domenica 30 marzo 2008

A proposito della "lectio magistralis" di Umberto Eco

Nella sua “lectio magistralis” al Festival della Matematica di Roma Umberto Eco ha attaccato gli «usi perversi della matematica» – cabala, numerologia, paranormale – «usi che si danno ogni qual volta si vuole attribuire ai numeri un significato che va al di là del loro essere quel che sono, o del loro stare in rapporto ad altri numeri». Beato lui che conosce la vera essenza dei numeri. Speriamo che non gli sia chiara quanto lo è il misterioso concetto dell’andare al di là dello stare in rapporto dei numeri con altri numeri. Che la manipolazione dei numeri per prevedere il futuro o vincere al lotto sia una cialtronata estranea alla matematica, è ovvio. Ma fare carrellate storiche a sensazione mettendo nello stesso sacco Pitagora e le speculazioni numerologiche sull’11/9 delle Torri Gemelle non coltiva lo spirito critico. È stato dimostrato che la celebre formula di Spinoza “Deus sive Natura” fu ispirata da un’equazione numerologica kabbalistica: le vie della ragione sono molto complesse e talora certe idee arrivano dalle fonti più inattese. L’eliocentrismo non nacque dall’osservazione astronomica bensì dal recupero di antiche tradizioni mistiche. Il percorso di Keplero verso la formulazione delle sue tre leggi matematiche del moto dei corpi celesti passò attraverso il panpsichismo e l’idea dell’armonia cosmica. Il suo primo grande trattato, Mysterium Cosmographicum (si noti il titolo), calcolava le orbite e le distanze relative dei pianeti come riflesso di una struttura del cosmo basata sull’inclusione l’uno nell’altro dei poliedri regolari. Magistrali testi di storia della scienza – scritti da specialisti e non dal Mago di Napoli – spiegano come queste speculazioni abbiano stimolato lo sviluppo dell’astronomia moderna.
Leibniz mirava a costruire una «lingua esatta» con cui ricondurre ogni idea a «una sorta di alfabeto dei pensieri umani» e con cui scoprire le verità mediante «una specie di calcolo». Scrisse che «quella lingua vera potrebbe essere o una cabbala dei vocaboli mistici o un’aritmetica dei numeri pitagorici, o una caratteristica dei maghi, cioè dei sapienti». Proprio così. E aggiunse: «Sospettai l’importanza di questa cosa quasi ancora fanciullo e ora sono in grado di dimostrare con certezza geometrica che un tale compito è possibile e che entro un certo numero di anni può essere assolto». Così non è stato ma quella visione ha avuto effetti straordinari sullo sviluppo della matematica. Le relazioni di Leibniz con ambienti mistici e cabbalistici sono note. Anche lui era un ciarlatano? E che dire di Newton? Il celebre economista Keynes – dopo averne acquistato all’asta e letto i manoscritti teologici e alchimistici – disse di aver scoperto che il primo dei razionalisti era in realtà l’ultimo dei maghi. Anche Newton era influenzato da correnti mistiche: il suo filosofo di riferimento era il cabbalista cristiano Henry More. La scienza moderna non è nata dal razionalismo aristotelico medioevale (antimatematico), bensì dalla riscoperta del pitagorismo, del neoplatonismo, dallo sviluppo della numerologia come passo decisivo per affermare l’idea che “il libro della natura è scritto in lingua matematica”. Tutto ciò non ha nulla a che fare con l’uso “perverso” dei numeri o con la “smorfia”. La storia del pensiero è bella, interessante e istruttiva se fa comprendere, laicamente, la complessità delle vie della ragione che talora attraversano territori inattesi. Il fumetto pseudorazionalista di Eco può servire soltanto a creare ostacoli allo sviluppo dello spirito critico. E poi dicono che questi “eventi” festaioli servono a diffondere il razionalismo scientifico.
(Tempi, 27 marzo 2008)

sabato 29 marzo 2008

Un monumento all'indecenza

Resoconto:

La Cisl boccia la proposta degli intellettuali: non possono parlare di merito
di A.G.
Francesco Scrima ha condannato la lettera aperta a meno di 24 ore dalla sua presentazione: ma come possono perorare la causa del merito un gruppetto di docenti universitari ed editorialisti - fuori dal sistema scolastico da 30 anni e che percepiscono 800 euro ad articolo - se prima non ci spiegano come hanno raggiunto il loro status professionale?
L’attacco al sistema scolastico sferrato da un gruppo di intellettuali e docenti universitari ha ricevuto l’immediata bocciatura dai sindacati della scuola: a farsi portavoce delle organizzazioni sindacali, a meno di 24 ore dalla presentazione della lettera aperta in un liceo romano, è stato Francesco Scrima, segretario della Cisl Scuola, che ha ‘bollato’ l’iniziativa degli intellettuali come “inappropriata: in pratica sostengono che l’attuale modello di scuola è tutto da cancellare – ha detto il sindacalista -: ma come possono perorare la causa del merito un gruppetto di docenti universitari ed editorialisti - fuori dal sistema scolastico da 30 anni e che percepiscono 800 euro ad articolo - se prima non ci spiegano come hanno raggiunto il loro status professionale?”.
Scrima ha espresso il suo disappunto durante un'incontro formativo sulla professionalità del docente svolto a Roma presso l'università Pontificia lateranense. Tra i presenti c'era anche il Ministro della pubblica istruzione: "la meritocrazia - ha detto il leader della Cisl Scuola rivolgendosi proprio a Fioroni - prima che a scuola andrebbe applicata al mondo universitario e politico: come si fa, ad esempio, a liquidare nei programmi elettorali il sistema dell'istruzione in poche righe?".
Al sindacalista non è piaciuta la genericità con cui gli intellettuali hanno giudicato gli oltre 850 mila insegnanti della scuola italiana: "Sono stati trattati come sui giornali: una volta cirenei, un'altra eroi e un'altra ancora fannulloni. Il problema - ha sottolineato Scrima - è che questa categoria di lavoratori è profondamente insoddisfatta e sta vivendo una grave crisi di identità professionale. Anche per come è stato disatteso dal governo il patto sulla Conoscenza firmato appena sei mesi fa: un accordo che prevedeva l’investimento di grosse risorse economiche ed umane. Ma quando si fanno gli accordi è necessaria la serietà di entrambe le parti. Invece gli 11 mila tagli previsti in Finanziaria sono una minaccia alla qualità della scuola – ha tuonato Scrima guardando sempre il Ministro -, ci apprestiamo a vivere un anno scolastico con classi da 35 studenti e 2 disabili con seri problemi di spazi, convivenza e apprendimento”.
Scrima ha anche affrontato il problema della scarsa considerazione sociale. Ed economica: dopo che il rinnovo contrattuale è arrivato con due anni di ritardo e con una copertura che ha appena coperto l'inflazione, nell'ultima Finanziaria per il contratto 2008-09 della scuola sono stati stanziati appena 8 euro lordi a lavoratore.
"Ai docenti si chiede e viene delegato tutto: su chi ricadono tutti i problemi degli studenti, derivanti dalle storture della società e dalle crisi familiari, se non sugli insegnanti? Siamo di fronte ad un bivio che può rappresentare un’occasione propizia, ma anche il modo per deprofessionalizzare una volta per tutte la categoria e far sprofondare la scuola. Se si vuole investire sui docenti servono allora interventi seri e dire basta all’istruzione da intendere come terreno di scontro ideologico: la scuola non appartiene al centro-destra o al centro-sinistra, ma al Paese. Agli intellettuali che dicono basta riforme non mi stancherò mai di rispondere – ha continuato il sindacalista – che queste devono essere condivise e quando necessarie servono a cambiare quel che non funziona. E vanno fatte fare a chi lavora in prima linea nella scuola, non da quattro saggi chiusi nelle stanze”.
Scrima ha quindi ricordato come il nostro Paese vanti una scuola d’infanzia ed elementare all’avanguardia: “siamo tra i primi al mondo e queste realtà non vanno certo toccate. Va però sicuramente rivista qualche altra parte del sistema se al concorso per S. Cecilia si presentano solo in 28 su 36 posti, mentre per le selezioni del Grande fratello ci sono file da otto giorni prima”.
Le proposte della Cisl sono contenute in un manifesto fatto di sette punti: basta conflitti ideologici; stabilità al sistema; completare le riforme in atto; valorizzare il lavoro attraverso investimenti adeguati; superare le discriminazioni favorendo l’integrazione di studenti stranieri e disabili; migliorare il sistema di valutazione; attuare con decisione l’‘Intesa sulla conoscenza’.
Il Ministro Fioroni si è trovato d’accordo con Scrima nel dire che c’è bisogno di mettere mano su diversi punti, ad iniziare dall’esigenza di premiare il merito: per questo ha reputato immotivate le polemiche di questi giorni derivanti dalle due nuove prove comuni, affidate all’Invalsi (l’Istituto nazionale di valutazione), che gli alunni di terza media dovranno sostenere in contemporanea a livello nazionale per verificare le competenze acquisite in italiano e matematica. “Sono provvedimenti indispensabili – ha spiegato il Ministro – per evitare che gli alunni privi di conoscenze possano andare avanti. Il caso dell’Università Ca’ Foscari ci deve far riflettere: così tanti diplomati non ritenuti idonei a frequentare una facoltà letteraria per incapacità di comprendere e scrivere testi è una sconfitta del sistema scolastico. Per questo è fondamentale introdurre adeguate punizioni a chi non merita”.
Fioroni ha poi ribadito l’importanza di premiare l’eccellenza (“anche i meno meritevoli sono costretti ad alzare i livelli di apprendimento”), di introdurre un nuovo sistema di valutazione (organizzato dall’Invalsi) rivolto sia a docenti che studenti e di dare più spazio alle persone che operano positivamente nella scuola.
“E’ ora di finirla con gli incentivi a pioggia: i docenti che mettono a disposizione competenze e tempo vanno premiati attraverso risorse adeguate – ha concluso il responsabile del Dicastero dell’istruzione – anche perché rappresentano dei maestri di vita per gli stessi studenti: e i giovani, con le famiglie in crisi, hanno bisogni di persone positive da emulare”.
Su questo punto si era soffermato anche Pietro Barcellona, docente all’università di Catania: “viviamo in una società che non guarda più all’interiorità, ma esclusivamente sull’esteriorità. E’ bene – ha detto Barcellona – che i docenti riscoprano l’amore per l’insegnamento lavorando di più sulle idee e sui rapporti veri”.
Per Silvano Tagliagambe, professore ordinario di Filosofia della scienza all'università di Sassari, prima di riformare la scuola occorre mettere mano sulla didattica ed in particolare la metodologia dell'insegnamento. Il professore universitario ha spiegato quali sarebbero i principi ispiratori della riforma metodologica: "Occorre prima di tutto semplificare i contenuti, senza confondere il tutto con la banalizzazione - ha spiegato Tagliagambe - e per farlo occorre sempre una buona progettazione: perché è molto più facile complicare che semplificare".
Secondo l'epistemologo i docenti dovrebbero tutti essere in grado di passare dal sapere al saper fare: "La capacità applicativa - ha detto - serve a distinguere i contenuti superflui da quelli significativi. Per questo nella scuola è molto importante l'attività laboratoriale, come anche la capacità di trasferire un problema da un ambito all'altro". Ecco perché i docenti del futuro devono puntare sulla specializzazione ("meglio una testa ben fatta che una testa piena") e sull'organizzazione ("è un elemento indispensabile per armonizzare e trasmettere la conoscenza). Dovrebbero, in pratica, "diventare delle guide e dei facilitatori per la costruzione dell'identità personale", ha specificato l'accademico.
28/03/2008 (da "La Tecnica della scuola")

