conti con il passato. Non a caso la diffusionen e le traduzioni di "Vita e Destino" sono state così difficoltose e tardive (in italiano è uscito a dicembre e lo sto leggendo in questi giorni) Però a mettermi fuori strada fu anche la lettura di Primo Levi. Nell'appendice a una edizione di "Se questo è un uomo" rifletteva sulla differenza fra i Lager nazisti e il gulag sovietico. Concludeva che non erano comparabili perchè, mentre Stalin perseguitava degli uomini in quanto suoi oppositori, Hitler perseguitava gli ebrei in quanto tali, indipendentemente dalle loro opinioni o azioni. Mi sembra che da allora le riflessioni suop totalitarismi fortunatamente sono andate avanti.

francini ha detto...

Uno scritto che, per quanto dolente, è illuminante e profondo. Non trovo altre parole che di ringraziamento. Mi piacerebbe che, per esempio, nella giornata della memoria del prossimo anno qualche insegnante o qualche docente universitario utilizzasse questo scritto per proporre agli studenti un tema finalmente non banale e fuori dalle retoriche più innocue.

effedue76 ha detto...

Egregio professor Israel, quanto scrive a proposito dell'irruzione della metastoria nella interpretazione storica è particolarmente illuminante e mi trova completamente d'accordo.
Per la verità io andrei oltre, e parlerei di uno schema ermeneutico consolidato, che tende a sovrapporre alle situazioni contemporanee di conflitto uno schema metastorico o filosofico-storico improntato al Secondo Conflitto Mondiale. Quale l’utilità? Solo quella retorica di imporre alle parti in gioco un ruolo prestabilito e stereotipato, in cui si assegna meccanicamente la parte dei cattivi agli altri (i nazisti) e si tiene quella dei buoni per sé (gli Alleati). Come spiegare altrimenti la smania nello scovare novelli Hitler in giro per il mondo, da Bush ad Ahmadinejad? Di questa assurda operazione, nociva per la comprensione tanto del presente quanto del passato, è parte integrante l’identificazione odiosissima degli israeliani con i nazisti e dei palestinesi con le vittime di un nuovo Olocausto. A chi parla della Striscia di Gaza come di un Lager, sarei tentato di rispondere non per la via maestra, che mi porterebbe a ricordare quali responsabilità pesino sulla parte palestinese e su Hamas, ma per la via laterale, attuando su base linguistica un mero rifiuto pragmatico dell’analogia:
1. abbiamo prove del fatto che gli ebrei nei campi di sterminio lanciassero razzi qassam verso le città tedesche?
2. erano forse gli ebrei nei campi di sterminio sostenuti militarmente da una potenza straniera con l’arma atomica?
3. aveva per caso Theodor Herzl fatto fallire gli accordi di pace di Camp David?
4. compivano forse gli ebrei attentati suicidi contro i civili tedeschi?
Se tutte queste domande conducono il ragionamento all’assurdo, ne deve derivare che l’analogia in questione non è illuminante per la comprensione dei fatti, ma risponde unicamente ad un intento ideologico.

Caroli ha detto...

Carissimo effedue76, concordo in pieno coi suoi quattro punti. E posso credere che Gaza sia un lager a patto che mi si dica che i carcerieri sono i miliziani di hamas ed i loro capi. Attualmente, se si vogliono cercare rigurgiti di nazismo, ahmedinejad a parte, si può guardare molto più vicino: ad esempio, dalle parti di una certa clinica di Udine, dove si sta perpetrando quello che nella Germania di hitler era abituale: l'uccisione delle persone handicappate.

Caroli ha detto...

Non è detto che i presunti "buoni" lo siano per davvero, caro Effedue76. Tra gli alleati esisteva l'unione sovietica che, col suo GuLag e col "terrore rosso" aveva ispirato al nazismo il metodo della soluzione finale (non lo dico io, lo documenta Solzenicyn). E che aveva tentato di affiancare il nazismo nella guerra con il patto Molotov - Ribbentrop.
Per cui lo stereotipo che Lei denuncia è ancora più assurdo.