Ricominciamo con la superiorità antropologica. Era da augurarsi, per il bene della sinistra, che la maledizione di Umberto Eco fosse stata accantonata per sempre: di là ci sono i disonesti, gli analfabeti, i mascalzoni; di qua le persone perbene, intelligenti e colte; e poi arriva la tranvata elettorale. E invece la maledizione non è stata accantonata, bensì riesumata nella versione di Massimo D’Alema: è vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella «parte più acculturata del paese», siamo «il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali». Siamo «una minoranza che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi» e quindi «è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il consenso attivo dell’elettorato di centrosinistra».
Se un concetto del genere fosse stato espresso a destra, si sarebbe parlato di razzismo, c’è da scommetterci. A noi del politicamente corretto non importa nulla e consideriamo tutto ciò soltanto pensieri squallidi, roba da chiacchiere al mercato – «lo sapete come sono loro, signora mia, mica come la gente che frequentiamo noi» – residuati di teorizzazioni paleomarxiste circa la superiorità della città sulla campagna, propinati con la prosopopea delle statistiche “scientifiche”. Ma lasciamo pure da parte queste supponenze autolesioniste – chi vota il centrodestra è un troglodita e chi vota centrosinistra è un “acculturato” – e assumiamone la versione più blanda, e cioè che la classe dirigente del centro sinistra è più acculturata e preparata. Ebbene, è vero che la classe dirigente di sinistra conserva un’egemonia evidente nel campo della cultura e possiede una tradizione più forte di cultura politica, ed è vero che il centrodestra vive un complesso di inferiorità che lo porta a inchinarsi come se dovesse sempre apprendere qualcosa e a cercare di convincere la sinistra a farsi carico dei suoi valori come se non fosse capace di farli avanzare da solo.
Sarà pur vero. Ma chi ha senso critico e non vive di narcisismo dovrebbe chiedersi, con preoccupazione, se le batoste elettorali non manifestino il fatto che la propria egemonia culturale ormai non sa interpretare le esigenze della società ed è sempre più una concrezione che comprime le spinte di rinnovamento. Il centrodestra è confuso e goffo nel costruire la propria cultura politica e soffre di un vecchio complesso di inferiorità culturale. Ma su quale terreno la sinistra mostra la capacità di rinnovarsi e di offrire risposte non conformiste? Non basta leggere. Bisogna capire quel che si legge e saperlo mettere in rapporto con la realtà in cui si vive. In economia la sinistra è sempre impelagata in visioni stataliste che non corrispondono più a un interesse pubblico o nazionale ma solo alla difesa di interessi di categoria. La sanità e l’istruzione sono esempi caratteristici di una sinistra statalista che ha fatto a pezzi il sistema sanitario e la scuola pubblica riducendoli a un cumulo di macerie. Il vuoto lasciato dal marxismo è stato occupato da un’adesione mitologica a uno scientismo laicista che non è capace di proporre alcun valore etico. E la tanto vantata egemonia culturale che cosa produce di valido al di là della riproposizione del proprio potere materiale nella miriade di manifestazioni culturali in cui sembra che abbia diritto a parlare una sola parte? Perché il potere materiale esiste ancora, questo è certo. Ma se ciò produce una situazione soffocante nel presente, in prospettiva non vuol dir molto. La storia è piena di casi di egemonie che impiegano tempi lunghissimi a consumare la propria decadenza.
(Tempi, 31 luglio 2008)
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante Alighieri)
giovedì 31 luglio 2008
domenica 27 luglio 2008
Bioetica e politica
Secondo Pierluigi Battista il silenzio della politica è calato sulle questioni etiche e il caso di Eluana Englaro, nonostante la drammaticità delle sue implicazioni, non è bastato a romperlo. Secondo Ignazio Marino questo silenzio «ha una spiegazione semplice: al centro-destra i temi etici non interessano». In certo senso, siamo d’accordo con Marino, in un senso che va bene chiarito. Il centro-destra ospita posizioni molto diverse, talora diametralmente opposte, e inclina a non accentuare le divergenze, preferendo enfatizzare i temi su cui è più unito: economia, sicurezza, politica estera e, entro certi limiti, anche l’istruzione. In ciò asseconda la tendenza del suo elettorato a collocare questi temi ai primi posti nella graduatoria delle emergenze. Questo spiega l’insuccesso della lista pro-life di Giuliano Ferrara alle recenti elezioni, mentre è profondamente sbagliato dedurre da quell’insuccesso conclusioni circa una scarsa sensibilità per le questioni bioetiche nel nostro paese. Di certo, per la maggioranza degli italiani – e per coloro che ne hanno interpretato le tendenze – la questione della sicurezza viene prima, ma questo non significa che vi sia sordità sulle questioni etiche. Al contrario, l’Italia è certamente il paese europeo più sensibile in merito e che ha espresso ripetutamente – in particolare nel referendum sulla legge 40, ma non soltanto – una visione diametralmente opposta a quella della Spagna di Zapatero. Qui le posizioni di tendenza zapaterista si annidano tutte nello schieramento di centro-sinistra e in tal senso Marino ha ragione: non si sente niente a sinistra perché vi regna un totale unanimismo, a parte qualche borbottio indistinto che non raggiunge neppure il livello di un timido dissenso. Il centro sinistra si è appiattito su una linea che attribuisce alle “conquiste” della tecnoscienza un significato intrinsecamente progressivo e liberatorio. In fondo, si tratta dell’ennesima manifestazione della crisi di uno schieramento il cui nucleo duro – attorno a cui si dispongono appendici sempre più marginali – ha una derivazione fortemente ideologica che lo predispone a cercarsi ideologie sostitutive: tale è la funzione assunta dal mito del carattere buono e progressivo della tecnoscienza.
Eugenia Roccella è forse ottimista quando sostiene che il centro-destra sta elaborando una nuova cultura politica che superi certi aspetti del liberismo etico. È però indubbio che l’affermazione di Marino è vera soltanto in relazione alla reticenza della politica ufficiale: chi ha un atteggiamento critico nei confronti degli eccessi della tecnoscienza ha trovato e trova soltanto nel centro-destra un luogo dove elaborare un confronto su questi temi.
L’imperio della tecnoscienza nelle manipolazioni biologiche è dovuto a corposi interessi che è difficilissimo scalfire. È più facile accodarsi in silenzio a questi sviluppi che non criticarli. Abbiamo attraversato una pausa, ma non dimentichiamo che in pochi paesi come in Italia si è sviluppato un importante movimento culturale di critica a quello che chiamerei, riprendendo un’espressione di Pasternak (riservata ai totalitarismi), la «notte materialistica». Questo movimento ha avuto un centro di importanza primaria nel Foglio di Giuliano Ferrara e nell’attività di tante personalità del mondo cattolico e non cattolico che hanno trovato un terreno di dialogo sia sui temi sollevati ripetutamente da Benedetto XVI che nel ripensamento di testi di pensatori razionalisti e di scienziati estranei al riduzionismo. È di qui che bisogna ripartire con energia per rompere il silenzio della politica sulle questioni bioetiche.
/Tempi, 24 luglio 2008)
Eugenia Roccella è forse ottimista quando sostiene che il centro-destra sta elaborando una nuova cultura politica che superi certi aspetti del liberismo etico. È però indubbio che l’affermazione di Marino è vera soltanto in relazione alla reticenza della politica ufficiale: chi ha un atteggiamento critico nei confronti degli eccessi della tecnoscienza ha trovato e trova soltanto nel centro-destra un luogo dove elaborare un confronto su questi temi.
L’imperio della tecnoscienza nelle manipolazioni biologiche è dovuto a corposi interessi che è difficilissimo scalfire. È più facile accodarsi in silenzio a questi sviluppi che non criticarli. Abbiamo attraversato una pausa, ma non dimentichiamo che in pochi paesi come in Italia si è sviluppato un importante movimento culturale di critica a quello che chiamerei, riprendendo un’espressione di Pasternak (riservata ai totalitarismi), la «notte materialistica». Questo movimento ha avuto un centro di importanza primaria nel Foglio di Giuliano Ferrara e nell’attività di tante personalità del mondo cattolico e non cattolico che hanno trovato un terreno di dialogo sia sui temi sollevati ripetutamente da Benedetto XVI che nel ripensamento di testi di pensatori razionalisti e di scienziati estranei al riduzionismo. È di qui che bisogna ripartire con energia per rompere il silenzio della politica sulle questioni bioetiche.
/Tempi, 24 luglio 2008)
lunedì 21 luglio 2008
Israele e i drammatici fatti libanesi
Dice Amos Oz che riportare a casa i morti è un obbligo morale che fa parte dell’etica ebraica. Così detta è una colossale sciocchezza. La religione e l’etica ebraica pongono la vita al di sopra di tutto e non ammettono che la morte trascini nel suo gorgo la vita. L’ebraismo non ha il culto della conservazione dei cadaveri, e difatti prescrive il seppellimento in terra, perché la polvere torni alla polvere e nella terra trovi il riposo. È quindi essenziale riportare i corpi al riposo della terra e al rispetto ma il problema è il prezzo e questo prezzo non può essere quello della vita. I poveri resti dei due soldati Eldad Regev e Ehud Goldwasser non sono stati scambiati soltanto con un criminale efferato che ha ucciso una bimba di 4 anni fracassandole la testa ma con la vita dei cittadini israeliani, che ora vale molto meno di prima. Difatti ora i terroristi sanno che il governo israeliano è disposto a dare quello che essi vogliono – colleghi terroristi vivi – in cambio di un’altra cosa che vogliono – brandelli di israeliani uccisi. Tanto per cominciare essi sanno che Gilad Shalit vale morto quanto vale (o valeva) vivo e quindi la sua ipotetica vita non vale più niente.
Si lasci quindi in pace la religione e l’etica ebraica. Come ha bene spiegato Benny Morris i padri fondatori di Israele – che non erano meno ebrei degli attuali governanti – non si sarebbero mai sognati di praticare uno scambio simile. Pertanto, le motivazioni religiose e morali sono prive di fondamento e casomai potrebbero essere il paravento di motivazioni diplomatiche, tattico-strategiche o propagandistiche. Ma quali? Lo scambio accettato da Israele ha condotto soltanto a un tragico indebolimento della sua immagine che assomiglia a quella di una tigre di carta, sia pure in un’ottica alimentata dalla paranoia che tuttavia può avere effetti disastrosi. Difatti, a cosa può condurre la convinzione (sia pure l’illusione) di una profonda debolezza di Israele se non ad alimentare nuove tragedie e nuovi devastanti conflitti? Il minacciare interventi di Israele contro un Iran lontano non migliora le cose se è congiunto all’immagine di un governo incapace di affrontare il nodo di un assedio vicino, da parte di milizie che ormai tengono sotto il tiro di migliaia di missili l’intero suolo israeliano (in barba alla missione Unifil, derisorio “successo” del nostro precedente governo). Una condizione del genere evoca l’immagine di un paese-portaerei, anzi di una portaerei sotterranea, capace di possenti interventi dal sottosuolo su in aria e incapace di preservare la vita e la sicurezza dei suoi abitanti. È un’immagine pericolosa perché alimenta, al di là della realtà, sentimenti non di pace ma di guerra, attraverso la convinzione crescente che Israele sia una pianta fradicia che basta scuotere con forza per far cadere a terra. Tra le tante manifestazioni in questo senso la più significativa è data dal comportamento del “moderato” presidente di Fatah, Abu Mazen, che ha avuto l’impudenza di congratularsi con l’assassino truculento e la sua famiglia. Questo è l’uomo su cui più conta Israele per fare la pace…
Cosa resta allora? L’argomento propagandistico? Di fronte allo spettacolo indecente delle manifestazioni di giubilo in Libano, di fronte al presidente Suleiman, al premier Siniora, al presidente del Parlamento Nabih Berri, ad autorità e vescovi tutti ad assistere al discorso dello sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah, e poi cerimonie, bandiere, archi di trionfo, il portavoce militare israeliano ha dichiarato «povero quel popolo che si vanta di eroi del genere», alludendo al pluriassassino e riecheggiando analoghe parole di Olmert. E il Presidente Peres ha chiesto: «Dov’è la vittoria morale suprema? Qui, fra le candele del ricordo e non laggiù. Vergogna al Libano».