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Dunque Aldo Schiavone, Remo Bodei, Giovanni Sartori, Sebastiano Vassalli, Salvatore Veca, Ernesto Galli Della Loggia, Giulio Ferroni - tanto per citarne alcuni - dovrebbero rendere conto a questo signore di come hanno raggiunto il loro status professionale... Ma cos'è? Una gag di un film di Totò? E poi 800 euro ad articolo? Mi dica l'esimio sindacalista chi paga così perché a me ancora non è successo. Sarebbe interessante...
Purtroppo non è una gag di un film di Totò. Questa è l'Italia. Questo è il sistema dell'istruzione. In mano a personaggi che hanno il coraggio di parlare con tanta faccia di bronzo perché nessuno ha il coraggio di chiedere loro quali qualifiche e quale curriculum danno loro il diritto di pontificare di scuola e addirittura di "conoscenza".
Questo è il nodo scorsoio che attanaglia il sistema dell'istruzione: sindacati, pedagogisti e consulenti proni ai sindacati e politici tremebondi. Difatti, come ha potuto un professore come Silvano Tagliagambe ascoltare simili nefandezze senza prenderne le distanze? E come ha potuto il ministro Fioroni non rimettere a posto quel signore e, al contrario, per mediocri motivi elettorali, dichiararsi in parte d'accordo?
Comunque, questa è anche una manifestazione di panico perché i sindacalisti sentono benissimo che aria tira nella scuola e che gli insegnanti non sono affatto offesi del nostro appello. Al contrario. Sanno benissimo che questa è la via per difendere la loro dignità, e soprattutto la dignità dei tanti di loro che reggono sulle spalle il disastrato sistema scolastico. Contro i nullafacenti e i teorici del nulla che vogliono ridurli a "facilitatori" e "guide" riproponendo la solita zuppa indigesta del "saper fare" contrapposto al "sapere". Non a caso l'appello l'ha scritto un gruppo di insegnanti! Ma su questo è meglio tacere...

Peraltro gli insegnanti hanno risposto:

http://gruppodifirenze.blogspot.com/2008/03/comunicato-stamoa-sulle-dichiarazioni.html

lunedì 24 marzo 2008

COMUNICATO STAMPA

Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità


Mercoledì 26 marzo alle 15,30 si terrà presso il Liceo “Visconti” di Roma la conferenza stampa di presentazione di una lettera aperta ai partiti e ai candidati alle prossime elezioni. Titolo: “Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità”.
Di fronte alla grave crisi della scuola italiana, minata da decenni di falso egualitarismo e di buonismo, il gruppo dei firmatari, di grande prestigio e autorevolezza, si rivolge a tutti i partiti perché diano risposte convincenti e assumano impegni precisi davanti agli elettori. In altre parole, quali provvedimenti, ispirati ai valori del merito e della responsabilità, prenderanno per garantire la serietà, il rigore e l’efficacia della scuola?
La polemica di questi giorni sugli “esami a settembre” e i corsi di recupero lascia intravedere, al di là degli indubbi problemi che le nuove norme hanno creato, una forte resistenza ad un cambiamento in questo senso.
La lettera è firmata (in ordine alfabetico) da Gian Luigi Beccaria, Giovanni Belardelli, Remo Bodei, Piero Craveri, Giorgio De Rienzo, Giulio Ferroni, Ernesto Galli della Loggia, Sergio Givone, Giorgio Israel, Mario Pirani, Lucio Russo, Giovanni Sartori, Aldo Schiavone, Sebastiano Vassalli, Salvatore Veca. Alcuni dei firmatari hanno assicurato la loro presenza.


Per chiarimenti e informazioni:
Giorgio Ragazzini – 055 5000 881 / 347 613 55 36 / giorgio.ragazzini@libero.it

sabato 22 marzo 2008

SEGNALAZIONI

Segnalo un interessante libro sulla scuola che si aggiunge alle numerose denunce che giungono da ogni parte (ma il mondo politico continua a fare orecchie da mercante):

Paolo Mazzocchini, Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante a un genitore, Aracne editrice, 2007.

Va inoltre ricordato un classico che già parecchi anni fa ha denunciato lo sfascio della scuola elementare:

Clementina Melotti Boltri, C'era una volta... la scuola elementare. Diario, esperienze & proposte di una maestra, Edizioni Ares, 1996.

Segnalo inoltre che Domenica 23 marzo alle ore 23:15 su RadioUno, nel corso della trasmissione L'Argonauta, verrà trasmessa un'intervista sul mio recente libro "Chi sono i nemici della scienza?".
http://www.radio.rai.it/radio1/argonauta/search.cfm?V_ARCHIVIO=S

venerdì 21 marzo 2008

Festeggiano la strage nella scuola rabbinica e noi ci ostiniamo a voler dialogare con loro

Era difficile non condannare la strage compiuta nella scuola rabbinica di Gerusalemme. Anche il ministro degli esteri D’Alema ha parlato di «tragico, rivoltante attentato», ma non ha mancato di sottolineare che esso faceva «seguito agli scontri in cui hanno perso la vita 125 palestinesi», riproponendo il solito gioco dell’ “equivicinanza”: «da una parte c’è l’estremismo palestinese e dall’altra l’estrema durezza della reazione di violenza. Una spirale di violenza… ecc. ecc.». Inutile ripetere che è obbrobrioso mettere sullo stesso piano uno scontro militare in cui hanno perso la vita anche dei civili – soprattutto per la nefanda abitudine degli “estremisti” palestinesi di usarli come scudi umani – e un attentato deliberatamente rivolto contro un’istituzione religiosa che è stato salutato a Gaza con festeggiamenti e distribuzione di dolciumi. Non insisteremo sull’omissione del fatto cruciale: se fossero interrotti i lanci di missili sulle città israeliane (migliaia da quando Israele ha lasciato Gaza!) le risposte militari finirebbero. Non insisteremo perché la solfa del ministro è arcinota e ripetitiva. Vogliamo invece dire qualcosa circa l’indicazione del dialogo con Hamas come unica via d’uscita. Certo, anche molti israeliani sono tanto esausti da esser pronti a imboccare questa via, se fosse praticabile. Ma lo è? L’interlocutore è disposto a sedersi a un tavolo e a trattare senza precondizioni impossibili e senza offrire una tregua in stile coranico, ovvero una “pausa” in attesa di riprendere la lotta?
Molti dimenticano la costituzione di Hamas. All’articolo 7 si legge che «l’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo”». All’articolo 11 si dice che la terra di Palestina è affidata all’Islam fino al giorno della resurrezione e «non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa». Nel passato alcuni governi israeliani agirono come se queste fossero chiacchiere – e lo fossero le espressioni analoghe contenute nella costituzione di Fatah – mirando soprattutto alla diplomazia e all’economia. Fu un errore catastrofico. Non si tratta di chiacchiere bensì del pilastro ideale di questi movimenti. Fino a che non saranno cancellate e sconfessate ogni tentativo di realizzare la pace finirà male. Viceversa, la rinuncia dichiarata a quegli obbiettivi significherebbe che si è accettato di por fine all’educazione all’odio con cui vengono formate intere generazioni di palestinesi. Guardare al “sodo” – diplomazia e quattrini – fa tanto “concretezza” e invece è la miopia di chi non riesce a guardare oltre la punta del naso. E non vede che il vero problema è sempre il rifiuto di Israele di gran parte del mondo arabo e islamico: qualsiasi cosa Israele faccia non va bene perché è discussione la sua esistenza. Il vero dramma è l’impossibilità di far votare al Consiglio di sicurezza dell’ONU una mozione di condanna di un attentato come quello, perché il mondo arabo si oppone; è l’ossessione antiisraeliana della Commissione per i diritti umani che prepara la conferenza Durban 2; è l’antisemitismo che il fronte del rifiuto propaga nel mondo. Altro che lista di docenti ebrei! A deprecare quella sono pronti tutti: cosa costa condannare un pazzo isolato? Ma quando si tratta di parlare il linguaggio della verità al mondo arabo e islamico ecco i don Abbondio ben rincantucciati nella coperta del pragmatismo.
(Tempi, 20.3.2008)

lunedì 17 marzo 2008

Dal sito web di Francesco Alberoni

DISASTRO EDUCATIVO

Consiglio a tutti di leggere i primi capitoli del libro di Giorgio Israel " Chi sono i nemici della scienza? " perche illustrano, come non ho mai visto fare da nessun altro i catastrofici errori dei pedagogisti consulenti dei ministri che hanno influenzato tutte le rirorme scolastiche degli ultimi anni. Sono loro i veri responsabili della ignoranza dei nostri figli, della loro incapacità di pensare logicamente, di argomentare. Tutti coloro che possono, promuovano un dibattito sui giornali, in televisione su questa pedagogia perche solo se ce ne liberiamo potremo avere di nuovo una scuola adatta ai nuovi difficili tempi.

domenica 9 marzo 2008

L’Occidente che ha smarrito l’orgoglio di sé

Si immagini che venga pubblicata un’edizione delle opere di Galileo con un’introduzione in cui si spiega che quelle pagine luminose e razionali rappresentano un rifugio mentale dalla cruda realtà delle azioni dei musulmani descritta in termini sferzanti. Nascerebbe uno scandalo enorme pari a quello suscitato dalle vignette danesi su Maometto. In occidente molti deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile impresa è impensabile, è invece possibile pubblicare un’edizione delle Opere complete di Euclide (Bompiani) preceduta da un’introduzione in cui ripercorrere l’esercizio della ragione nella matematica greca viene definito come «un atto di resistenza al non-pensiero, alla brutalità travestita da atti umanitari, alla menzogna eretta a sistema» in un «presente atroce e bruciante» in cui «imperversano i gringos».
Di fronte a un simile abuso di un’opera classica per trattare di barbari un intero popolo («i gringos») non si è visto finora un sopracciglio alzato. Né facilmente se ne vedranno perché questa è solo una piccola ma emblematica manifestazione dell’odio di sé che dilaga in occidente e soprattutto in Europa. È la sindrome descritta dallo storico François Furet: «uomini che detestano il regime sociale e politico in cui sono nati, odiano l’aria che respirano, mentre ne vivono e non ne hanno conosciuto un’altra». Della civiltà occidentale viene salvato solo ciò che è abbastanza lontano da poter essere sognato come un’età dell’oro in cui ragione e pace regnavano incontrastate. Nei misfatti della storia dell’occidente vengono affogate anche conquiste ottenute a caro prezzo: libertà, garanzie, diritti delle donne, democrazia, quel bene supremo che – per dirla con Natan Sharansky – consiste nel poter scendere in piazza e parlare senza che nessuno ti porti via. Pare che ciò valga per noi assai poco se persino un vescovo anglicano propone di regalare spazi di sovranità alla sharia sottraendoli alle regole cui dovremmo tenere quanto all’aria; e se ascoltiamo a mani giunte la lezione di Tariq Ramadan che spiega la legittimità di boicottare una fiera letteraria, ovvero una manifestazione della libertà di espressione.
Apprendiamo che il Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU, in nome della lotta contro l’“islamofobia occidentale”, propone di decretare che l’offesa ai valori religiosi è razzismo. A Teheran l’alta commissaria ai diritti dell’uomo Louise Arbour ha ascoltato, coperta da un velo islamico, questo proclama d’intenti senza fiatare. Si dirà che di una simile condanna si avvarranno tutte le religioni. Ma avete mai sentito emettere da parte cristiana o ebraica una condanna a morte o soltanto una querela nei confronti di autori violentemente antireligiosi (fino all’insulto) come Richard Dawkins? È evidente chi si avvarrebbe di un simile decreto e quali sarebbero le conseguenze. Non potrebbero più essere protette persone che vivono sotto l’incubo di una condanna a morte, come Ayaan Hirsi Ali o Robert Redeker, autori di critiche nei confronti dell’islam che sono esempi di moderazione rispetto alla definizione dei cristiani come “cretini” o del Dio d’Israele come un “delinquente psicotico”. Avremmo svenduto i principi della democrazia e della libertà di espressione. E non solo: in tal modo verrebbe messo un cappio al collo a centinaia di milioni di persone che cadrebbero ostaggi senza speranza dell’integralismo sotto l’egida dell’ONU. Sta alle democrazie decidere se credono ancora in se stesse e sono capaci rifiutare il ricatto o preferiscono crogiolarsi nell’odio di sé, in una deriva verso l’autodistruzione.
(Il Messaggero, 9 marzo 2008)

domenica 2 marzo 2008

IN LIBRERIA DAL 29 FEBBRAIO

Giorgio Israel
CHI SONO I NEMICI DELLA SCIENZA?
Riflessioni su un disastro educativo e culturale e documenti di malascienza
Torino, Edizioni Lindau

Se l'avessi scritto io...

Se l'avessi scritto io mi sarebbe arrivata una scarica di insulti... Di fatto, ho scritto qualcosa di molto simile: vedi i post precedenti. E, puntualmente mi è arrivata una scarica di insulti condita di un pesante silenzio. Argomenti pochi. Neusner è un'autorità ed è anche ortodosso e quindi contro di lui si bofonchia a mezza bocca. Questo articolo mi ha consolato non poco. Non erano poi così stravaganti le tesi che avevo sostenuto.



Noi ebrei chiediamo che Dio illumini i gentili, loro possono farlo per noi

Israele prega per i gentili; perciò anche le altre religioni monoteistiche (compresa la chiesa cattolica) hanno il diritto di fare la stessa cosa, e nessuno dovrebbe sentirsi offeso. Qualsiasi altro atteggiamento nei confronti dei gentili impedirebbe a questi ultimi l'accesso all'unico Dio rivelato a Israele nella Torah. La preghiera cattolica manifesta lo stesso spirito altruista che caratterizza la fede del giudaismo. Il regno di Dio apre le proprie porte a tutta l'umanità: quando pregano e chiedono il rapido avvento del regno di Dio, gli israeliti esprimono lo stesso grado di libertà di spirito che impregna il testo papale della preghiera per gli ebrei (meglio: il "Santo Israele") da pronunciare al venerdì santo. Mi spiego. Per la teologia del giudaismo nei confronti dei gentili mi baso sulla liturgia standard della sinagoga, ripetuta tre
volte al giorno. Il testo cui mi riferisco è l'Authorised Daily Prayer Book delle United Hebrew Congregations of the British Empire (London 1953), che contiene una traduzione inglese di una preghiera per la conversione dei gentili, con la recitazione della quale si conclude il rito pubblico eseguito eseguito tre volte al giorno in ogni singolo giorno dell'anno. In questo testo Israele, in quanto popolo sacro (da non confondere con lo stato di Israele) ringrazia Dio per avere reso il popolo sacro diverso dalle altre nazioni, e chiede che il mondo sia portato fino alla perfezione, quando tutta l'umanità invocherà il nome di Dio inginocchiandosi davanti a Lui. Il testo della preghiera "E' nostro dovere lodare il Signore di tutte le cose" ringrazia Dio per avere creato Israele diverso dalle altre nazioni del mondo. Israele ha il proprio "destino", che consiste proprio nell'essere diverso da tutte le altre nazioni. A Dio viene chiesto di "eliminare gli abominii della terra", quando il mondo giungerà alla
perfezione sotto il regno dell'Onnipotente. Questa preghiera per la conversione di "tutti gli empi della terra", che sono '.'tutt gli abitanti del mondo", viene recitata non una volta all'anno ma ogni giorno. Ha un parallelo in un passo delle Diciotto Benedizioni, nel quale si domanda a Dio di spazzare via "il dominio dell'arroganza". Possiamo quindi affermare che nel giudaismo si chiede a Dio di illuminare le nazioni e di accoglierle nel suo regno. Proprio per sottolineare ulteriormente quest'aspirazione la preghiera "E' nostro dovere" è seguita dal seguente Kaddish: "Possa egli stabilire il suo regno durante la vostra vita e nei giorni e nella vita di tutta la casa di Israele". Questi passi tratti dalla liturgia standard del giudaismo non lasciano alcun dubbio sul fatto che, quando Israele si riunisce in preghiera, chiede a Dio di illuminare il cuore dei gentili. La visione escatologica trova il proprio nutrimento nei Profeti e nella loro visione di una singola umanità riunita, nonché in uno spirito liberale che si estende a tutta l'umanità La condanna dell'idolatria
non concede molto sollievo al cristianesimo o all'islam, che non vengono menzionati. Le preghiere chiedono a Dio di affrettare l'avvento del suo regno. Queste preghiere sono il corrispettivo di quella che chiede la salvezza di tutto Israele "quando il tempo avrà raggiunto la propria pienezza e tutta l'umanità entrerà nella chiesa". Le preghiere di proselitismo giudaiche e cristiane hanno in comune lo. stesso spirito escatologico e tengono la porta della salvezza aperta per tutti gli uomini. Tanto la preghiera "E' nostro dovere" quanto quella "Preghiamo anche per gli ebrei" sono la concreta espressione della logica del monoteismo e della sua speranza escatologica.