Parole sacrosante. Ma chi le condividerà? Diciamo le cose come stanno. Sulla stampa internazionale leggiamo molte notizie, presentate in modo anodino, ma finora abbiamo letto ben pochi editoriali di denuncia di questa aberrazione morale, di questa discesa negli abissi del disumano e che riconoscano dove sta il rispetto della vita. Anzi, siamo pronti a sentire – appena le acque si calmeranno e forse anche prima – nuove accuse contro Israele, stato “razzista” e “nazista”, nuovi appelli di intellettuali contro l’“occupazione”, nuove raffiche di condanne da parte di quell’inqualificabile congrega che è la commissione per i diritti umani dell’Onu. Peres può dire quel che vuole, ma fa male a illudersi che la sagra dell’immoralità non sia anche in occidente.
Qui sta la grande e fondamentale differenza tra i gli attuali esangui dirigenti di Israele e i padri fondatori dello stato. Questi ultimi si basavano sul solido principio che la morale e la vita non si barattano per ottenere la condiscendenza degli assassini, di coloro che tengono loro bordone o di chi si volta dall’altra parte. Non è giusto e non serve a niente, se non ad alimentare la pianta del male.
Si lasci quindi in pace la religione e l’etica ebraica. Come ha bene spiegato Benny Morris i padri fondatori di Israele – che non erano meno ebrei degli attuali governanti – non si sarebbero mai sognati di praticare uno scambio simile. Pertanto, le motivazioni religiose e morali sono prive di fondamento e casomai potrebbero essere il paravento di motivazioni diplomatiche, tattico-strategiche o propagandistiche. Ma quali? Lo scambio accettato da Israele ha condotto soltanto a un tragico indebolimento della sua immagine che assomiglia a quella di una tigre di carta, sia pure in un’ottica alimentata dalla paranoia che tuttavia può avere effetti disastrosi. Difatti, a cosa può condurre la convinzione (sia pure l’illusione) di una profonda debolezza di Israele se non ad alimentare nuove tragedie e nuovi devastanti conflitti? Il minacciare interventi di Israele contro un Iran lontano non migliora le cose se è congiunto all’immagine di un governo incapace di affrontare il nodo di un assedio vicino, da parte di milizie che ormai tengono sotto il tiro di migliaia di missili l’intero suolo israeliano (in barba alla missione Unifil, derisorio “successo” del nostro precedente governo). Una condizione del genere evoca l’immagine di un paese-portaerei, anzi di una portaerei sotterranea, capace di possenti interventi dal sottosuolo su in aria e incapace di preservare la vita e la sicurezza dei suoi abitanti. È un’immagine pericolosa perché alimenta, al di là della realtà, sentimenti non di pace ma di guerra, attraverso la convinzione crescente che Israele sia una pianta fradicia che basta scuotere con forza per far cadere a terra. Tra le tante manifestazioni in questo senso la più significativa è data dal comportamento del “moderato” presidente di Fatah, Abu Mazen, che ha avuto l’impudenza di congratularsi con l’assassino truculento e la sua famiglia. Questo è l’uomo su cui più conta Israele per fare la pace…
Cosa resta allora? L’argomento propagandistico? Di fronte allo spettacolo indecente delle manifestazioni di giubilo in Libano, di fronte al presidente Suleiman, al premier Siniora, al presidente del Parlamento Nabih Berri, ad autorità e vescovi tutti ad assistere al discorso dello sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah, e poi cerimonie, bandiere, archi di trionfo, il portavoce militare israeliano ha dichiarato «povero quel popolo che si vanta di eroi del genere», alludendo al pluriassassino e riecheggiando analoghe parole di Olmert. E il Presidente Peres ha chiesto: «Dov’è la vittoria morale suprema? Qui, fra le candele del ricordo e non laggiù. Vergogna al Libano».
Parole sacrosante. Ma chi le condividerà? Diciamo le cose come stanno. Sulla stampa internazionale leggiamo molte notizie, presentate in modo anodino, ma finora abbiamo letto ben pochi editoriali di denuncia di questa aberrazione morale, di questa discesa negli abissi del disumano e che riconoscano dove sta il rispetto della vita. Anzi, siamo pronti a sentire – appena le acque si calmeranno e forse anche prima – nuove accuse contro Israele, stato “razzista” e “nazista”, nuovi appelli di intellettuali contro l’“occupazione”, nuove raffiche di condanne da parte di quell’inqualificabile congrega che è la commissione per i diritti umani dell’Onu. Peres può dire quel che vuole, ma fa male a illudersi che la sagra dell’immoralità non sia anche in occidente.
Qui sta la grande e fondamentale differenza tra i gli attuali esangui dirigenti di Israele e i padri fondatori dello stato. Questi ultimi si basavano sul solido principio che la morale e la vita non si barattano per ottenere la condiscendenza degli assassini, di coloro che tengono loro bordone o di chi si volta dall’altra parte. Non è giusto e non serve a niente, se non ad alimentare la pianta del male.
sabato 19 luglio 2008
Le 16 juillet 2008, le stade de Beyrouth ressemblait à celui de Nuremberg en 1936

Par Olivier Rafowicz
Mercredi, l’Etat d’Israël a échangé contre ses deux soldats Edad Regev et Ehoud Goldwasser des terroristes libanais vivants. Il a également restitué 199 corps de membres du Hezbollah, tués lors d’affrontements avec l’armée israélienne depuis 1982.
De façon assez générale, les Israéliens ont accepté avec beaucoup d’amertume le fait de libérer des assassins extrêmement dangereux en échange de deux soldats morts. Mais l’échange était fondé sur le principe qu’il faut tout faire et si nécessaire payer le prix le plus lourd pour ramener vivant ou mort nos soldats à la maison.
Le choc a été et reste extrêmement violent surtout lorsqu’on voit avec quelle haine, avec quelle violence, s’est exprimé celui qui a assassiné une petite fille de quatre ans en 1979, à Naharya, dans le nord d’Israël.
Samir Kuntar, membre à l’époque d’un groupe terroriste communiste libanais, a fracassé le crâne de la petite fille de quatre ans contre un rocher. Puis la voyant gémir, il a continué encore de plus bel à lui cogner la tête, sa toute petite tête contre un rocher. Cet homme là, qui a aussi tué le père de la petite fille et deux policiers, est aussi responsable de la mort de la sœur de la petite fille, étouffée par la main de sa mère qui voulait la protéger en lui évitant de pousser des cris de frayeur.
Cet assassin condamné à perpétuité, a passé prés de trente ans dans les prisons israéliennes et en sortant à l’âge de 45 ans, s’est exprimé dès sa sortie dans un grand stade au sud de Beyrouth. Il a dit vouloir revenir en Palestine, voir les Israéliens se languir du terroriste Imad Moughanieh. Il a dit enfin qu’il veut continuer à tuer les juifs.
Samir Kuntar, avec ses alliés chiites du Hezbollah, est devenu l’un des symboles du climat anti-israélien, antisémite et anti-occidental qui règne au Moyen-Orient et bien au-delà.
A Beyrouth, il a reçu un accueil royal du Premier ministre Fouad Siniora et du Président libanais Michel Suleimane. J’ai eu la nausée devant le défoulement de tant de haine exprimé par un seul homme mais surtout devant le respect, la joie, les accolades, les embrassades, que les responsables politiques libanais ont accordé à Samir Kuntar.
Comment est-il possible, même au nom de la fraternité ou de l’union entre les différentes communautés, de voir en Samir Kuntar le symbole du Liban ? Comment est-il possible que des hommes perçus comme modérés et intelligents comme Fouad Seniora puissent accorder à l’assassin d’une petite fille tant de respect ? Comment est-il possible que le président Michel Suleimane, qui a été applaudi par toute la communauté internationale lors de sa nomination, a été capable d’offrir son armée et son hélicoptère pour escorter officiellement un assassin. Ceci, dans l’indifférence la plus totale de la communauté internationale?
Je reste perplexe et profondément inquiet de la route que veut emprunter le Liban.
Je suis profondément attristé que la mort, la haine, la violence, le crime et l’extrémisme soient les valeurs que choisi le Liban aujourd’hui pour regarder vers l’avenir.
Ces deux leaders libanais qui ont hier accordé tout leur amour à Samir Kuntar, demain rencontreront des hommes d’Etat du monde entier. J’espère mais je ne suis pas naïf malheureusement que l’un d’entre eux leur dira peut-être à l’oreille qu’il ne faut pas confondre fraternité nationale et alliance avec le diable.
Hier soir, Beyrouth ressemblait à Nuremberg en 1936. Samir Kuntar et Nasrallah ressemblaient à Goebbels et à Hitler lorsque des milliers et des milliers de sympathisants criaient mort à Israël, portaient des uniformes noirs et levaient le bras en signe de salut. Ceci ne peut qu’apporter la violence, la guerre et le chaos.
Fouad Siniora et Michel Sleimane ont choisi mercredi soir, non pas un Liban libanais mais un Liban iranien et fasciste.
Les yeux de la petite fille de quatre ans ont vu le regard de Samir Kuntar avant qu’ils l’achèvent. Les yeux de la petite fille ont vu, mercredi soir, les acclamations et la joie du peuple de Beyrouth.
Nous et j’espère vous, nous n’oublierons jamais non plus les yeux de la petite fille de quatre ans froidement assassinée par Samir Kuntar.
En libérant Samir Kuntar parce que nous n’avions pas le choix, nous avons libéré le mauvais génie de la bouteille. Espérons que quelqu’un dans ce monde, nous peut-être, le remettra dans la bouteille à tout jamais.
venerdì 18 luglio 2008
Non togliete i bambini rom dalle strade o i buoni non avranno più chi compatire
A costo di irritare qualcuno sarò sincero: ho sempre detestato e detesto l’elemosina, perché ritengo che sia l’esatto opposto della carità. È un atto di narcisismo. Osservate quel signore che passa davanti a un mendicante disteso per terra, intirizzito dal freddo della notte invernale passata tra i cartoni o intriso di sudore estivo: rallenta, mette la mano in tasca e lascia cadere con gesto rapido una monetina e poi si allontana veloce. Crede di aver salito un gradino verso il paradiso, lui che ha saputo sopportare la puzza e privarsi del soldo, e invece ne ha sceso uno verso l’inferno, perché ha coccolato soltanto il suo amor proprio di persona “buona” non facendo nulla di realmente buono. In definitiva, si è infischiato altamente delle condizioni che determinano la vita infelice di quel disgraziato. Per non dire di chi dà la monetina a un bambino di pochi anni, dimenticando o facendo finta di dimenticare che, in tal modo, ha soltanto stretto le catene attorno a un minorenne sfruttato da adulti criminali. Un vero atto di carità sarebbe stato perdere un po’ del proprio tempo per chiamare la polizia.
Per questo trovo nauseanti le polemiche contro il progetto del ministro Maroni di fare un censimento – e lo si chiami pure “schedatura” – non dei “rom” ma degli abitanti dei campi nomadi e in particolare dei bambini, per combattere le forme di sfruttamento cui sono sottoposti e scolarizzarli, in breve per farne cittadini a tutto tondo. Si è parlato di razzismo e si è scomodato persino il nazismo, come se in un censimento non fosse decisiva l’intenzione. Se l’intenzione è buona – protezione dei minori, regolarizzazione, scolarizzazione – si prendano impronte digitali, Dna e quanto serve. In tal caso, che ciò riguardi gli abitanti di certi luoghi non significa assolutamente nulla, se non che tali persone vivono una condizione drammatica, come è sotto gli occhi di chi non si tappi occhi e coscienza con la monetina.