Jacob Neusner
professore dì Storia e teologia del giudaismo al Bard College di New York

domenica 24 febbraio 2008

Se tutto è relativo, anche la libertà, preparatevi a dare il benvenuto alla sharia

Memento per chi è favorevole all’ingresso della Turchia in Europa. Il primo ministro turco Erdogan, in visita in Germania, ha tenuto un discorso alla comunità turca durante il quale l’ha invitata ad integrarsi ma non ad assimilarsi «perché l’assimilazione è come un crimine contro l’umanità». Secondo l’europarlamentare tedesco di origine turca Cem Ozdemir, “integrazione” vuol dire parlare la lingua del paese in cui si vive, rispettare la costituzione e le leggi, mentre “assimilazione” vuol dire rinunciare alla propria religione, alla propria lingua, alle proprie tradizioni, come smettere di mangiare kebab e passare alla kartoffel salat. In effetti, Erdogan ha battuto il tasto sulla lingua, la religione e le tradizioni.
Se ne deduce che il primo ministro turco non ha idea di che cosa sia la democrazia liberale, la quale esige l’integrazione, cioè il rispetto della costituzione e delle leggi (e la conoscenza della lingua) – e fin qui non ci sono problemi – ma anche la libertà di cambiare religione, o di non averne alcuna, di smettere di parlare la lingua d’origine, di appassionarsi alla cultura del paese d’elezione e di mangiare quel che più aggrada, kebab, kartoffel salat, pastasciutta o involtini primavera. Non ha idea di che cosa sia la democrazia liberale perché considera questa libertà come un abominio, anzi come “un crimine contro l’umanità”. Se questo è lo spirito con cui settanta milioni di turchi debbono entrare in Europa, occorre dire: no, grazie, abbiamo già molti problemi, risolvete prima il vostro, di non farvi distruggere le conquiste del kemalismo da un rigurgito fondamentalista. Ha molti problemi la Germania che deve fare i conti con due milioni e mezzo di turchi aizzati al comunitarismo a implicazioni razziste. Ne ha abbastanza la Francia, per ragioni analoghe, e la Spagna che, dopo l’attentato di Madrid, ha un governo che chiede il voto islamico per rivincere le elezioni; per non parlare dell’Olanda che ormai è quasi islamizzata. Ne ha potenzialmente l’Italia e soprattutto ne ha di devastanti l’Inghilterra. Qui un vescovo anglicano va oltre il proclama di Erdogan, proponendo che una parte dei cittadini possa vivere fuori dalle leggi inglesi, sotto l’egida esclusiva della sharia. Viene avanzata l’inaudita proposta di conferire assegni familiari a nuclei poligamici. Nel frattempo, la giornata della memoria è stata annullata in molte scuole per rispettare la “sensibilità” dei musulmani che non vogliono sentir parlare dello sterminio degli ebrei. E, al contempo, si vieta di pronunziare le parole “mamma” e “papà” a scuola o negli ospedali e si fabbrica la vita come aggrada al primo Frankenstein di turno.
Forse Erdogan si permette di parlare così – a poca distanza dal cancelliere Merkel sfidando il suo ruolo di governante della nazione tedesca – perché percepisce questa drammatica debolezza, la disgregazione dell’Europa, la dissoluzione dei principi culturali, etici e morali che sono il pilastro della democrazia liberale. E si permette di sfidarli in modo irridente. Qualche scemo può dire che stiamo predicando una guerra di civiltà. Al contrario. Non rendersi conto di quel che accade significa preparare i drammi peggiori. Si tratta di decidere se teniamo ancora ai principi che sono il fondamento della libertà e che permettono di poter cambiare religione, cambiare abbigliamento, letture e cucina senza che qualcuno venga ad accusarci di compiere un crimine contro l’umanità. Si tratta di decidere se vogliamo ancora restare liberi.
(Tempi, 21 febbraio 2008)

venerdì 22 febbraio 2008

Un nuovo dramma si approssima

È difficile pensare che la situazione in Medio Oriente possa trascinarsi troppo in questo modo. Il lancio di missili da parte di Hamas sui territori israeliani sta facendosi sempre più intenso, e ciò è certamente conseguenza dell'ingresso massiccio di armamenti in quel periodo in cui la frontiera con l'Egitto si è aperta.
È sufficiente un rapido esame dei dati. Nel 2005 vi sono stati 417 lanci di missili Qassam o di tiri di mortaio. Questi lanci sono saliti a 968 nel 2006 e a 1645 nel 2007 (cfr. l'istogramma sotto riportato). Nel gennaio 2008 vi sono già stati ben 377 lanci.



All'attuale ritmo di lanci Israele riceverebbe nel 2008 circa 4800 missili o colpi di mortaio. Senza contare che i missili sono sempre più potenti e se prima raggiungevano soltanto la cittadina di Sderot, ora sono il grado di raggiungere Ashqelon e possono andare oltre, fin quasi ad Ashdod. Si veda la cartina. Attualmente circa 190.000 israeliani vivono sotto il tiro di questi ordigni.



Ancora alcuni dati. Il numero degli israeliani uccisi o feriti sono corrispondentemente aumentati: 90 vittime nel 2005, 91 nel 2006 e 125 nel 2007. Nel solo mese di gennaio vi sono state 250 vittime. Il 45% dei tiri sono caduti su Sderot e il 90% degli abitanti di Sderot ha avuto a che fare con un tiro sulla loro strada o su una adiacente.

È chiaro che una simile situazione è insostenibile. Sarebbe bene tenerla presente invece di parlare soltanto di crisi umanitaria a Gaza, magari per stabilire inaccettabili e vergognosi confronti tra Gaza e Auschwitz. Continuando di questo passo scoppierà una guerra regionale e allora bisognerà ricordare chiaramente di chi sono le responsabilità.

mercoledì 20 febbraio 2008

Una sfida incauta

Il professor Franco Cardini mi ha lanciato questa "sfida" sul Foglio:

Al direttore – Sono purtroppo un pessimo navigatore in rete. Per cui solo oggi, a quasi sei mesi di distanza, leggo una lettera pubblicata dal suo giornale nella quale il prof. Israel, tra l’altro, afferma: “Cardini è anche noto per i sentimenti non proprio benevoli nei confronti di Israele”. E’ vero il contrario: come ben sa chi legge le cose che scrivo (non parliamo di chi mi conosce personalmente) io amo Israele, dove ho anche più volte soggiornato per motivi di studio e dove ho molti amici. Ma evidentemente il prof. Israel non si riferisce alle critiche – anche molto dure – che ho spesso indirizzato ad alquanti governi israeliani, l’attuale compreso, per il suo modo di gestire la questione palestinese e la politica estera: queste critiche che possono anche essere sbagliate ma che restano legittime, e che non intaccano in nulla la simpatia e l’amicizia.
Il prof. Israel non si è dato la pena di controllare di persona quel che io dichiaro e scrivo (il che, data la sua professione di scienziato, è particolarmente grave), ma si è evidentemente fidato di giudizi e citazioni di seconda mano: magari tratti da “blog” che , per dirla con le sue parole, non sono proprio benevoli nei miei confronti. Anzi si tratta di blog gestiti da calunniatori di professione, spacciatori d’informazione scorretta, con i quali si possono avere rapporti solo attraverso i legali e la magistratura. Sfido pertanto formalmente il prof. Israel a fornire le prove della mia “ostilità” citando direttamente cose fatte e scritte da me che comprovino non già il mio disaccordo dinanzi a fatti specifici, bensì il pregiudizio israeliano del quale sarei portatore.
Franco Cardini

Segue la mia risposta. Il Foglio, per evidenti ragioni di spazio, l'ha leggermente tagliata. Qui ne fornisco la versione integrale:

Non ritengo che si possa abusare dello spazio gentilmente concesso dal Foglio per stendere un dossier circa le dichiarazioni “antipatizzanti” nei confronti di Israele del professor Cardini. Sostenere che Hamas – un movimento che predica la distruzione di Israele, anzi prescrive nella sua costituzione di scovare e ammazzare ogni ebreo dietro ogni pietra – «non è un’organizzazione terroristica bensì un partito politico, un sodalizio di combattenti e una forza sociale», sarebbe materia di umorismo se non fosse stato scritto seriamente dal professor Cardini sul suo blog. Ma l’unico esempio su cui voglio soffermarmi è la sua adesione, tra i primi firmatari, all’appello “Gaza vivrà”. In questo appello si dice che «un milione e mezzo di esseri umani […] come nei campi di concentramento nazisti sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali», mentre Israele bombarda cittadini inermi. Non si dice che se i “cittadini inermi” smettessero di lanciare missili sui civili israeliani cesserebbe ogni intervento contro di loro, senza contare che il blocco di cui si parla non è mai stato e non è nei termini descritti. Ma, falsificazioni a parte, è indecente il confronto tra Gaza e i campi di concentramento nazisti, nei quali – com’è noto – gli internati erano armati fino ai denti e sparavano missili quotidianamente. La denuncia del carattere scandaloso di questo confronto ha provocato una risposta da parte di alcuni firmatari tra cui lo stesso Cardini (Corriere della Sera, 11 novembre 2007) in cui si dice: «la nostra era una legittima energica denuncia non del carattere nazista della politica israeliana – non avrebbe alcun senso affermarlo – ma delle condizioni di vita miserabili della popolazione palestinese di Gaza che sono sicuramente paragonabili a quelle di un campo concentramento nazista». Così il paragone veniva sfrontatamente riproposto; e poiché le condizioni “sicuramente paragonabili” erano spiegate nell’appello come dovute alla politica israeliana, la precisazione equivaleva a una conferma, nascosta sotto un contorto cavillo non degno di intellettuali che hanno funzioni educative. Cardini pare aduso a questo genere di cavilli da far invidia al pilpul talmudico. Ad esempio quando, alla richiesta di Pierluigi Battista di prendere le distanze da un’edizione vergognosamente antisemita del Corano per cui aveva scritto una prefazione, asserì di volerlo fare anche se «le pur incaute espressioni» si iscrivevano «nell’ambito non dell’antisemitismo bensì in quello – riprovevole: ma da non confondersi col primo – dell’antigiudaismo». Meno male: perché un conto è sentirsi chiamare scimmie e porci in un contesto antigiudaico, altro conto in un contesto antisemita. Volete mettere?
Lasci quindi perdere Cardini le sfide. Se poi è in vena di ripensamenti siamo pronti a dimenticare anche “Gaza vivrà”.
Giorgio Israel

Faccio un'aggiunta. Il professor Cardini non ha avuto, come me, più di metà della famiglia gassata ad Auschwitz. Non gli auguro di trovarsi in una situazione del genere, che gli permetterebbe però di capire l'indecenza del confronto che ha sottoscritto. Dovrebbe riflettere e capire quanto quel paragone sia offensivo. Un minimo di consapevolezza dovrebbe trattenere dall'osare di lanciare addirittura una sfida dopo aver sottoscritto un appello ignominioso come "Gaza vivrà".

sabato 16 febbraio 2008

Dialoghi incrociati e una conferma impressionante

La polemica sulla preghiera "Oremus et pro iudaeis" ha avuto sviluppi sul sito di Informazione Corretta. Alcuni lettori di quel sito, cui collaboro, hanno espresso il loro accordo con le tesi esposte negli articoli qui riportati (e riportati anche su Informazione Corretta). Altri hanno espresso il loro dissenso. Ho inviato a Informazione Corretta una risposta, rivolta in particolare a una lettrice. La riporto qui per l'eventuale beneficio dei lettori di questo blog.

Ma subito dopo riporto un documento che costituisce una conferma puntuale di quanto vengo scrivendo da tempo.
I tradizionalisti cattolici hanno colto perfettamente che la posizione di Martini è quella realmente antigiudaica, mentre i nostri incauti protestatari se la prendono con l'Oremus in nome delle stesse formule che Martini ha riportato in auge con il plauso dei tradizionalisti.
Difatti, la sua è la vera posizione coerente con quella preconciliare: amare gli ebrei ed essere loro vicini per spiegare loro il tragico errore da cui debbono emendarsi.


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Danielle Sussmann dice che spera "finalmente" di conoscere la mia opinione. Non so cosa debbo fare. Ho scritto un articolo sul Corriere della Sera, un altro sul Foglio ("Mettere la chiesa nell'asse del male antisemita è una follìa"), riportati entrambi da Informazione Corretta, e il secondo preceduto da un commento rivolto espressamente ai lettori di Informazione Corretta... Che debbo dire?
Senza intasare troppo Informazione Corretta posso rinviare al mio blog (http://gisrael.blogspot.com/) dove, in coda all'articolo sul Foglio ho inserito una sintesi - ripresa dalla rete - delle posizioni del rabbino David Berger. Mi si consentirà, è una sintesi chiara, netta e approfondita dal punto di vista teologico. Spiega perché l'approccio di Ratzinger è il più confacente e coerente per un produttivo dialogo ebraico-cristiano. Questa litania della Nostra Aetate che sarebbe stata gettata al cestino dall'attuale Papa, è una baggianata. Nella Nostra Aetate il superamento della teologia della sostituzione era molto meno netto di quanto non sia stato nelle dichiarazioni successive di Giovanni Paolo II (in cui ha avuto parte decisiva il cardinale Ratzinger, che è stato il "teorico" del precedente pontificato) e soprattutto nel fondamentale testo ratzingeriano "Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana". Poi c'è stato il discorso di Colonia e soprattutto il recente libro Gesù di Nazaret, con il dialogo col rabbino Neusner. Con tutti questi testi e contributi la teologia della sostituzione e l'insegnamento del disprezzo sono stati definitivamente messi al bando, in una linea di sviluppo dal primo (insufficiente) passo costituito dalla Nostra Aetate.
So bene che esistono ambienti cattolici - come quel gruppo il cui documento è stato pubblicato su Informazione Corretta - che sostengono che il vero punto più alto è stato la Nostra Aetate. Ma sbagliano e di grosso: la Nostra Aetate è stata il punto di partenza. Il fatto è che la Chiesa è divisa e ci sono correnti antiratzingeriane che qualsiasi cosa dica il Papa lo attaccano. Questo non dovrebbe riguardare gli ebrei, che se ne dovrebbero tener fuori e ragionare oggettivamente. E soprattutto non dovrebbero farsi strumentalizzare dalle correnti cattoliche ostili all'attuale Papa nelle loro campagne d'inverno. E invece accade il contrario. Ho messo in luce (su Shalom, vedi anche il mio blog) le tesi aspramente antigiudaiche contenute in un recente libro del cardinale Martini, sfidando a reagire e a mostrare che non esisteva un atteggiamento di "due pesi e due misure". Sfida vinta, purtroppo. Quelle affermazioni non hanno destato una sola protesta, malgrado in privato mi sia stata data ragione... Nel pieno della polemica sull'Oremus Martini ha invocato l'amore per gli ebrei indicando però precise misure di indottrinamento volte a facilitare l'"evangelizzazione dei non cristiani". Qualcuno ha protestato, ha detto una sola parola? Niente. Anche se, ancora una volta, in privato mi è stata data ragione. In pubblico, invece, il rabbino Laras, con retorica penosamente acquiescente, ha indicato Martini come il modello di dialogo ebraico-cristiano... Sconcertante.
Abbiamo capito che qualsiasi cosa dica Ratzinger per taluni è un "fascista", un "pastore tedesco", un "antisemita" ecc. ecc. Ma queste sono faccende politiche che non dovrebbero coinvolgere una valutazione oggettiva.
Aggiungo che trovo sconcertante il modo con cui è stato preso in faccia il micidiale schiaffo dell'annullamento della visita dell'imam della Grande Moschea alla Sinagoga, proclamando anzi: "le porte della Sinagoga restano aperte al dialogo fra islam e ebraismo". Nel frattempo venivano brutalmente chiuse a quello tra ebraismo e cristianesimo. Doppiamente sconcertante.
Sussmann dice che le porte le ha chiuse il Papa e che io commetto un "errore" perché vi è stato un ritorno all'"antigiudaismo rituale" della Chiesa. Non basta asserire, bisogna dimostrare e far fronte agli argomenti. Insisto fino alla noia che, una volta rimossa la teologia della sostituzione e le espressioni di disprezzo, l'antigiudaismo è tolto. Nella versione della messa in latino di Giovanni XXIII - su cui nessuno ha fiatato, forse perchè quello era un papa "buono" e di sinistra... - si parlava ancora di "accecamento", un termine tipico dell'antigiudaismo, guarda caso ripreso nel recente libro del cardinale Martini. Nella versione attuale quel termine è stato tolto ed è rimasta soltanto l'invocazione a che Israele si riunisca "tutto" nel riconoscimento di Cristo (in termini escatologici). Il senso di questa preghiera residua è stato spiegato da monsignor Ravasi (vedi qui) e pertanto non insisto.
Resta una domanda che non evito: non si poteva eliminare tutto? Le ragioni della scelta di mantenere una versione depurata dell'Oremus sono ancora evidenti dal testo di Ravasi e attengono alla volontà di sottolineare la fede in Cristo come qualcosa di centrale per il cattolicesimo e non un'opzione di cui quasi vergognarsi. Si veda ancora, al riguardo, quanto dice il rabbino Berger, nonché un'interessante pagina-intervista al rabbino Neusner su l'Osservatore Romano. È una scelta che riflette l'intenzione di trovare un delicato punto di equilibrio tra il rispetto per l'ebraismo e la riaffermazione della fede in Cristo. Perché continuare a porre al centro gli ebrei? Perché l'ebraismo ha un rapporto assolutamente speciale con il cristianesimo. D'altra parte, l'ebraismo rappresenta la punta di diamante della negazione teologica della divinità di Cristo. Perciò, quella preghiera residua, depurata di ogni accento di disprezzo antigiudaico, esprime un punto di equilibrio tra due esigenze: il legame assolutamente speciale con l'ebraismo e il desiderio escatologico del ricongiungimento delle due fedi in quella che (legittimamente) si ritiene vera, ovvero quella cristiana.
Ancora due osservazioni.
Si dice che questa insistenza - messa in latino, Oremus et pro iudaeis, riaffermazione della centralità della divinità di Cristo - testimoniano un pericoloso ritorno a una visione integralista, un "indurimento" dottrinario. Mettiamo pure che sia vero. Ma ci vuole un bel coraggio a dirlo, da parte del rabbinato italiano. Chi è che sta producendo un indurimento dottrinario senza precedenti che ha ribaltato il modello ortodosso ma aperto alla Toaff a favore di un modello rigidissimo, in particolare sulla questione dell'accettazione dei figli di madre non ebrea? È noto che tale scelta ha prodotto fratture profonde, persino la nascita di una comunità ebraica riformata a Milano, di primi nuclei in altre città e di una crisi a Torino. Come si fa a parlare di "indurimento dottrinario" altrui senza vedere la trave nel proprio occhio?
Infine, bisogna stare attenti a chiedere la soppressione delle preghiere altrui, quando affermano la superiorità della propria fede e lo fanno in modo non offensivo. Non sarò io a stendere una lista delle preghiere ebraiche che affermano la superiorità della fede ebraica, l'unicità del patto e che discreditano le fedi altrui. Non lo farò perché in questi giorni la rete (e anche la stampa) pullula di citazioni in tal senso, accompagnate da espressioni di fastidio e irritazione nei confronti di questi ebrei che non si accontentano mai e che non lasciano che altri facciano quel che sarebbe consentito soltanto a loro. Sono spesso espressioni che lasciano riemergere sentimenti antigiudaici. Sappiamo tutti che nel mondo cristiano questi sentimenti sono ancora molto diffusi: come potrebbe essere altrimenti dopo secoli di "insegnamento del disprezzo"? Mi chiedo però se si doveva scegliere la via maestra per andarli a riattizzare, invece di riannodare pazientemente il dialogo con coloro che sono disposti a tessere una trama di comprensione e di tolleranza. Mi chiedo se non si poteva aprire un dialogo, magari critico, sull'Oremus senza lanciare proclami e rotture addirittura decretando la sospensione di ogni attività o incontro riconducibile a qualsiasi forma di dialogo con i cattolici. Sottolineo con forza che una linea più riflessiva e costruttiva è stata indicata da consistenti parti del rabbinato non italiano. All'estero vi sono state proteste e critiche, ma nessuna ha raggiunto il livello acutissimo di quelle italiane. Qui si è scelta la linea dello scontro frontale, infischiandosene dei rigurgiti antiebraici che essa può provocare, e che sta provocando. Mi auguro che prevalga presto una linea più meditata, riflessiva e costruttiva. Se così fosse, mi scuso per la presunzione, ma avrò avuto in questo un piccolo merito.

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Dal blog di Sandro Magister


Inaudito: i supertradizionalisti applaudono il cardinale Martini

Sull’ultimo numero di “Sì sì no no”, il periodico dei tradizionalisti estremi, compare un sorprendente osanna a una loro bestia nera, il cardinale Carlo Maria Martini.