Ma la manifestazione più indecente è il parallelismo con le stelle gialle e con la persecuzione degli ebrei, e l’abuso banalizzante di termini come “lager” che ha raggiunto livelli insopportabili se persino un prefetto si abbandona a questa moda; la quale è offensiva per chi ha avuto mezza famiglia sterminata e che si sarebbe salvata se fosse stata oggetto di un censimento Maroni anziché di quello della Gestapo. Non capisco quegli ebrei e quei cattolici che si accodano alla propaganda strumentale di circoli politici ridotti alla mendicità mentale. Sbaglia, e di grosso, chi da credito ai deliri dell’editorialista che blatera di «esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall’infanzia perché appartenente a altre etnie o razze»; e non si rende conto che il vero razzismo è quello di chi preferisce che questa “parte di popolazione” viva nel ghetto – sì, qui il termine è appropriato – di un’illegalità cui li condanna un’idea fasulla della tolleranza. Una tolleranza che è, appunto, soltanto il razzismo di chi se ne infischia delle condizioni altrui pur di non perdere il privilegio di compatire. Come quell’intellettuale che racconta di incontrare ogni mattina, con il gelo o il solleone, un barbone che dorme per terra accanto alle sue povere cose: si salutano cordialmente, il barbone parla in modo colto (pensate, non è una bestia come credereste) e il cane anziché morderlo gli fa le feste. E ci manca solo che qualche vigile urbano nazista lo metta in lista per un’occupazione e un alloggio. Il nostro intellettuale perderebbe un modo di alimentare il suo ego “buono” e “democratico”.
(Tempi, 17 luglio 2008)
Per questo trovo nauseanti le polemiche contro il progetto del ministro Maroni di fare un censimento – e lo si chiami pure “schedatura” – non dei “rom” ma degli abitanti dei campi nomadi e in particolare dei bambini, per combattere le forme di sfruttamento cui sono sottoposti e scolarizzarli, in breve per farne cittadini a tutto tondo. Si è parlato di razzismo e si è scomodato persino il nazismo, come se in un censimento non fosse decisiva l’intenzione. Se l’intenzione è buona – protezione dei minori, regolarizzazione, scolarizzazione – si prendano impronte digitali, Dna e quanto serve. In tal caso, che ciò riguardi gli abitanti di certi luoghi non significa assolutamente nulla, se non che tali persone vivono una condizione drammatica, come è sotto gli occhi di chi non si tappi occhi e coscienza con la monetina.
Ma la manifestazione più indecente è il parallelismo con le stelle gialle e con la persecuzione degli ebrei, e l’abuso banalizzante di termini come “lager” che ha raggiunto livelli insopportabili se persino un prefetto si abbandona a questa moda; la quale è offensiva per chi ha avuto mezza famiglia sterminata e che si sarebbe salvata se fosse stata oggetto di un censimento Maroni anziché di quello della Gestapo. Non capisco quegli ebrei e quei cattolici che si accodano alla propaganda strumentale di circoli politici ridotti alla mendicità mentale. Sbaglia, e di grosso, chi da credito ai deliri dell’editorialista che blatera di «esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall’infanzia perché appartenente a altre etnie o razze»; e non si rende conto che il vero razzismo è quello di chi preferisce che questa “parte di popolazione” viva nel ghetto – sì, qui il termine è appropriato – di un’illegalità cui li condanna un’idea fasulla della tolleranza. Una tolleranza che è, appunto, soltanto il razzismo di chi se ne infischia delle condizioni altrui pur di non perdere il privilegio di compatire. Come quell’intellettuale che racconta di incontrare ogni mattina, con il gelo o il solleone, un barbone che dorme per terra accanto alle sue povere cose: si salutano cordialmente, il barbone parla in modo colto (pensate, non è una bestia come credereste) e il cane anziché morderlo gli fa le feste. E ci manca solo che qualche vigile urbano nazista lo metta in lista per un’occupazione e un alloggio. Il nostro intellettuale perderebbe un modo di alimentare il suo ego “buono” e “democratico”.
(Tempi, 17 luglio 2008)
mercoledì 16 luglio 2008
lunedì 14 luglio 2008
LA FOLLIA DI MISURARE TUTTO
Un tema ricorrente in questo blog è la mania quantitativa che sta distruggendo la cultura. Che si tratti di scuola, di educazione, di valutazione l'ossessione di misurare tutto è ormai uno degli aspetti più cupi dei nostri tempi. La "misura delle qualità"...
Stiamo esagerando? E allora leggete questo appello dei direttori delle riviste di storia e cultura scientifica inglesi. Credo che non abbia bisogno di commenti. È un documento che non trovo esagerato definire drammatico. E che descrive molto bene gli effetti disastrosi della dittatura degli incompetenti docimologi e valutatori.
Journals under Threat: A Joint Response from HSTM Editors
We live in an age of metrics. All around us, things are being standardized, quantified, measured. Scholars concerned with the work of science and technology must regard this as a fascinating and crucial practical, cultural and intellectual phenomenon. Analysis of the roots and meaning of metrics and metrology has been a preoccupation of much of the best work in our field for the past quarter century at least. As practitioners of the interconnected disciplines that make up the field of science studies we understand how significant, contingent and uncertain can be the process of rendering nature and society in grades, classes and numbers. We now confront a situation in which our own research work is being subjected to putatively precise accountancy by arbitrary and unaccountable agencies. Some may already be aware of the proposed European Reference Index for the Humanities (ERIH), an initiative originating with the European Science Foundation. The ERIH is an attempt to grade journals in the humanities – including “history and philosophy of science”. The initiative proposes a league table of academic journals, with premier, second and third divisions. According to the European Science Foundation, ERIH “aims initially to identify, and gain more visibility for, top-quality European Humanities research published in academic journals in, potentially, all European languages”. It is hoped “that ERIH will form the backbone of a fully-fledged research information system for the Humanities”. What is meant, however, is that ERIH will provide funding bodies and other agencies in Europe and elsewhere with an allegedly exact measure of research quality. In short, if research is published in a premier league journal it will be recognized as first rate; if it appears somewhere in the lower divisions, it will be rated (and not funded) accordingly.
This initiative is entirely defective in conception and execution. Consider the major issues of accountability and transparency. The process of producing the graded list of journals in science studies was overseen by a committee of four (the membership is currently listed at http://www.esf.org/research-areas/humanities/research-infrastructures-including-erih/erih-governance-and-panels/erih-expert-panels.html). This committee cannot be considered representative. It was not selected in consultation with any of the various disciplinary organizations that currently represent our field such as BSHS, HSS, PSA, SHoT or SSSS. Only in June 2008 were journal editors belatedly informed of the process and its relevant criteria or asked to provide any information regarding their publications. No indication has been given of the means through which the list was compiled; nor how it might be maintained in the future.
The ERIH depends on a fundamental misunderstanding of conduct and publication of research in our field, and in the humanities in general. Journals’ quality cannot be separated from their contents and their review processes. Great research may be published anywhere and in any language. Truly ground-breaking work may be more likely to appear from marginal, dissident or unexpected sources, rather than from a well-established and entrenched mainstream. Our journals are various, heterogeneous and distinct. Some are aimed at a broad, general and international readership, others are more specialized in their content and implied audience. Their scope and readership say nothing about the quality of their intellectual content. The ERIH, on the other hand, confuses internationality with quality in a way that is particularly prejudicial to specialist and non-English language journals. In a recent report, the British Academy, with judicious understatement, concludes that “the European Reference Index for the Humanities as presently conceived does not represent a reliable way in which metrics of peer-reviewed publications can be constructed.” Such exercises as ERIH can become self-fulfilling prophecies. If such measures as ERIH are adopted as metrics by funding and other agencies, then many in our field will conclude that they have little choice other than to limit their publications to journals in the premier division. We will sustain fewer journals, much less diversity and impoverish our discipline.
Along with many others in our field, this Journal has concluded that we want no part of this illegitimate and misguided exercise. This joint Editorial is being published in journals across the fields of history of science and science studies as an expression of our collective dissent and our refusal to allow our field to be managed and appraised in this fashion. We have asked the compilers of the ERIH to remove our journals’ titles from their lists.
Neil Barton (Transactions of the Newcomen Society)
Robert Fox (Notes & Records of the Royal Society)
Michael Hoskin (Journal for the History of Astronomy)
Nick Jardine (Studies in History and Philosophy of Science)
Trevor Levere (Annals of Science)
Bernie Lightman (Isis)
Michael Lynch (Social Studies of Science)
Peter Morris (Ambix)
Iwan Rhys Morus (History of Science)
Simon Schaffer (British Journal for the History of Science)
Stiamo esagerando? E allora leggete questo appello dei direttori delle riviste di storia e cultura scientifica inglesi. Credo che non abbia bisogno di commenti. È un documento che non trovo esagerato definire drammatico. E che descrive molto bene gli effetti disastrosi della dittatura degli incompetenti docimologi e valutatori.
Journals under Threat: A Joint Response from HSTM Editors
We live in an age of metrics. All around us, things are being standardized, quantified, measured. Scholars concerned with the work of science and technology must regard this as a fascinating and crucial practical, cultural and intellectual phenomenon. Analysis of the roots and meaning of metrics and metrology has been a preoccupation of much of the best work in our field for the past quarter century at least. As practitioners of the interconnected disciplines that make up the field of science studies we understand how significant, contingent and uncertain can be the process of rendering nature and society in grades, classes and numbers. We now confront a situation in which our own research work is being subjected to putatively precise accountancy by arbitrary and unaccountable agencies. Some may already be aware of the proposed European Reference Index for the Humanities (ERIH), an initiative originating with the European Science Foundation. The ERIH is an attempt to grade journals in the humanities – including “history and philosophy of science”. The initiative proposes a league table of academic journals, with premier, second and third divisions. According to the European Science Foundation, ERIH “aims initially to identify, and gain more visibility for, top-quality European Humanities research published in academic journals in, potentially, all European languages”. It is hoped “that ERIH will form the backbone of a fully-fledged research information system for the Humanities”. What is meant, however, is that ERIH will provide funding bodies and other agencies in Europe and elsewhere with an allegedly exact measure of research quality. In short, if research is published in a premier league journal it will be recognized as first rate; if it appears somewhere in the lower divisions, it will be rated (and not funded) accordingly.
This initiative is entirely defective in conception and execution. Consider the major issues of accountability and transparency. The process of producing the graded list of journals in science studies was overseen by a committee of four (the membership is currently listed at http://www.esf.org/research-areas/humanities/research-infrastructures-including-erih/erih-governance-and-panels/erih-expert-panels.html). This committee cannot be considered representative. It was not selected in consultation with any of the various disciplinary organizations that currently represent our field such as BSHS, HSS, PSA, SHoT or SSSS. Only in June 2008 were journal editors belatedly informed of the process and its relevant criteria or asked to provide any information regarding their publications. No indication has been given of the means through which the list was compiled; nor how it might be maintained in the future.
The ERIH depends on a fundamental misunderstanding of conduct and publication of research in our field, and in the humanities in general. Journals’ quality cannot be separated from their contents and their review processes. Great research may be published anywhere and in any language. Truly ground-breaking work may be more likely to appear from marginal, dissident or unexpected sources, rather than from a well-established and entrenched mainstream. Our journals are various, heterogeneous and distinct. Some are aimed at a broad, general and international readership, others are more specialized in their content and implied audience. Their scope and readership say nothing about the quality of their intellectual content. The ERIH, on the other hand, confuses internationality with quality in a way that is particularly prejudicial to specialist and non-English language journals. In a recent report, the British Academy, with judicious understatement, concludes that “the European Reference Index for the Humanities as presently conceived does not represent a reliable way in which metrics of peer-reviewed publications can be constructed.” Such exercises as ERIH can become self-fulfilling prophecies. If such measures as ERIH are adopted as metrics by funding and other agencies, then many in our field will conclude that they have little choice other than to limit their publications to journals in the premier division. We will sustain fewer journals, much less diversity and impoverish our discipline.
Along with many others in our field, this Journal has concluded that we want no part of this illegitimate and misguided exercise. This joint Editorial is being published in journals across the fields of history of science and science studies as an expression of our collective dissent and our refusal to allow our field to be managed and appraised in this fashion. We have asked the compilers of the ERIH to remove our journals’ titles from their lists.