L’occasione è un libro, “Le tenebre e la luce”, edito da Piemme, nel quale l’arcivescovo emerito di Milano pubblica un corso di esercizi spirituali da lui predicato a Gerusalemme nel giugno del 2007 sui capitoli della Passione nel Vangelo di Giovanni.

A proposito del sinedrio e della sua condanna di Gesù, Martini a un certo punto scrive:

“Ci troviamo davvero di fronte al crollo di una istituzione, una istituzione – notiamo – che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale […] in vista del quale era sorta”.

E prosegue:

“Si pone qui un problema gravissimo, quello della possibilità che un’istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare. […] Le loro menti si sono accecate. Infatti lo spesso velo sino ad oggi rimane non rimosso quando leggono l’Antico Testamento, perché in Cristo soltanto esso si annulla. Anzi, fino ad oggi, quando si legge ad essi Mosé, un velo giace sopra il loro cuore”.

Veramente, prima che se ne fossero accorti quelli di “Sì sì no no”, queste tesi del cardinale Martini avevano fatto sobbalzare un osservatore ebreo, il professor Giorgio Israel. Su “Shalom”, la rivista della comunità israelitica di Roma, nel numero dello scorso novembre, Israel aveva scritto che Martini aveva compiuto “un salto logico sconcertante” decretando “la fine storica dell’ebraismo”, sostenendo che “il dono di Dio a Israele è stato revocato”, riproponendo “la teologia della sostituzione” e insomma “facendo fare un passo indietro persino rispetto alla Nostra Aetate”.

All’opposto, “Sì sì no no” scorge ora nel cardinale Martini un apprezzabile principio di ravvedimento rispetto alle sue precedenti posizioni “filogiudaizzanti”. Ed applaude a questo “inatteso sprazzo di luce”.

Ma di curioso c’è dell’altro. Sulle “menti accecate” e sul “velo sopra il cuore” hanno fatto leva le vibrate proteste di alcuni ebrei contro le formule in uso nella preghiera del Venerdì Santo secondo il rito antico liberalizzato da Benedetto XVI, preghiera in procinto di essere modificata. Ma proprio su tali concetti poggia l’argomentazione del cardinale…

giovedì 14 febbraio 2008

Si può salvare la scuola? Faccia a faccia tra Giuseppe Bertagna e Giorgio Israel

Il link porta a una sintesi. È possibile scaricare il pdf completo della discussione dal sito di Liberal

Torino se non altro ha fatto esplodere la doppiezza del “moderato” Ramadan

La vicenda del boicottaggio nei confronti dell’invito a Israele quale ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino ha avuto almeno un risvolto positivo: è caduta definitivamente la maschera di rispettabilità con cui Tariq Ramadan tenta di nascondere il suo volto di estremista. In un’intervista rilasciata ad Aki-Adnkronos International egli ha dichiarato che il boicottaggio deve esserci e in modo deciso. Rivolgendosi «non soltanto agli scrittori arabi e musulmani, ma a tutti gli uomini di coscienza» ha detto: «Dobbiamo affermare in modo chiaro che non si può approvare nulla che provenga da Israele». Una frase terribile: nulla può essere approvato… Non si potrebbe immaginare un rifiuto al dialogo più assoluto. Nei fatti si tratta di un’espressione razzista. Ma, attenzione! Tariq Ramadan ha successivamente smentito. Ha dichiarato che lui una frase simile non avrebbe potuto mai dirla, anche se aveva incitato al boicottaggio; anzi, che non aveva mai rilasciato dichiarazioni agli organi di stampa, come La Repubblica, che le avevano riprese (non parla dell’agenzia che è stata la fonte primaria). A questo punto, il vittimismo di Ramadan, secondo cui appena lui parla si mette in moto una “propaganda menzognera”, diventa ripetitivo e assume aspetti grotteschi. Anni fa se la prese con la “lobby ebraica” che controllava, a suo dire, la cultura francese: vi fu una levata di scudi e lui disse di essere stato frainteso. Poi dichiarò a un periodico italiano che giustificava i “martiri” suicidi, ed anche quella dichiarazione fu dichiarata falsa, malgrado le conferme del giornalista. E ora la storia si ripete con le frasi sul boicottaggio. Siccome alla versione che esista una congiura universale contro Ramadan (organizzata da chi? dalla “lobby ebraica”?) può credere soltanto lui, delle due l’una: o Ramadan è un totale sprovveduto e non sa comportarsi con giornali e agenzie, dice e disdice caoticamente; oppure qui è in gioco una strategia più sottile. In altri termini, quando si profilano delle situazioni particolari in cui si richiede una presa di posizione molto netta parte una dichiarazione radicale, persino una “fatwa”, come è di fatto quella raccolta dall’agenzia Aki-Adnkronos International. Poi, non appena il messaggio è stato recepito da chi doveva recepirlo, viene la smentita che restaura la facciata moderata per gli “altri”. Che si tratti della prima ipotesi o della seconda, il risultato è lo stesso. Non un intellettuale arabo o palestinese si discosta dall’indicazione del boicottaggio: colpisce la virulenza del linguaggio con cui lo scrittore anglo-pakistano Tariq Ali, dopo aver accettato di venire a Torino, ha cancellato prontamente l’invito con parole improntate al rifiuto totale di Israele. D’altra parte, coloro che vogliono credere per dabbenaggine o complicità che Ramadan sia un moderato trovano la smentita ad uso e consumo.
Poi ci sono le quinte colonne nostrane. È da notare, al riguardo, come uno dei maggiori sostenitori del boicottaggio a Torino, Gianni Vattimo abbia stabilito un parallelismo esplicito con la vicenda della mancata visita del Papa Benedetto XVI all’Università di Roma “La Sapienza”. Alla Sapienza – dice Vattimo – il Papa sarebbe stato ricevuto in pompa magna, talmente magna da non sopportare neppure la presenza di pochi contestatori. E aggiunge: «Questo caso di Israele alla Fiera è lo stesso». Non a caso, i boicottatori di Torino, con in testa Angelo D’Orsi sono calati alla Sapienza muniti di 1500 firme per manifestare il “diritto al dissenso” e la solidarietà con i colleghi “cattivi maestri”. Si dice però che ad ascoltarli non ci fossero più di quattro gatti.
(Tempi, 14 febbraio 2008)

mercoledì 13 febbraio 2008

Mettere la chiesa nell’asse del male antisemita è una follia

Dal 1967 dedico un impegno militante nella lotta contro l’antisemitismo ma non ho mai provato un malessere come quello provocato da certe posizioni recenti che, se dovessero prevalere, mi spingerebbero a dire: mi dimetto.
La vicenda della lista nera dei docenti è un modesto episodio tra tanti. Liste analoghe sono circolate, senza che succedesse nulla. Da anni certi docenti si occupano, nei loro blog, con ossessiva ostilità degli ebrei e di Israele. Non di rado sono comparse in rete minacce anche personali, con tanto di nome e cognome: è capitato anche a me e le solidarietà sono state avare. Invece, attorno a questo modesto episodio è scoppiata una tempesta mediatica senza precedenti che non si è vista per vicende ben più gravi come gli appelli al boicottaggio scientifico di Israele. Né si è vista tanta indignazione per le scandalose affermazioni circolate attorno alla campagna di boicottaggio della Fiera del libro di Torino. Tale è il caso dello slogan “Gaza come Auschwitz”, che è stato ripreso, come una giaculatoria, persino da taluni contrari al boicottaggio. Forse si vuol far credere che gli internati di Auschwitz fossero armati fino ai denti e sparassero centinaia di missili sulle cittadine circostanti.
Queste sono le tragiche infamie – propaganda goebbelsiana: ripeti mille volte una menzogna e diventerà una verità – che alimentano l’antisemitismo, messe in giro da piccoli gruppi capaci di captare l’attenzione, secondo un meccanismo ben descritto da Pierluigi Battista sul Corriere: «Pochi, prepotenti ma abili con i media». Ed è molto pericoloso il silenzio che circonda questi slogan e il modesto livello delle proteste attorno alle iniziative di boicottaggio, a fronte del clamore attorno alla “lista nera”.
Comunque, nulla autorizza a “temere un’altra notte dei cristalli”. Il Presidente del Congresso Ebraico Europeo Moshe Kantor deve avere scarse conoscenze di storia per fare raffronti simili. La vera notte dei cristalli è quella cui rischia di andare incontro l’Europa, ormai in fase di dissoluzione di fronte all’assalto dell’integralismo islamico, tra vescovi anglicani che propongono la legalizzazione della sharia e decisioni di conferire assegni familiari ai poligami. Di questo dramma l’antisemitismo è soltanto la misura della febbre.
Ancor più sconcertanti sono le dichiarazioni di Elan Steinberg, direttore del World Jewish Congress che indica come segnali di una drammatica situazione antisemita in Italia tre incidenti: il boicottaggio di Torino, la lista nera e la preghiera cattolica in latino per la salvezza degli ebrei. I primi due hanno con l’ultimo la stessa relazione che intercorre fra le nozze e l’equinozio. Steinberg è giunto a parlare di un asse del male operante in Italia formato da estrema destra, estrema sinistra e integralismo islamico con l’apporto della Chiesa. In più vi sarebbe la “sorpresa” dei comunisti, che egli confonde col vecchio PCI.
Circa la preghiera tridentina si può pensarla come si vuole ma è consigliabile la moderazione. L’autorevole rabbino David Rosen, presidente dell’International Jewish Committee per il dialogo interreligioso, pur esprimendo legittime perplessità, ha definito “rash decision” (decisione sconsiderata) l’interruzione del dialogo da parte del rabbinato italiano e ha invitato a non creare un casus belli. Anche un’assemblea di 400 rabbini americani ha invitato alla calma e alla ponderazione, e il suo presidente Alvin Berkun ha definito l’iniziativa del rabbino Di Segni «estrema e molto dannosa». Se è sconsiderato interrompere il dialogo, collocare la Chiesa nell’asse del male antisemita è un’autentica follia.
Ma, come se non bastasse, Steinberg presenta l’Italia come epicentro dell’antisemitismo e addirittura non esclude l’ipotesi di un boicottaggio nei suoi confronti. Egli è totalmente disinformato e qualcuno gli deve aver raccontato balle invece di spiegargli che l’Italia è uno dei paesi meno antisemiti d’Europa.
Giorni fa scrissi su questo giornale che “se” fossero state poste condizioni e richieste di bilanciamenti a Israele per confermargli l’invito come ospite d’onore al salone di Torino, sarebbe stato meglio non andare. Gli sviluppi successivi hanno mostrato che quelle condizioni non sono state poste e quindi che Israele può mandare dignitosamente la sua delegazione di scrittori a Torino. I boicottatori sono stati messi all’angolo, anche se tenteranno di organizzare qualche scandalo nello stile del boicottaggio della visita del Papa alla Sapienza. Per quel richiamo che avevo fatto a evitare situazioni umilianti, qualche buontempone alla Gad Lerner mi ha accusato di promuovere un boicottaggio simmetrico e addirittura di essere un “complice” dell’“opposta schiera” dei boicottatori. Ora, un minimo di coerenza richiederebbe un’energica presa di distanza da quello che è un vero appello al boicottaggio, e per giunta dissennato. È da augurarsi che posizioni come quella di Steinberg spariscano prontamente dalla scena. Perché, se dovessero prendere piede, avrebbero il problema di trovare soldatini abbastanza sciocchi da farsi arruolare in un simile guerra irresponsabile.
(pubblicato su Il Foglio, 13 febbraio 2008)
VEDI ANCHE: Informazione Corretta