Neil Barton (Transactions of the Newcomen Society)
Robert Fox (Notes & Records of the Royal Society)
Michael Hoskin (Journal for the History of Astronomy)
Nick Jardine (Studies in History and Philosophy of Science)
Trevor Levere (Annals of Science)
Bernie Lightman (Isis)
Michael Lynch (Social Studies of Science)
Peter Morris (Ambix)
Iwan Rhys Morus (History of Science)
Simon Schaffer (British Journal for the History of Science)
giovedì 3 luglio 2008
Nelle tracce della maturità c’erano errori peggiori di quelli noti. E non erano sviste
Si è sollevato un gran baccano attorno agli errori contenuti nelle formulazioni dei “temi” e delle “tracce” degli esami di maturità ma nessuno si è interessato a esaminarne i contenuti. Certo, è un’impresa leggere una pappardella di quasi 40.000 battute: tale è la lunghezza complessiva dei testi proposti e già questo – anche se è un dato soltanto quantitativo – è un segnale degli approdi grotteschi cui siamo giunti.
Diamo piuttosto un’occhiata ai documenti proposti con il tema di ambito tecnico-scientifico: «Quale idea di scienza nello sviluppo tecnologico della società umana». Il primo documento è un brano tratto dal “De Rerum Natura” di Lucrezio. Leggiamolo:
«Quando la nostra vita umana giaceva per terra/turpemente schiacciata da una pesante religione/che mostrava dal cielo l’orribile faccia/sopra i mortali, per la prima volta un uomo mortale,/un Greco, osò contro di quella alzare lo sguardo/e per primo resisterle contro; né la fama dei Numi/né il fulmine lo distrusse né la minaccia del cielo/strepitoso lo spaventò; ché anzi il desiderio/gli crebbe più forte e più acre lo strinse,/di rompere egli per primo/le porte serrate della natura. E vinse/la forza dell’animo; e andò lontano, solo,/di là dalle fiammanti barriere dell’universo/e tutto l’immenso attraversò con la mente/illesa, e a noi vittorioso ritorna e ci svela/il segreto dei corpi che nascono e come alle cose/è fisso un termine e limitato il potere./Così la religione fu calpestata/sotto i piedi mortali/e quella vittoria ci solleva alle stelle».
È ovvio che questo brano va contestualizzato. Col mito di Prometeo, esso allude alla contrapposizione tra conoscenza e la religione del mondo pagano. Qui la “tecnologia” è un anacronismo e l’uso di una simile “traccia” suggerisce tendenziosamente di dire che scienza/tecnologia e religione sono incompatibili. Esagero? Leggete allora il “documento” seguente. È di Jeremy Rifkin, il guru ambientalista le cui “competenze” come storico della scienza sono nulle:
«Nel corso della storia è sempre accaduto che l’uomo si sia trovato in una situazione di incertezza di fronte a due modi profondamente diversi di interpretare la realtà. Fu senza dubbio questo il caso che si verificò alla fine del Seicento, quando gli scienziati e i filosofi razionalisti – Isaac Newton, John Locke, René Descartes e altri – misero in discussione alcuni dogmi della Chiesa, fra i quali anche una dottrina fondamentale: quella che considerava la terra come una creazione di Dio e, quindi, dotata di valore intrinseco. I nuovi pensatori propendevano per una visione più materialistica dell’esistenza, fondata sulla matematica e sulla “ragione”».
La congiunzione del brano di Lucrezio con il ridicolo asserto di Rifkin – che Newton o Descartes fossero materialisti e non credessero al mondo come creazione divina – denota che chi ha proposto il tema aveva un intento: indurre lo studente a comporre una requisitoria antireligiosa in nome della ragione scientifica. Lo scandalo è che, anziché limitarsi a proporre il tema, lo studente sia stato indirizzato – accoppiando un brano che viene da un mondo lontanissimo dal nostro con un altro che propina una castroneria – a comporre un elaborato in stile sovietico.
Va altresì detto che questa prova gestita in modo ignorante e fazioso non si guarisce con la soluzione proposta da certi sprovveduti: sostituire il tema con un test a risposte multiple “somministrato” da docimologi. Del tipo: «Chi era Isaac Newton? A) Un fotografo, B) uno scienziato inglese, C) un centravanti del Manchester. Segnare con una croce la risposta esatta». Ovvero: come sostituire l’ateismo di stato con l’ebefrenia da valutazione.
(Tempi, 3 luglio 2008)
Diamo piuttosto un’occhiata ai documenti proposti con il tema di ambito tecnico-scientifico: «Quale idea di scienza nello sviluppo tecnologico della società umana». Il primo documento è un brano tratto dal “De Rerum Natura” di Lucrezio. Leggiamolo:
«Quando la nostra vita umana giaceva per terra/turpemente schiacciata da una pesante religione/che mostrava dal cielo l’orribile faccia/sopra i mortali, per la prima volta un uomo mortale,/un Greco, osò contro di quella alzare lo sguardo/e per primo resisterle contro; né la fama dei Numi/né il fulmine lo distrusse né la minaccia del cielo/strepitoso lo spaventò; ché anzi il desiderio/gli crebbe più forte e più acre lo strinse,/di rompere egli per primo/le porte serrate della natura. E vinse/la forza dell’animo; e andò lontano, solo,/di là dalle fiammanti barriere dell’universo/e tutto l’immenso attraversò con la mente/illesa, e a noi vittorioso ritorna e ci svela/il segreto dei corpi che nascono e come alle cose/è fisso un termine e limitato il potere./Così la religione fu calpestata/sotto i piedi mortali/e quella vittoria ci solleva alle stelle».
È ovvio che questo brano va contestualizzato. Col mito di Prometeo, esso allude alla contrapposizione tra conoscenza e la religione del mondo pagano. Qui la “tecnologia” è un anacronismo e l’uso di una simile “traccia” suggerisce tendenziosamente di dire che scienza/tecnologia e religione sono incompatibili. Esagero? Leggete allora il “documento” seguente. È di Jeremy Rifkin, il guru ambientalista le cui “competenze” come storico della scienza sono nulle:
«Nel corso della storia è sempre accaduto che l’uomo si sia trovato in una situazione di incertezza di fronte a due modi profondamente diversi di interpretare la realtà. Fu senza dubbio questo il caso che si verificò alla fine del Seicento, quando gli scienziati e i filosofi razionalisti – Isaac Newton, John Locke, René Descartes e altri – misero in discussione alcuni dogmi della Chiesa, fra i quali anche una dottrina fondamentale: quella che considerava la terra come una creazione di Dio e, quindi, dotata di valore intrinseco. I nuovi pensatori propendevano per una visione più materialistica dell’esistenza, fondata sulla matematica e sulla “ragione”».
La congiunzione del brano di Lucrezio con il ridicolo asserto di Rifkin – che Newton o Descartes fossero materialisti e non credessero al mondo come creazione divina – denota che chi ha proposto il tema aveva un intento: indurre lo studente a comporre una requisitoria antireligiosa in nome della ragione scientifica. Lo scandalo è che, anziché limitarsi a proporre il tema, lo studente sia stato indirizzato – accoppiando un brano che viene da un mondo lontanissimo dal nostro con un altro che propina una castroneria – a comporre un elaborato in stile sovietico.
Va altresì detto che questa prova gestita in modo ignorante e fazioso non si guarisce con la soluzione proposta da certi sprovveduti: sostituire il tema con un test a risposte multiple “somministrato” da docimologi. Del tipo: «Chi era Isaac Newton? A) Un fotografo, B) uno scienziato inglese, C) un centravanti del Manchester. Segnare con una croce la risposta esatta». Ovvero: come sostituire l’ateismo di stato con l’ebefrenia da valutazione.
(Tempi, 3 luglio 2008)
martedì 1 luglio 2008
domenica 29 giugno 2008
EUROFOBIE
Perché l'antropologo Goody non può accettare il fatto che la scienza sia nata in occidente
La tentazione è grande di liquidare un libro quando ci si imbatte subito in affermazioni che urtano la propria sensibilità. Tale è il caso de Il furto della storia di Jack Goody (Feltrinelli, 2008) e della sua ricostruzione delle vicende della formazione dello stato di Israele, ispirata ai più logori e falsi stereotipi, nonché della bizzarra affermazione secondo cui Israele non dovrebbe essere presentato come uno stato democratico poiché possiede un potente esercito: la democrazia e l’esercito sarebbero incompatibili. Ma Goody è uno dei più celebri antropologi viventi – Goody è un uomo d’onore – e un suo libro di quattrocento pagine non merita di essere liquidato per idiosincrasia nei confronti di qualche affermazione isolata. È un libro il cui bersaglio è l’eurocentrismo e il “mito” secondo cui l’Occidente avrebbe diritto a rivendicare una serie di creazioni: la cultura dell’antichità classica, l’umanesimo, il Rinascimento, la scienza, la tecnologia, il capitalismo, la democrazia, in breve i capisaldi della “civiltà” moderna. Si tratterebbe, secondo Goody, di un “furto della storia” compiuto a molteplici livelli e che egli smaschera prendendo di mira l’opera di tre grandi intellettuali “eurocentrici” come Joseph Needham, Norbert Elias e Fernand Braudel.
Compulsando il libro l’occhio corre all’indice analitico e lo storico della scienza non resiste alla tentazione di cercare nomi di scienziati – in fin dei conti, la scienza non è una delle più grandi conquiste vantate dall’Occidente? – e non se ne trova praticamente nessuno: Galileo è citato soltanto tre volte e, incredibilmente, Newton neanche una sola. I nomi dei più grandi filosofi dell’“Occidente” non compaiono neppure: né Cartesio, né Spinoza, Kant e Platone figurano un paio di volte. Altro attacco di idiosincrasia… anche se stavolta assai più fondato, perché riguarda la materia centrale del libro. Ma Goody è un uomo d’onore e bisogna andare fino in fondo.
Certo, le dimensioni del libro di cui è autore un così esimio personaggio vieterebbero una critica contenuta nelle dimensioni di un breve articolo. Eppure, proprio la faccenda della scienza ci mette sulla pista giusta per enucleare la metodologia del libro e la sua profonda fragilità. Di fronte alla tesi secondo cui la scienza si sarebbe sviluppata sul continente europeo, Goody esclama scandalizzato: «Seguendo questo tipo di ragionamento gli scienziati cinesi insigniti in anni recenti del premio Nobel raggiunsero i loro risultati soltanto per una sorta di processo di imitazione!». Ebbene, sì, è proprio così e il punto esclamativo è comico. Ma cosa crede, Goody? Crede forse che in Cina si faccia matematica algoritmica con le bacchette di bambù come un tempo? La scienza che si pratica in Cina è quella occidentale, la quale rappresenta il più straordinario fenomeno di globalizzazione della storia. Che la scienza europea sia debitrice di apporti provenienti dalla civiltà indiana e araba (assai poco dalla Cina), oltre che di quella greca, è fuor di dubbio, ma è la sintesi che conta, quel modo tutto speciale di concepire la conoscenza scientifica e il suo rapporto con la natura. Ma andiamo per gradi. Goody cita lo storico Mark Elvin secondo cui «intorno al 1600 la Cina possedeva in vario grado tutti gli stili di pensiero» individuati comunemente come caratteristici della scienza, a parte il pensiero probabilistico. La rivoluzione avvenuta in quel momento in Europa consistette soltanto in «un’accelerazione del ritmo con cui questi stili si svilupparono». Si tratta di una tesi completamente sballata: chi conosca un minimo la matematica cinese sa che in essa non v’era pensiero geometrico, quantomeno nulla di sia pur lontanamente paragonabile agli Elementi di Euclide. Invece, la matematica europea è nata dalla scoperta di Euclide assieme all’assimilazione dell’algebra araba e del sistema numerico indiano. Il fatto è che la cantonata di Elvin, ripresa acriticamente da Goody, è rafforzata dall’interlocutore che si sono scelto, ovvero lo storico della scienza marxista Needham il quale si è posto il problema (detto da Goody “di Needham”) del perché la scienza sia nata in Occidente (il che Needham dava per scontato) e ha tentato di spiegarlo in termini di strutture sociali. È evidente che in questi termini si perdono gli aspetti più caratteristici e originali della scienza europea. Per coglierli, occorre sviluppare un’analisi in termini di storia delle idee e comprendere che quel che caratterizza la nascita della scienza moderna sono una serie di idee filosofiche e metafisiche assolutamente originali e che non si trovano in nessun’altra civiltà: l’idea di “legge naturale” e l’oggettivismo, da cui discende il principio che ogni fenomeno si ripete immutato a parità di condizioni iniziali, da cui discende a sua volta la possibilità stessa di una tecnologia. È una visione che rivoluziona il concetto di strumento: dalla macchina artigianale, “individuale” e concreta (ottenuta strappando segreti alla natura) si passa allo strumento “concettuale”, basato su leggi scientifiche, come il cannocchiale di Galileo o l’orologio “preciso”.
Tutto questo Goody lo ignora o meglio decide di ignorarlo in quanto discendrebbe da un modo di concettualizzare tipicamente “eurocentrico”… Ma in tal modo, il problema è semplicemente eliminato. Goody ragiona soltanto in termini sociologici, antropologici, di modi di produzione, commerciali, e mai e poi mai in termini di “idee” e di concetti. Questi ultimi, come il concetto stesso di “cultura” impedirebbero l’analisi e la comparazione “razionali” in quanto ricorrono a distinzioni categoriali. Goody propone di ricorrere a un sistema di “griglie”: «si dovrebbe partire da un tratto specifico, poniamo il vincolo di dipendenza dei proprietari terrieri e costruire una griglia delle sue varie tipologie». Inutile dire che nelle griglie di Goody non possono mai trovar posto concetti o idee: sarebbe come “essenzializzare” l’analisi e stabilire a priori l’eurocentrismo. Nelle griglie di Goody il confronto tra scienza europea e altre scienze viene appiattito su questioni in cui il carattere altamente concettuale, diciamo pure deduttivo della scienza europea viene fatto sparire. Tutte le vacche diventano grigie e le differenze si riducono a questioni di intensità o di velocità. Ma, in tal modo, il problema non è risolto, bensì eliminato dichiarandolo inesistente per decreto.
È una visione che rappresenta la quintessenza di quel pensiero postmoderno che fu efficacemente definito “una forma di marxismo debole per le società opulente”. Esso è il paradigma del suicidio della cultura occidentale che nega se stessa con lo strumento di categorie concettuali (perché, alla fin fine, altro non sono le griglie di Goody) le quali sono ironicamente la quintessenza di un approccio “essenzialista”.
(Il Foglio, 27 giugno 2008)
La tentazione è grande di liquidare un libro quando ci si imbatte subito in affermazioni che urtano la propria sensibilità. Tale è il caso de Il furto della storia di Jack Goody (Feltrinelli, 2008) e della sua ricostruzione delle vicende della formazione dello stato di Israele, ispirata ai più logori e falsi stereotipi, nonché della bizzarra affermazione secondo cui Israele non dovrebbe essere presentato come uno stato democratico poiché possiede un potente esercito: la democrazia e l’esercito sarebbero incompatibili. Ma Goody è uno dei più celebri antropologi viventi – Goody è un uomo d’onore – e un suo libro di quattrocento pagine non merita di essere liquidato per idiosincrasia nei confronti di qualche affermazione isolata. È un libro il cui bersaglio è l’eurocentrismo e il “mito” secondo cui l’Occidente avrebbe diritto a rivendicare una serie di creazioni: la cultura dell’antichità classica, l’umanesimo, il Rinascimento, la scienza, la tecnologia, il capitalismo, la democrazia, in breve i capisaldi della “civiltà” moderna. Si tratterebbe, secondo Goody, di un “furto della storia” compiuto a molteplici livelli e che egli smaschera prendendo di mira l’opera di tre grandi intellettuali “eurocentrici” come Joseph Needham, Norbert Elias e Fernand Braudel.
Compulsando il libro l’occhio corre all’indice analitico e lo storico della scienza non resiste alla tentazione di cercare nomi di scienziati – in fin dei conti, la scienza non è una delle più grandi conquiste vantate dall’Occidente? – e non se ne trova praticamente nessuno: Galileo è citato soltanto tre volte e, incredibilmente, Newton neanche una sola. I nomi dei più grandi filosofi dell’“Occidente” non compaiono neppure: né Cartesio, né Spinoza, Kant e Platone figurano un paio di volte. Altro attacco di idiosincrasia… anche se stavolta assai più fondato, perché riguarda la materia centrale del libro. Ma Goody è un uomo d’onore e bisogna andare fino in fondo.
Certo, le dimensioni del libro di cui è autore un così esimio personaggio vieterebbero una critica contenuta nelle dimensioni di un breve articolo. Eppure, proprio la faccenda della scienza ci mette sulla pista giusta per enucleare la metodologia del libro e la sua profonda fragilità. Di fronte alla tesi secondo cui la scienza si sarebbe sviluppata sul continente europeo, Goody esclama scandalizzato: «Seguendo questo tipo di ragionamento gli scienziati cinesi insigniti in anni recenti del premio Nobel raggiunsero i loro risultati soltanto per una sorta di processo di imitazione!». Ebbene, sì, è proprio così e il punto esclamativo è comico. Ma cosa crede, Goody? Crede forse che in Cina si faccia matematica algoritmica con le bacchette di bambù come un tempo? La scienza che si pratica in Cina è quella occidentale, la quale rappresenta il più straordinario fenomeno di globalizzazione della storia. Che la scienza europea sia debitrice di apporti provenienti dalla civiltà indiana e araba (assai poco dalla Cina), oltre che di quella greca, è fuor di dubbio, ma è la sintesi che conta, quel modo tutto speciale di concepire la conoscenza scientifica e il suo rapporto con la natura. Ma andiamo per gradi. Goody cita lo storico Mark Elvin secondo cui «intorno al 1600 la Cina possedeva in vario grado tutti gli stili di pensiero» individuati comunemente come caratteristici della scienza, a parte il pensiero probabilistico. La rivoluzione avvenuta in quel momento in Europa consistette soltanto in «un’accelerazione del ritmo con cui questi stili si svilupparono». Si tratta di una tesi completamente sballata: chi conosca un minimo la matematica cinese sa che in essa non v’era pensiero geometrico, quantomeno nulla di sia pur lontanamente paragonabile agli Elementi di Euclide. Invece, la matematica europea è nata dalla scoperta di Euclide assieme all’assimilazione dell’algebra araba e del sistema numerico indiano. Il fatto è che la cantonata di Elvin, ripresa acriticamente da Goody, è rafforzata dall’interlocutore che si sono scelto, ovvero lo storico della scienza marxista Needham il quale si è posto il problema (detto da Goody “di Needham”) del perché la scienza sia nata in Occidente (il che Needham dava per scontato) e ha tentato di spiegarlo in termini di strutture sociali. È evidente che in questi termini si perdono gli aspetti più caratteristici e originali della scienza europea. Per coglierli, occorre sviluppare un’analisi in termini di storia delle idee e comprendere che quel che caratterizza la nascita della scienza moderna sono una serie di idee filosofiche e metafisiche assolutamente originali e che non si trovano in nessun’altra civiltà: l’idea di “legge naturale” e l’oggettivismo, da cui discende il principio che ogni fenomeno si ripete immutato a parità di condizioni iniziali, da cui discende a sua volta la possibilità stessa di una tecnologia. È una visione che rivoluziona il concetto di strumento: dalla macchina artigianale, “individuale” e concreta (ottenuta strappando segreti alla natura) si passa allo strumento “concettuale”, basato su leggi scientifiche, come il cannocchiale di Galileo o l’orologio “preciso”.
Tutto questo Goody lo ignora o meglio decide di ignorarlo in quanto discendrebbe da un modo di concettualizzare tipicamente “eurocentrico”… Ma in tal modo, il problema è semplicemente eliminato. Goody ragiona soltanto in termini sociologici, antropologici, di modi di produzione, commerciali, e mai e poi mai in termini di “idee” e di concetti. Questi ultimi, come il concetto stesso di “cultura” impedirebbero l’analisi e la comparazione “razionali” in quanto ricorrono a distinzioni categoriali. Goody propone di ricorrere a un sistema di “griglie”: «si dovrebbe partire da un tratto specifico, poniamo il vincolo di dipendenza dei proprietari terrieri e costruire una griglia delle sue varie tipologie». Inutile dire che nelle griglie di Goody non possono mai trovar posto concetti o idee: sarebbe come “essenzializzare” l’analisi e stabilire a priori l’eurocentrismo. Nelle griglie di Goody il confronto tra scienza europea e altre scienze viene appiattito su questioni in cui il carattere altamente concettuale, diciamo pure deduttivo della scienza europea viene fatto sparire. Tutte le vacche diventano grigie e le differenze si riducono a questioni di intensità o di velocità. Ma, in tal modo, il problema non è risolto, bensì eliminato dichiarandolo inesistente per decreto.
È una visione che rappresenta la quintessenza di quel pensiero postmoderno che fu efficacemente definito “una forma di marxismo debole per le società opulente”. Esso è il paradigma del suicidio della cultura occidentale che nega se stessa con lo strumento di categorie concettuali (perché, alla fin fine, altro non sono le griglie di Goody) le quali sono ironicamente la quintessenza di un approccio “essenzialista”.
(Il Foglio, 27 giugno 2008)
venerdì 27 giugno 2008
Quella foga di misurare tutto che ci porta a considerare Einstein un emerito somaro
Se c’è una disciplina che fornisce definizioni rigorose e univoche questa è la matematica, anch’essa entro certi limiti. Già, perché appena si esce da un contesto puramente formale, in cui contano sono le relazioni e le proprietà degli enti in gioco e non la loro natura, cominciano i problemi. La definizione di “punto” di Euclide – «il punto è ciò che non ha parti» – ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Perciò, appena si ha a che fare con oggetti concreti le definizioni diventano vaghe e opinabili, come lo sono i lemmi dei dizionari, tanto più se gli oggetti non sono puramente “materiali”.
Tutto ciò per dire che definire cosa sia l’intelligenza, il talento e il genio è una vera e propria sfida, ed è una sfida perdente se si pretende di dare una definizione rigorosa e univoca nello stile di quelle della matematica astratta (assiomatica). Tuttavia, siccome oggi pare che solo coloro che procedono alla maniera dei matematici (assiomatici) siano persone serie, ci si ingegna a dare definizioni siffatte dell’intelligenza. Ne risulta un’idea di intelligenza bene descritta da Edoardo Boncinelli in un recente articolo sul Corriere della Sera: «un costrutto i cui contorni sono delineati interamenti dagli strumenti di misura utilizzati nelle ricerche empiriche». Insomma, poiché la definizione di intelligenza è subordinata al fine di misurarla, essa è «l’insieme delle capacità che contribuiscono a favorire risposte corrette a quesiti di natura verbale o logico-matematica». Con una simile definizione la creatività non fa parte dell’intelligenza. Ne consegue che individui geniali ma ribelli alle convenzioni e alle regole e persino di rendimento scolastico non eccelso non sono da considerarsi “intelligenti”: tali sono i casi di Leonardo da Vinci, Darwin, Churchill o Einstein. Osserva Boncinelli che tutto dipende dalla definizione scelta, ovvero se si ritiene che la creatività faccia parte dell’intelligenza oppure no. Questa insulsa diatriba nasce perché i test di intelligenza non creativa sono facili ed efficaci – in definitiva si tratta di questionari – mentre non si è riusciti finora a ideare test efficaci di misurazione della creatività.
Bella scoperta. Se la parola “creatività” ha senso – e indica quindi un comportamento assolutamente imprevedibile e contrario a qualsiasi procedura meccanica predeterminata – è evidente che ogni tentativo di misurarla è destinato all’insuccesso. Ma siccome – come si è detto – misurare è diventato un’ossessione e pare che qualcosa non è misurabile non esiste o non è degno di considerazione, ecco che si propende per una definizione “esatta”, e pesantemente riduttiva dell’intelligenza. A quali conseguenze portino questo genere di elucubrazioni è mostrato dai titoli apposti all’articolo di Boncinelli (il cui testo è invece del tutto ragionevole): “L’intelligente non è creativo, troppo talento frena il genio”, “Test e studi psichiatrici dimostrano come lo sviluppo della sfera intellettuale renda gli individui prudenti e tradizionalisti”. Insomma si suggerisce che per essere geniali è meglio non essere troppo intelligenti e che per non essere prudenti e tradizionalisti è meglio non sviluppare la sfera intellettuale… Un altro incitamento a non studiare?