domenica 10 febbraio 2008

Sulla questione della preghiera per gli ebrei nella messa in latino

Intervento sul Corriere della Sera del 10 febbraio 2008

Non debbo esibire credenziali avendo preso ferma e ripetuta posizione – su questo giornale e altrove – contro la pratica e la teoria delle conversioni forzate degli ebrei e il cosiddetto “insegnamento del disprezzo”. Una volta rimosso questo armamentario e il suo cardine, la “teologia della sostituzione” – ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita alla Ecclesia cristiana – cosa resta? Certamente il diritto di credere nella verità della propria fede. Come ha affermato il rabbino David Berger, purché i cristiani non denigrino l’ebraismo hanno il diritto di affermare che l’ebraismo sbaglia attorno a questioni centrali come quella della divinità di Gesù; poiché è valido il diritto simmetrico. Essi – osserva Berger – hanno anche il diritto di aspirare a che gli ebrei riconoscano la divinità di Cristo alla fine dei giorni e di affermare che la salvezza è più difficile per chi non è cristiano. Secondo Berger, la posizione ratzingeriana, in quanto evita un “doppio standard”, è più rispettosa per l’ebraismo di molte altre. Al contrario, secondo il rabbino Laras riaffermare che la verità sta in Gesù Cristo implica lo screditamento dell’ebraismo come fede fallace. Ma, se la Chiesa riconosce che l’ebraismo è la base solida su cui poggia il Cristianesimo, non si può negarle di ritenere che il cristianesimo costituisca un passo in avanti, come non si può negare agli ebrei il diritto di rifiutare tale passo. Proprio in quanto la questione della divinità di Gesù è il nodo cruciale di divergenza, è su di essa che si misura un dialogo franco e onesto, come quello tra Benedetto XVI e il rabbino Neusner. Invece, posizioni come quella di Laras servono soltanto a dare argomenti a chi sostiene che le religioni sono intrinsecamente intolleranti e non riescono a parlarsi se non imponendo all’interlocutore di piegarsi al suo punto di vista o, nel migliore dei casi, di tacere le divergenze in quanto offensive.
Dice Laras: cosa succederebbe se gli ebrei trattassero in modo simmetrico la fede cristiana? Lo fanno. Lo facciamo. Non ho bisogno di insegnargli che le preghiere ebraiche sono (inevitabilmente) intrise della convinzione di possedere il vero e la vera elezione. Quanto alla conversione, gli ebrei non la cercano soprattutto per specifiche contingenze storiche. Nel passato vi sono state conversioni anche massicce all’ebraismo, a meno di non credere alla favola che gli ebrei sono i discendenti geneticamente puri dei 600.000 che ricevettero la rivelazione al Sinai.
Tolte le conversioni forzate e l’insegnamento del disprezzo, che danno può venire da una preghiera per la salvezza degli ebrei, se non ispirata da malanimo e accompagnata da coercizione? E perché temere il desiderio di conversione? Mio padre – uomo tanto laico quanto di fede solida – fu invitato da un prete cattolico a un confronto con intento di conversione. Accettò e trascorse due giorni con lui. Poco ci mancava che le cose andassero all’inverso… Una fede sicura e libera da costrizioni non ha bisogno di arroccarsi, come non si ritrassero dal confronto i grandi maestri dell’ebraismo medioevale persino quando i tentativi di conversione erano sostenuti dalla violenza.
L’interruzione del dialogo propugnata dal rabbino Laras è regressiva e pericolosa, e avrebbe senso soltanto per una fede traballante e svuotata. Poiché questo non è il caso è da augurarsi la scelta di un atteggiamento più riflessivo e razionale.

So bene che questa presa di posizione susciterà dissensi, ma dopo attenta riflessione l'ho presa in coscienza.
D'altra parte mi sento confortato da questa dichiarazione del Rabbino David Rosen:


Reached in his office in Jerusalem, Rabbi David Rosen of the American Jewish Committee, a veteran of Catholic-Jewish dialogue, said that he too had his "hopes raised" that an explicit reference to conversion would have been excised. Rosen noted that the expansion of the Latin rite "had nothing to do with this prayer, and nothing to do with the Jews," but was rather an attempt by the Pope to mend fences with Catholic arch-traditionalists. Still, the language of the Good Friday prayer sounds to Jews to be "exclusivist and triumphalist," said the rabbi.
Rosen, who has worked with Benedict since he was a Vatican cardinal, said he worries that the Pope seems to "insulate" himself from top advisers who might alert him to potential fallout. Still, Rosen called his Italian rabbinical colleagues' break in dialogue with Catholics a "rash" decision. "There's so much at stake for Jews and Catholics and Benedict himself that we must ensure that this difficulty will not torpedo the commitment to advancing Jewish-Catholic relations," Rosen said. "Yes, we must speak up. But there is nothing to be gained from making this a casus belli."

"Rash decision" si traduce con "decisione sconsiderata"

Aggiungo un commento sulle dichiarazioni del Cardinale Martini riportate oggi dalla stampa:

«In vista del prossimo sinodo - che si svolgerà in Vaticano dal 5 al 26 ottobre del 2008 e sarà dedicato alla "parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" - il porporato, noto biblista, propone alcune riflessioni ai vescovi che converranno a Roma da tutto il mondo. Martini, più specificamente, esorta ad "evitare di scendere al di sotto delle formule felici del Concilio vaticano II" e a "non perdere tempo prezioso" in discussioni già svolte nel corso degli anni (su temi come il rapporto tra Scrittura e Tradizione o sul metodo storico-critico per interpretare i Vangeli). Il gesuita auspica, invece, che il sinodo si concentri su questioni focali come la diffusione della conoscenza del testo biblico tra i fedeli. Il settanta per cento degli italiani "non hanno mai letto i quattro Vangeli", rileva il porporato, e "soltanto il quindici per cento li ha letti almeno una volta nella vita". Di qui il porporato avanza "sommessamente" una proposta: introdurre in ogni messa una "brevissima spiegazione", "non più di tre minuti", dei testi biblici della liturgia. Se il "popolo di Dio" conoscerà meglio la Bibbia, secondo Martini, "più facili e spontanee saranno le iniziative di evangelizzazione anche dei lontani e dei non cristiani con l'aiuto dei libri sacri". Tra di essi, gli ebrei».

Qui si parla di conversioni, e di conversioni hic et nunc. Ma in questo caso nessuno mena scandalo. Chissà perché.

sabato 9 febbraio 2008

Un commento alla lista nera dei professori "ebrei"

La vicenda è molto spiacevole e indicativa di un clima. Lungi da me minimizzarla. Soltanto che mi stupisce lo stupore. È da tempo che nel web circola questo pattume.
Due anni fa mi resi conto che sulla pagina web del mio Dipartimento alcuni docenti usavano inserire commenti politici e link a siti politici, il che è molto scorretto. Se vuoi farlo, fatti un blog per conto tuo, avrebbe detto Petrolini.
Provai a cliccare su alcuni di questi link e uno di questi conduceva direttamente a un post minaccioso nei miei confronti. Diceva: "a Giorgio Israel da parte di AntiSion" e seguiva una stella di David che pulsando si mutava in una svastica con la scritta "nazi israel".
Volete vederlo? È ancora in rete al seguente indirizzo (se non lo tolgono proprio ora...):
http://italy.indymedia.org/news/2005/05/789740_comment.php
Feci la dovuta segnalazione alle autorità di polizia e il direttore del mio Dipartimento fece rimuovere il link. Oltre al fatto che essere preso di mira in questo modo non è piacevole, che il link a una simile porcheria sia stato messo da un collega e proprio sul sito del Dipartimento di appartenenza è una provocazione senza pudore.
Ma il "collega" responsabile della simpatica attenzione nei miei confronti addirittura si lamentò dicendo che si violava la sua "libertà di espressione"...
Pensate, quella per lui era "libertà di espressione"... Bella stoffa di educatore.
E poi perché stupirsi di come è andata con la visita del Papa e con il boicottaggio a Torino? Questo è il concetto di libertà e legalità dei nostri "cattivi maestri". E non è certo un caso che uno degli appelli antiPapa sia stato firmato dall'"educatore" di cui sopra.
Potrei aggiungere che un altro "collega" della mia università si occupa assiduamente di me, dedicandomi pagine e pagine di blog con simpatici appellativi del tipo: "Giorgio l'Israelitico", "il nostro israeliano", "dubbio connazionale", "noto ebreo", "un certo docente il cui nome dice tutto", ecc. ecc. e il mio nome è in una lista intitolata "nemici".
Potrei continuare con altri casi analoghi.
Quindi, quel che è saltato fuori è molto grave, ma è la punta di un iceberg e non un fatto nuovo. È qualcosa che viene accuratamente coltivato e innaffiato con l'acqua dei boicottaggi contro Israele. Non è certo un caso che una buona metà dei docenti della lista nera non siano ebrei ma soltanto firmatari di appelli contro il boicottaggio di Israele... E poi voglio vedere chi ha la faccia di bronzo di continuare a dire che la forma attuale dell'antisemitismo non è l'antisionismo.