La verità è che chi limita la propria ragione a esercizi di logica formale è un mediocre, anche se sa molte cose. Non è intelligente. È un “idiot savant”. Anche i migliori matematici sono i creativi e non i “meccanici”. Ci voleva tanto dispendio di scienza statistica e psichiatrica per confezionare simili trivialità? Ma questi sono i prezzi da pagare sull’altare della “misurazione delle qualità”.
(Tempi, 26 giugno 2008)
Tutto ciò per dire che definire cosa sia l’intelligenza, il talento e il genio è una vera e propria sfida, ed è una sfida perdente se si pretende di dare una definizione rigorosa e univoca nello stile di quelle della matematica astratta (assiomatica). Tuttavia, siccome oggi pare che solo coloro che procedono alla maniera dei matematici (assiomatici) siano persone serie, ci si ingegna a dare definizioni siffatte dell’intelligenza. Ne risulta un’idea di intelligenza bene descritta da Edoardo Boncinelli in un recente articolo sul Corriere della Sera: «un costrutto i cui contorni sono delineati interamenti dagli strumenti di misura utilizzati nelle ricerche empiriche». Insomma, poiché la definizione di intelligenza è subordinata al fine di misurarla, essa è «l’insieme delle capacità che contribuiscono a favorire risposte corrette a quesiti di natura verbale o logico-matematica». Con una simile definizione la creatività non fa parte dell’intelligenza. Ne consegue che individui geniali ma ribelli alle convenzioni e alle regole e persino di rendimento scolastico non eccelso non sono da considerarsi “intelligenti”: tali sono i casi di Leonardo da Vinci, Darwin, Churchill o Einstein. Osserva Boncinelli che tutto dipende dalla definizione scelta, ovvero se si ritiene che la creatività faccia parte dell’intelligenza oppure no. Questa insulsa diatriba nasce perché i test di intelligenza non creativa sono facili ed efficaci – in definitiva si tratta di questionari – mentre non si è riusciti finora a ideare test efficaci di misurazione della creatività.
Bella scoperta. Se la parola “creatività” ha senso – e indica quindi un comportamento assolutamente imprevedibile e contrario a qualsiasi procedura meccanica predeterminata – è evidente che ogni tentativo di misurarla è destinato all’insuccesso. Ma siccome – come si è detto – misurare è diventato un’ossessione e pare che qualcosa non è misurabile non esiste o non è degno di considerazione, ecco che si propende per una definizione “esatta”, e pesantemente riduttiva dell’intelligenza. A quali conseguenze portino questo genere di elucubrazioni è mostrato dai titoli apposti all’articolo di Boncinelli (il cui testo è invece del tutto ragionevole): “L’intelligente non è creativo, troppo talento frena il genio”, “Test e studi psichiatrici dimostrano come lo sviluppo della sfera intellettuale renda gli individui prudenti e tradizionalisti”. Insomma si suggerisce che per essere geniali è meglio non essere troppo intelligenti e che per non essere prudenti e tradizionalisti è meglio non sviluppare la sfera intellettuale… Un altro incitamento a non studiare?
La verità è che chi limita la propria ragione a esercizi di logica formale è un mediocre, anche se sa molte cose. Non è intelligente. È un “idiot savant”. Anche i migliori matematici sono i creativi e non i “meccanici”. Ci voleva tanto dispendio di scienza statistica e psichiatrica per confezionare simili trivialità? Ma questi sono i prezzi da pagare sull’altare della “misurazione delle qualità”.
(Tempi, 26 giugno 2008)
venerdì 20 giugno 2008
giovedì 19 giugno 2008
Torna la meritocrazia nella scuola. E la laurea breve è al tramonto
Va apprezzato il coraggio del ministro Gelmini di aver rimesso in circolazione la parola “merito”, impronunciabile da quando (decenni fa) “meritocrazia” è stata eletta a sinonimo di tutti i mali del mondo. È tanto più apprezzabile che, dopo averne fatto un riferimento centrale per la scuola secondaria, l’abbia accostata ad “autonomia” e “valutazione” per comporre la triade cui vuole ispirare la sua azione nell’ambito universitario. Ha fatto anche bene a enunciare chiaramente il dilemma: tornare a un sistema centralizzato o scommettere sull’autonomia. Convince la scommessa sull’autonomia che però richiede la valutazione, la quale deve fondarsi sulla promozione del merito, nella sostanza e non per obbedienza a parametri formali. Se l’idea dell’autonomia convince per l’università – mentre è da considerare con molta maggiore cautela per gli istituti scolastici – occorre tuttavia ripensarla perché è stata sperimentata e siamo in condizione di dire quali rischi vadano evitati. Difatti, la falsa autonomia introdotta nell’università ha stimolato cattivi risultati, come la proliferazione di migliaia di lauree, e non ha prodotto i risultati sperati, come la promozione della qualità della ricerca e della didattica. Le università, impossibilitate ad agire in vera autonomia – per esempio sul fronte delle tasse – hanno esaurito (non senza colpe) la quota di bilancio dedicata agli stipendi. Ne è risultato un effetto drammatico: non vi è più mobilità tra le università, il corpo docente è ingessato in forme mai viste ai tempi del più rigido centralismo e le conseguenze negative sulla qualità della ricerca e della didattica sono gravissime.
Le modalità di reclutamento dei docenti proposte dal ministro – chiamata diretta su una lista nazionale di idonei – ci convincono pienamente e saranno tanto più efficaci quanto più le università saranno messe in condizione di promuovere la mobilità del corpo docente, ma anche stimolate e quasi costrette a farlo.
Un altro problema sottolineato dal ministro sono i pessimi risultati del sistema 3+2 (laurea triennale e specialistica). Tutti riconoscono che le lauree triennali non servono a niente e tanto varrebbe tornare alla vecchia normativa. Quantomeno occorrerebbe por mano a una semplificazione estrema del sistema dei crediti – Salvatore Settis ha addirittura proposto di abolirlo con una circolare – che è fonte di uno squallido mercato. Per esempio, occorrerebbe vietare l’idea aberrante di misurare un credito con le pagine di testo da studiare (pagine di quanti caratteri e di che difficoltà?!). Quando poi certe commissioni di valutazione di ateneo addirittura invitano i docenti a stimare un credito come un impegno di 25 ore di studio ci si rende conto del degrado culturale cui siamo arrivati e della metastasi manageriale dell’egualitarismo di stampo sessantottino. Esiste infatti una categoria di professori che preferiscono dimenticare di essere tali e giocare a fare i manager con un’attrazione quasi erotica per la “governance” e la “valutazione” quanto più sono formali e complicate.
Non può darsi autonomia senza valutazione, ma anche la valutazione deve essere seria e non ridursi agli esercizi formali di certe commissioni o alla burofrenia di carrozzoni autoreferenziali. Bisogna rifuggire dall’ossessione della valutazione “oggettiva” e “automatica” che sfocia inevitabilmente nella proposta di criteri assurdi e arbitrari, come quello letto di recente: attribuire un valore 20 a un libro pubblicato “all’estero” e 12 a un libro pubblicato in Italia. Quel che conta è il valore intrinseco del libro o dell’articolo e neppure della rivista in cui è stato pubblicato. Con certi criteri da “citation index” articoli epocali di grandi scienziati sarebbero oggi valutati poco in quanto pubblicati su riviste di secondo piano. L’unica valutazione seria è di contenuto e deve essere svolta da commissioni imparziali che ispezionino sul campo. Circa la valutazione degli studenti e delle famiglie, eviterei da parte del ministro di definirla in termini di “customer satisfaction”, termine che non andrebbe usato nell’ambito dell’istruzione.
Infine, così come il ministro ha ricordato l’importanza per la scuola della quarta “i”, l’italiano, siamo certi che sarà sensibile al ruolo motore della ricerca di base e alla necessità di riportare al centro dell’università la cultura e il rapporto con le tradizioni culturali senza di che non si potrà evitare che la didattica si riduca a esamificio e la ricerca a produzione di brevetti.
(Libero, 18 giugno 2008)
Le modalità di reclutamento dei docenti proposte dal ministro – chiamata diretta su una lista nazionale di idonei – ci convincono pienamente e saranno tanto più efficaci quanto più le università saranno messe in condizione di promuovere la mobilità del corpo docente, ma anche stimolate e quasi costrette a farlo.
Un altro problema sottolineato dal ministro sono i pessimi risultati del sistema 3+2 (laurea triennale e specialistica). Tutti riconoscono che le lauree triennali non servono a niente e tanto varrebbe tornare alla vecchia normativa. Quantomeno occorrerebbe por mano a una semplificazione estrema del sistema dei crediti – Salvatore Settis ha addirittura proposto di abolirlo con una circolare – che è fonte di uno squallido mercato. Per esempio, occorrerebbe vietare l’idea aberrante di misurare un credito con le pagine di testo da studiare (pagine di quanti caratteri e di che difficoltà?!). Quando poi certe commissioni di valutazione di ateneo addirittura invitano i docenti a stimare un credito come un impegno di 25 ore di studio ci si rende conto del degrado culturale cui siamo arrivati e della metastasi manageriale dell’egualitarismo di stampo sessantottino. Esiste infatti una categoria di professori che preferiscono dimenticare di essere tali e giocare a fare i manager con un’attrazione quasi erotica per la “governance” e la “valutazione” quanto più sono formali e complicate.
Non può darsi autonomia senza valutazione, ma anche la valutazione deve essere seria e non ridursi agli esercizi formali di certe commissioni o alla burofrenia di carrozzoni autoreferenziali. Bisogna rifuggire dall’ossessione della valutazione “oggettiva” e “automatica” che sfocia inevitabilmente nella proposta di criteri assurdi e arbitrari, come quello letto di recente: attribuire un valore 20 a un libro pubblicato “all’estero” e 12 a un libro pubblicato in Italia. Quel che conta è il valore intrinseco del libro o dell’articolo e neppure della rivista in cui è stato pubblicato. Con certi criteri da “citation index” articoli epocali di grandi scienziati sarebbero oggi valutati poco in quanto pubblicati su riviste di secondo piano. L’unica valutazione seria è di contenuto e deve essere svolta da commissioni imparziali che ispezionino sul campo. Circa la valutazione degli studenti e delle famiglie, eviterei da parte del ministro di definirla in termini di “customer satisfaction”, termine che non andrebbe usato nell’ambito dell’istruzione.
Infine, così come il ministro ha ricordato l’importanza per la scuola della quarta “i”, l’italiano, siamo certi che sarà sensibile al ruolo motore della ricerca di base e alla necessità di riportare al centro dell’università la cultura e il rapporto con le tradizioni culturali senza di che non si potrà evitare che la didattica si riduca a esamificio e la ricerca a produzione di brevetti.
(Libero, 18 giugno 2008)
giovedì 12 giugno 2008
L’occasione irripetibile per liberare la scuola dal dominio del sindacato
Rigore, lotta al bullismo, niente abbuono dei debiti formativi, docenti meritori premiati a livello retributivo – sono propositi del ministro dell’istruzione Gelmini che non possono non rallegrare. Tuttavia, poiché questo è un passaggio cruciale la chiarezza s’impone. Vediamo rapidamente tre questioni.