martedì 5 febbraio 2008

UN PO' DI CHIAREZZA DI FRONTE ALLA VOCE DELL'IPOCRISIA



Chiariamo. Forse il titolo che ha dato Il Foglio al mio appello contenuto nel post precedente è un po' fuorviante, ma se si legge il testo è chiaro che non si tratta di un appello a ritirarsi comunque.
Il senso il seguente. Mettiamo che Israele venga accettato come invitato ufficiale soltanto se insieme alla "Palestina". Oppure mettiamo che, per far digerire l'invito, occorra contraccambiarlo con un invito ai palestinesi, 30 contro 30, come ha detto qualcuno (non stiamo parlando di ipotesi ma di proposte esplicite). In tale circostanza, meglio andarsene e fare la Fiera del Libro altrove. Non è un boicottaggio della Fiera, è una questione di dignità.
Battista ha ripreso il discorso e, con un dissenso retorico da quanto avevo scritto, ha detto: "no, non si può cedere, bisogna fare muro".
D'accordo, figuriamoci, d'accordissimo - gli ho risposto con una lettera sul Corriere - a patto che questa diventi la linea ufficiale:

"Signor Direttore,
ho letto l'eccellente articolo di Pierluigi Battista "Stavolta sfidiamo il boicottaggio" (di Israele alla Fiera del Libro di Torino). Nel mio intervento sul Foglio non ho inteso proporre atteggiamenti aventiniani, bensì dire che è irricevibile un invito a Israele sub condicione, menomato da bilanciamenti volti a calmare i contestatori: i ricatti dei violenti non possono essere premiati, soprattutto nella cornice della fatwa emessa da Tariq Ramadan ("non si può approvare nulla che provenga da Israele"). La risposta di Battista "No, stavolta bisogna fare barriera" è quella giusta. Speriamo che diventi la risposta ufficiale. Giorgio Israel "


Pare che tutto ciò sia servito. La linea ufficiale ribadita è: invito ufficiale senza se e senza ma.

Meglio che taccia allora l'ineffabile Gad Lerner che ha scritto sul suo blog:

"(...) Gli scrittori israeliani sono grandi anche per la loro capacità di mettersi nei panni dei palestinesi. Per questo subiscono attacchi dalla componente guerrafondaia dell’opinione pubblica israeliana. Non a caso nei giorni scorsi, di fronte all’imbecillità delle proposte di boicottaggio, un esponente della Comunità ebraica italiana, Giorgio Israel, specialista nell’”armiamoci e partite”, ha auspicato che Israele rifiuti per protesta l’invito di Torino. Ignorando la fatica con cui da decenni lo Stato ebraico opera in senso contrario, cercando di partecipare a tutte le manifestazioni sportive, scientifiche, culturali da cui il rifiuto arabo vorrebbe tenerlo escluso. In tempo di guerra i boicottatori non faticano mai a trovare complici nell’opposta schiera. (...)"

Non ho mai detto che Israele deve rifiutare per protesta l'invito di Torino. Ho detto che deve rifiutare UN INVITO DIMEZZATO. Ma Gad Lerner fa finta di non capire e mi definisce specialista dell'armiamoci e partite. Di grazia, quando avrei ripetutamente invitato ad armarsi per poi far partire gli altri? E poi, in questo caso, che vuol dire? Che poi, una volta convinto gli israeliani a ritirarsi, sarei andato a Torino? Che scemenza...
E poi mi colloca nell'"opposta schiera" dei boicottatori... Ma certo! Lui della schiera opposta ai boicottatori non fa parte. E certo, lo sapevamo, lui sta in mezzo: tra i boicottatori e coloro che si oppongono al boicottaggio. Teme di essere confuso con i "guerrafondai israeliani". Insomma, fa la parte del pesce in barile. Difatti, la sua voce non si era sentita. Si sente soltanto adesso che l'opposizione al boicottaggio ha contribuito a che l'invito sia senza se e senza ma. E chiama "complici" dei boicottatori quelli che stanno nell"opposta schiera". I suoi insulti mi rimbalzano, come si dice volgarmente a Roma, ma lui dovrebbe vergognarsi, ammesso che ne sia capace.

P.S. Tra gli "imbecilli" figurano moltissimi suoi compagni di partito e di Unione. Perché non se la prende più utilmente con costoro?

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Stavolta sfidiamo il boicottaggio

Pierluigi Battista   
domenica 03 febbraio 2008
Corriere della Sera


No,stavolta bisogna fare barriera. Stavolta non è possibile non avvertire il divario morale tra le immagini ancora fresche del raccoglimento per la Giornata della memoria e l'intimazione al silenzio minacciata contro gli scrittori ebrei. Stavolta bisogna chiedere ad Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman di vincere la loro ritrosia e di sfidare il boicottaggio anti-israeliano alla Fiera del libro di Torino. E alle autorità italiane, ovviamente, di tutelare il loro diritto di parola.

Si comprende lo spirito che ha indotto Giorgio Israel sul Foglio a consigliare a Israele il boicottaggio dei boicottatori, un gesto ascetico e pedagogico di rinuncia che, ricalcando la scelta di Benedetto XVI di non recarsi alla Sapienza, rendesse ancora più evidente il volto intollerante degli imbavagliatori di professione. Stavolta è diverso. Chi protesta perché a Torino saranno presenti gli scrittori israeliani non contesta soltanto il diritto di esprimere un'opinione: contesta loro il semplice fatto di esistere. Considerando Israele come il frutto di una brutale usurpazione, ogni israeliano meriterebbe perciò di essere trattato come un usurpatore. Cancellato. Indegno di esistere. E dunque bruceranno senza pudore, come al solito, le bandiere con la stella di Davide. Accetteranno nelle loro schiere, come al solito, chi si traveste da terrorista, con la cintura esplosiva ben esposta attorno al corpo come quella usata dagli jiahdisti per deflagrare nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme allo scopo di uccidere quanti più «sionisti» (bambini compresi) è possibile.

Qualche anno fa un corteo che si diceva solidale con gli oppressi e i perseguitati del mondo circondò con bastoni e urla raccapriccianti il Ghetto ebraico di Roma, quello dei rastrellamenti del 16 ottobre 1943, destinazione Auschwitz. Non ci fu un grande sdegno, come se quell'episodio rappresentasse qualcosa di sgradevole certo, ma normale. Come è normale bollare i figli di Israele come i «nuovi nazisti» e suggerire spaventose somiglianze iconiche tra la croce uncinata e la stella di Davide. Ecco, non può più essere normale che la semplice presenza degli ebrei di Israele a Torino sia considerata addirittura come un'offesa. Non può più essere normale che una minoranza fanatica disponga del diritto dei torinesi di ascoltare ciò che hanno da dire gli scrittori israeliani.

Non può essere normale che vinca con il suo appello al boicottaggio Tariq Ramadan, ideologo dell'islamismo fondamentalista, un volgare antisemita che dopo l'11 settembre accusò gli intellettuali francesi di essere alla mercé di una «cricca» di ebrei e ciò nonostante viene calorosamente accolto come una creatura esotica nei salotti dell'intellighenzia italiana. Non è normale che il direttore della Fiera del libro torinese Ernesto Ferrero sia costretto a giustificare un atto coraggioso ma che dovrebbe essere, questo sì, considerato persino ovvio: invitare chi scrive libri a una festa del libro. Non è normale che Valentino Parlato sulle colonne del manifesto venga lasciato solo e insultato perché ha criticato la scelta dissennata di boicottare gli ebrei. Non è normale che uno scrittore come Tahar Ben Jelloun, schierandosi su Repubblica contro il boicottaggio di Torino, inviti a dissociare le responsabilità degli scrittori israeliani da quelle del governo di Israele: loro cui viene concessa la patente d'innocenza, quest'ultimo colpevole per definizione. Colpevole comunque, colpevole di esistere, colpevole di esser nato sessant'anni fa sulla base di una spartizione tracciata dall'Onu per dare una vita a uno Stato nelle cui librerie sono liberamente esposte le opere di Edward Said, l'intellettuale palestinese e anti- israeliano il cui nome è ancora oggi tassativamente proibito a Gaza, dove spadroneggiano gli squadroni di Hamas. Non è normale che si accrediti come paladino della lotta all'oppressione chi non spende una parola per protestare contro gli Stati in cui si fa scempio quotidiano di diritti umani fondamentali. E non è normale che esponenti piemontesi del Pdci e di Rifondazione aderiscano impunemente a questa campagna di intolleranza estranea, ne siamo certi, alla sensibilità di Fausto Bertinotti.

Per questo è un buon segnale che gli organizzatori della Fiera tengano duro, che gli sponsor privati, come ha sostenuto Franzo Grande Stevens, non possano assistere muti a una simile campagna censoria, che le istituzioni di Torino e del Piemonte dicano che non intendono cambiare la loro linea. Per questo il bel gesto della rinuncia stavolta non funzionerebbe. Non servirebbe a rompere l'incantesimo di assuefazione che ha favorito il diffondersi della prepotenza intollerante. Stavolta a Torino gli scrittori, gli israeliani, gli ebrei devono poter parlare.