Il ministro chiede atteggiamenti costruttivi e una mobilitazione trasversale per salvare la scuola mettendo da parte le contrapposizioni ideologiche. Giusto. Purché sia chiaro che la scuola italiana non è stata massacrata dalle contrapposizioni ideologiche bensì dal dominio trentennale incontrastato di una sola ideologia: la miscela della pedagogia per obbiettivi e dell’autoapprendimento con l’egualitarismo e l’antiautoritarismo sessantottino. L’invito va rivolto in primo luogo a chi considera come una bestemmia la sola messa in discussione di questa ideologia, a chi ha coperto di insulti libri come “Segmenti e bastoncini” di Lucio Russo o, assai di recente, ha inveito contro i firmatari dell’appello al merito e alla responsabilità, che mi pare sia stato apprezzato dal ministro. I firmatari di questo appello (Sartori, Galli Della Loggia, Schiavone, Veca, Bodei, Pirani e altri tra cui lo scrivente) sono stati definiti da un ex-ministro “relitti del passato”, sacche di conservatorismo rappresentanti una cultura morta e deduttivistica di stile gentiliano, e invitati da un sindacalista a render conto di come sono andati in cattedra. Perciò, sgomberiamo il terreno dalle congreghe ideologiche che si ritengono proprietarie dell’istruzione e diamo spazio a una discussione culturale (non ideologica) aperta e costruttiva.
Il secondo punto riguarda i sindacati e le varie associazioni. Fa benissimo il ministro a sentire tutti con la massima disponibilità. Poi, però, scelga in modo indipendente, senza tavoli di contrattazione e riservando la decisione finale alla sede istituzionale appropriata, che è il parlamento. Su sindacati e genitori hanno rispettivamente ragione il ministro Brunetta e Pierluigi Battista: facciano un passo indietro per quel che non riguarda le loro competenze. È assai malsano che i sindacati mettano bocca sui programmi scolastici o sull’organizzazione didattica: si attengano alle questioni normative e salariali del personale. Altrettanto vale per le associazioni degli insegnanti o degli studenti: per evidente conflitto d’interesse non devono metter bocca su temi didattici, come la questione degli esami di riparazione autunnali.
Il terzo punto riguarda la valutazione dell’istruzione, circa la quale molti confondono la valutazione individuale dello studente (per cui non credo che esista miglior sistema del voto) e la valutazione del singolo docente, degli istituti o dell’intero sistema. Il Corriere della Sera titola: “Sui criteri di valutazione tutti divisi”. Giorgio Allulli propone una graduatoria per istituto misurando il tasso di abbandono scolastico e premiando gli istituti che riescono a contenerlo. Ci risiamo. Si capisce che docimologi e valutatori vogliano difendere la professione ma qui sono in gioco interessi più grandi dei loro. Quei criteri sono un’assurdità e lo si è già visto, come nel caso del parametro della laurea universitaria in tempo. Basta promuovere tutti ed ecco che il tasso di abbandono scolastico crolla a zero con conseguente premio per i fannulloni e gli inefficienti. Si rassegnino gli “esperti”: le griglie di valutazione non funzionano perché possono essere aggirate in mille modi. Occorre il controllo diretto, personale. È quanto osservava Silvio Garattini a proposito dello scandalo della clinica milanese: si sono messi in atto sistemi sofisticati come il DRG (Diagnosis Related Group), ma qualunque soluzione formale può essere aggirata, e l’unico sistema valido sono «ispezioni regolari, con ispettori esperti, indipendenti da chi decide e da chi paga».
Perciò non vanno bene le soluzioni prospettate dal presidente di TreeLLLe Attilio Oliva (procedure che mettano insieme i giudizi di presidi, famiglie ed ex-studenti) e dal presidente dell’Associazione Presidi Giorgio Rembado (preside, docenti, famiglie, studenti e un docente interno o, al più, esterno). Si formino piuttosto commissioni di docenti di altri istituti e di ex-docenti che piombino senza preavviso nell’istituto e, in collaborazione col preside, lo rivoltino da cima a fondo per alcuni giorni, esaminando ogni aspetto didattico e organizzativo e interrogando anche studenti e famiglie, tenendoli però fuori dal giudizio didattico (essi possono aver peso nella valutazione delle strutture e dei servizi). Basterebbe anche intervenire su un campione del 20% degli istituti per indurre comportamenti virtuosi. È un sistema adottato in diversi paesi e, con iniziativa autonoma, anche in alcune università italiane. Se si vuole procedere seriamente questa è la via. Le altre vie servono o a svicolare o a creare baracconi autoreferenziali che producono montagne di statistiche inutili per constatare poi che le cose vanno sempre peggio.
(Libero, 12 giugno 2008)
Il ministro chiede atteggiamenti costruttivi e una mobilitazione trasversale per salvare la scuola mettendo da parte le contrapposizioni ideologiche. Giusto. Purché sia chiaro che la scuola italiana non è stata massacrata dalle contrapposizioni ideologiche bensì dal dominio trentennale incontrastato di una sola ideologia: la miscela della pedagogia per obbiettivi e dell’autoapprendimento con l’egualitarismo e l’antiautoritarismo sessantottino. L’invito va rivolto in primo luogo a chi considera come una bestemmia la sola messa in discussione di questa ideologia, a chi ha coperto di insulti libri come “Segmenti e bastoncini” di Lucio Russo o, assai di recente, ha inveito contro i firmatari dell’appello al merito e alla responsabilità, che mi pare sia stato apprezzato dal ministro. I firmatari di questo appello (Sartori, Galli Della Loggia, Schiavone, Veca, Bodei, Pirani e altri tra cui lo scrivente) sono stati definiti da un ex-ministro “relitti del passato”, sacche di conservatorismo rappresentanti una cultura morta e deduttivistica di stile gentiliano, e invitati da un sindacalista a render conto di come sono andati in cattedra. Perciò, sgomberiamo il terreno dalle congreghe ideologiche che si ritengono proprietarie dell’istruzione e diamo spazio a una discussione culturale (non ideologica) aperta e costruttiva.
Il secondo punto riguarda i sindacati e le varie associazioni. Fa benissimo il ministro a sentire tutti con la massima disponibilità. Poi, però, scelga in modo indipendente, senza tavoli di contrattazione e riservando la decisione finale alla sede istituzionale appropriata, che è il parlamento. Su sindacati e genitori hanno rispettivamente ragione il ministro Brunetta e Pierluigi Battista: facciano un passo indietro per quel che non riguarda le loro competenze. È assai malsano che i sindacati mettano bocca sui programmi scolastici o sull’organizzazione didattica: si attengano alle questioni normative e salariali del personale. Altrettanto vale per le associazioni degli insegnanti o degli studenti: per evidente conflitto d’interesse non devono metter bocca su temi didattici, come la questione degli esami di riparazione autunnali.
Il terzo punto riguarda la valutazione dell’istruzione, circa la quale molti confondono la valutazione individuale dello studente (per cui non credo che esista miglior sistema del voto) e la valutazione del singolo docente, degli istituti o dell’intero sistema. Il Corriere della Sera titola: “Sui criteri di valutazione tutti divisi”. Giorgio Allulli propone una graduatoria per istituto misurando il tasso di abbandono scolastico e premiando gli istituti che riescono a contenerlo. Ci risiamo. Si capisce che docimologi e valutatori vogliano difendere la professione ma qui sono in gioco interessi più grandi dei loro. Quei criteri sono un’assurdità e lo si è già visto, come nel caso del parametro della laurea universitaria in tempo. Basta promuovere tutti ed ecco che il tasso di abbandono scolastico crolla a zero con conseguente premio per i fannulloni e gli inefficienti. Si rassegnino gli “esperti”: le griglie di valutazione non funzionano perché possono essere aggirate in mille modi. Occorre il controllo diretto, personale. È quanto osservava Silvio Garattini a proposito dello scandalo della clinica milanese: si sono messi in atto sistemi sofisticati come il DRG (Diagnosis Related Group), ma qualunque soluzione formale può essere aggirata, e l’unico sistema valido sono «ispezioni regolari, con ispettori esperti, indipendenti da chi decide e da chi paga».
Perciò non vanno bene le soluzioni prospettate dal presidente di TreeLLLe Attilio Oliva (procedure che mettano insieme i giudizi di presidi, famiglie ed ex-studenti) e dal presidente dell’Associazione Presidi Giorgio Rembado (preside, docenti, famiglie, studenti e un docente interno o, al più, esterno). Si formino piuttosto commissioni di docenti di altri istituti e di ex-docenti che piombino senza preavviso nell’istituto e, in collaborazione col preside, lo rivoltino da cima a fondo per alcuni giorni, esaminando ogni aspetto didattico e organizzativo e interrogando anche studenti e famiglie, tenendoli però fuori dal giudizio didattico (essi possono aver peso nella valutazione delle strutture e dei servizi). Basterebbe anche intervenire su un campione del 20% degli istituti per indurre comportamenti virtuosi. È un sistema adottato in diversi paesi e, con iniziativa autonoma, anche in alcune università italiane. Se si vuole procedere seriamente questa è la via. Le altre vie servono o a svicolare o a creare baracconi autoreferenziali che producono montagne di statistiche inutili per constatare poi che le cose vanno sempre peggio.
(Libero, 12 giugno 2008)
mercoledì 11 giugno 2008
Test gradimento? La scuola non è un discount
Nulla da eccepire contro una gestione efficiente e “manageriale” delle scuole pur di aver chiari i limiti entro cui ciò ha senso. Entro tali limiti si possono anche accettare i test di “customer satisfaction” vantati su Libero dallo stimatissimo preside Mario Rusconi. Possono esser utili se si tratta di sondare i pareri di studenti e famiglie circa le strutture scolastiche (aule, gabinetti), l’efficienza dell’amministrazione e l’organizzazione delle gite scolastiche o delle altre (sempre troppe) iniziative “culturali” annesse ai POF (piani di offerta formativa). Ma sul resto – che poi rappresenta la vera sostanza della funzione della scuola – la “customer satisfaction” non dovrebbe neppure mettere il naso.
La “customer satisfaction” in un supermercato è definita abbastanza bene da quella nozione che gli economisti chiamano “massimizzazione dell’utilità”: è ottenere il prodotto migliore e più desiderato al minimo costo. A scuola ciò si traduce nell’ottenere il massimo voto e la promozione con il minimo sforzo. Anche uno sprovveduto dovrebbe capire che la cosa non funziona affatto, per il semplice motivo che la cultura e la conoscenza non sono prodotti e servizi e nell’istruzione l’interesse sociale e nazionale deve imporsi sugli interessi specifici. Chiunque – singoli o gruppi – si limiti a difendere il proprio particolare non ha alcun vantaggio ad accettare questo fatto, al contrario; e la debolezza di chi governa (a tutti i livelli) ha come effetto il cedimento alla pressione degli interessi particolari. Pertanto, la “customer satisfaction” applicata non ai gabinetti ma alla conoscenza è fonte di colossale inefficienza e di degrado.
Gli esempi sono innumerevoli. Laurearsi in tempo è qualcosa che soddisfa tutti: governanti e “utenti” – termine che occorrerebbe proscrivere quando si parla di educazione. Ma per ottenere questo risultato basta abbassare il livello dell’istruzione. Come ha osservato Angelo Panebianco, coloro che si ostinano a lodare la riforma universitaria del “3+2” (laurea triennale e specialistica) ripetono che ora ci si laurea in minor tempo rispetto a prima: ma ciò accade al costo di «un drammatico abbassamento della qualità” di «una corsa a distribuire lauree triennali anche a gente impreparata». Quando poi questo sfacelo viene testimoniato da sondaggi e statistiche, invece di porsi il problema di “cosa” s’insegna tutti si affannano ad architettare nuove riorganizzazioni dell’apparato ostinandosi sulla linea della soddisfazione dell’utente e del rispetto di parametri quantitativi. C’è chi se la prende con la pedagogia “tradizionale” che ammaestra i ragazzi a presentarsi come “persone a modo”; come se fosse un male e come se questa pedagogia esistesse ancora, visto che da un trentennio vige il pensiero unico della pedagogia progressista di stato. C’è chi propone di abolire l’ora di lezione e di trasformare ogni scuola in una “comunità educante”, in cui un gruppo si raccoglie a parlare di storia, un altro discute dell’impatto antropico sulla biosfera e un altro fa matematica creativa; sul modello del paese dei balocchi di Collodi, in cui «chi passeggiava vestito da generale coll’elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta, chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo». Questi sono i rimedi che ci vengono proposti, ma di contenuti non parla mai nessuno, per il semplice motivo che ciò condurrebbe a individuare obbiettivi imprescindibili indipendenti dalla “customer satisfaction” e ciò urterebbe assai i gruppi d’interesse.
In un recente intervento a favore della “bocciatura” del latino, il presidente di TreElle Attilio Oliva ha osservato che l’obbligatorietà del latino ne fa una delle materie meno amate («snobbata e rifiutata») e che presenta un primato nei debiti formativi. Meglio quindi renderla facoltativa. Con questo ragionamento occorrerebbe rendere facoltativa anche la matematica, essendo di certo una delle materie meno amate, snobbata, rifiutata, anzi detestata… Si dirà che ciò è impensabile in una società moderna. Appunto. Discutiamo allora di cosa sia essenziale per una formazione seria lasciando da parte la “customer satisfaction” e i gusti dell’“utenza”.
Un’altra questione delicatissima è quella dell’autonomia, che è in linea di principio un’esigenza sacrosanta, a patto di pensarla in modo razionale e responsabile, tale da non produrre risultati come l’attuale libanizzazione dell’università in 5434 corsi di laurea. A me pare che l’assunzione diretta dei docenti da parte di università e istituti scolastici sia una prospettiva ragionevole a condizione che questa venga fatta all’interno di liste nazionali di idonei risultanti da seri e rigorosi processi di selezione. Si resta invece sconcertati di fronte a proposte che prevedono una carriera dei docenti tutta interna all’istituto. Chiunque capisce che un istituto gestito seriamente potrà anche conseguire livelli di eccellenza, mentre un istituto gestito con criteri poco trasparenti potrà diventare luogo di assunzioni clientelari o familiari. E non si venga a dire che la concorrenza renderà giustizia ai migliori, perché l’istituto peggiore sarà anche quello che regala voti e promozioni e, offrendo il massimo di soddisfazione all’utente, vedrà le folle assiepate alle sue porte. Né basta dire che a ciò si porrà rimedio con un processo di valutazione. La valutazione ci vuole, a condizione che sia seria e condotta con criteri qualitativi, ovvero di sostanza. Se invece si tratta dei processi di valutazione proposti dai “docimologi”, allora è da attendersi il disastro finale: ci si prospettano baracconi di centinaia di specialisti che valutano lo stato dell’istruzione dai loro terminali sulla base della “somministrazione” di test improbabili, dalle risposte improbabili e stimati in base a teorie improbabili (se non talora francamente improponibili), le quali sono al disopra di ogni valutazione.
Queste tendenze hanno al centro lo svilimento del ruolo del docente e il disinteresse totale per i contenuti dell’insegnamento a favore dell’ossessione per le procedure. Esse emergono anche nelle proposte di sostituire i consigli d’istituto con consigli di amministrazione composti da docenti, amministrativi, ausiliari, famiglie e, al solito, “esperti” esterni. Insomma, una maggioranza di incompetenti con l’aggiunta dei soliti “esperti scolastici”, ovvero di quei personaggi che non sanno cosa sia il teorema di Pitagora ma hanno la pretesa di dettar legge su come si deve insegnare.
È il momento di lasciar da parte gli interventi di ingegneria istituzionale su una struttura esausta, e di parlare seriamente di contenuti. E occorre che lo faccia chi ha i titoli per farlo, in primo luogo gli insegnanti, che dovrebbero riassumere fino in fondo – con gli onori ed oneri relativi – il ruolo di maestri e di educatori, piuttosto che quello di pedine del gioco del piccolo manager.
(Libero, 10 giugno 2008)
La “customer satisfaction” in un supermercato è definita abbastanza bene da quella nozione che gli economisti chiamano “massimizzazione dell’utilità”: è ottenere il prodotto migliore e più desiderato al minimo costo. A scuola ciò si traduce nell’ottenere il massimo voto e la promozione con il minimo sforzo. Anche uno sprovveduto dovrebbe capire che la cosa non funziona affatto, per il semplice motivo che la cultura e la conoscenza non sono prodotti e servizi e nell’istruzione l’interesse sociale e nazionale deve imporsi sugli interessi specifici. Chiunque – singoli o gruppi – si limiti a difendere il proprio particolare non ha alcun vantaggio ad accettare questo fatto, al contrario; e la debolezza di chi governa (a tutti i livelli) ha come effetto il cedimento alla pressione degli interessi particolari. Pertanto, la “customer satisfaction” applicata non ai gabinetti ma alla conoscenza è fonte di colossale inefficienza e di degrado.
Gli esempi sono innumerevoli. Laurearsi in tempo è qualcosa che soddisfa tutti: governanti e “utenti” – termine che occorrerebbe proscrivere quando si parla di educazione. Ma per ottenere questo risultato basta abbassare il livello dell’istruzione. Come ha osservato Angelo Panebianco, coloro che si ostinano a lodare la riforma universitaria del “3+2” (laurea triennale e specialistica) ripetono che ora ci si laurea in minor tempo rispetto a prima: ma ciò accade al costo di «un drammatico abbassamento della qualità” di «una corsa a distribuire lauree triennali anche a gente impreparata». Quando poi questo sfacelo viene testimoniato da sondaggi e statistiche, invece di porsi il problema di “cosa” s’insegna tutti si affannano ad architettare nuove riorganizzazioni dell’apparato ostinandosi sulla linea della soddisfazione dell’utente e del rispetto di parametri quantitativi. C’è chi se la prende con la pedagogia “tradizionale” che ammaestra i ragazzi a presentarsi come “persone a modo”; come se fosse un male e come se questa pedagogia esistesse ancora, visto che da un trentennio vige il pensiero unico della pedagogia progressista di stato. C’è chi propone di abolire l’ora di lezione e di trasformare ogni scuola in una “comunità educante”, in cui un gruppo si raccoglie a parlare di storia, un altro discute dell’impatto antropico sulla biosfera e un altro fa matematica creativa; sul modello del paese dei balocchi di Collodi, in cui «chi passeggiava vestito da generale coll’elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta, chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo». Questi sono i rimedi che ci vengono proposti, ma di contenuti non parla mai nessuno, per il semplice motivo che ciò condurrebbe a individuare obbiettivi imprescindibili indipendenti dalla “customer satisfaction” e ciò urterebbe assai i gruppi d’interesse.
In un recente intervento a favore della “bocciatura” del latino, il presidente di TreElle Attilio Oliva ha osservato che l’obbligatorietà del latino ne fa una delle materie meno amate («snobbata e rifiutata») e che presenta un primato nei debiti formativi. Meglio quindi renderla facoltativa. Con questo ragionamento occorrerebbe rendere facoltativa anche la matematica, essendo di certo una delle materie meno amate, snobbata, rifiutata, anzi detestata… Si dirà che ciò è impensabile in una società moderna. Appunto. Discutiamo allora di cosa sia essenziale per una formazione seria lasciando da parte la “customer satisfaction” e i gusti dell’“utenza”.
Un’altra questione delicatissima è quella dell’autonomia, che è in linea di principio un’esigenza sacrosanta, a patto di pensarla in modo razionale e responsabile, tale da non produrre risultati come l’attuale libanizzazione dell’università in 5434 corsi di laurea. A me pare che l’assunzione diretta dei docenti da parte di università e istituti scolastici sia una prospettiva ragionevole a condizione che questa venga fatta all’interno di liste nazionali di idonei risultanti da seri e rigorosi processi di selezione. Si resta invece sconcertati di fronte a proposte che prevedono una carriera dei docenti tutta interna all’istituto. Chiunque capisce che un istituto gestito seriamente potrà anche conseguire livelli di eccellenza, mentre un istituto gestito con criteri poco trasparenti potrà diventare luogo di assunzioni clientelari o familiari. E non si venga a dire che la concorrenza renderà giustizia ai migliori, perché l’istituto peggiore sarà anche quello che regala voti e promozioni e, offrendo il massimo di soddisfazione all’utente, vedrà le folle assiepate alle sue porte. Né basta dire che a ciò si porrà rimedio con un processo di valutazione. La valutazione ci vuole, a condizione che sia seria e condotta con criteri qualitativi, ovvero di sostanza. Se invece si tratta dei processi di valutazione proposti dai “docimologi”, allora è da attendersi il disastro finale: ci si prospettano baracconi di centinaia di specialisti che valutano lo stato dell’istruzione dai loro terminali sulla base della “somministrazione” di test improbabili, dalle risposte improbabili e stimati in base a teorie improbabili (se non talora francamente improponibili), le quali sono al disopra di ogni valutazione.
Queste tendenze hanno al centro lo svilimento del ruolo del docente e il disinteresse totale per i contenuti dell’insegnamento a favore dell’ossessione per le procedure. Esse emergono anche nelle proposte di sostituire i consigli d’istituto con consigli di amministrazione composti da docenti, amministrativi, ausiliari, famiglie e, al solito, “esperti” esterni. Insomma, una maggioranza di incompetenti con l’aggiunta dei soliti “esperti scolastici”, ovvero di quei personaggi che non sanno cosa sia il teorema di Pitagora ma hanno la pretesa di dettar legge su come si deve insegnare.
È il momento di lasciar da parte gli interventi di ingegneria istituzionale su una struttura esausta, e di parlare seriamente di contenuti. E occorre che lo faccia chi ha i titoli per farlo, in primo luogo gli insegnanti, che dovrebbero riassumere fino in fondo – con gli onori ed oneri relativi – il ruolo di maestri e di educatori, piuttosto che quello di pedine del gioco del piccolo manager.
(Libero, 10 giugno 2008)
domenica 8 giugno 2008
UDITE, UDITE!...
Mi sono imbattuto in un commento alla trasmissione di sabato scorso su Otto e Mezzo che parlava di scuola prendendo spunto dal mio libro, non perché sia particolarmente significativo ma perché emblematico.
È una reazione inviperita alla messa in discussione del pedagogismo. E non è certamente un caso che sia stata ripresa sul sito della Federazione dei "Lavoratori della Conoscenza" della CGIL.
Ne sottolineo alcuni punti:
1) Ricorso agli insulti: Don Ferrante, pistoleri, incompetenti, disinformati, ecc. rivolti a Pietro Citati, me e Mario Pirani (se ne facciano una ragione, la lista è molto ma molto ma molto più lunga). E si tratta di persone rispettabili: soltanto dei poveracci (veri professori di bullismo) possono pensare di liquidare una persona autorevole come Citati definendolo come un Don Ferrante pistolero. Senza contare la valanga di lettere che arrivano da ogni parte quando si esprimono critiche nei confronti dei pedagogisti. L'insofferenza giunta a livelli massimi è frutto di una congiura? O non sarebbe il caso di farsi un esame di coscienza?
2) L'elencazione di una lista di "ipse dixit" - in cui compare ridicolmente persino Feyerabend, perché non anche Einstein? - che dovrebbe tappare la bocca a priori ai critici. Chissà chi è don Ferrante... Non era proprio un aristotelico dello stile "ipse dixit"? Ahi, la trave nell'occhio...
3) L'affermazione "udite, udite! osano mettere pure in discussione la metodologia dell'autoapprendimento". È esilarante questo scandalo, come se nessuna persona ragionevole potesse pensare altrimenti, come se si fosse davanti a una bestemmia in luogo sacro... Ebbene, se ne facciano una ragione, non si tratta di un dogma di fede. C'è chi ritiene e con buoni argomenti che si tratti di una metodologia da gettare nel cestino in quanto disastrosa - e sono tanti, più di quanti credano, in particolare tra gli "operatori scolastici". Ma si sa, quando si dice questo, lorsignori rispondono che è tutta colpa degli insegnanti che "resistono".
4) Non è lecito neppure ipotizzare che qualcosa del disastro attuale derivi da trentacinque anni di dominio incontrastato dei pedagogisti di stato. Bisogna avere l'onestà di mettersi in discussione. Nessuno possiede a priori il diritto all'intoccabilità.
5) Cavarsela accusando gli altri di incompetenza. Come se chi vive da 40 anni nel sistema dell'istruzione non abbia diritto a parlare. Insomma la solita solfa: solo loro "sanno". La dittatura degli esperti... Esperti che non sanno cosa sia l'aritmetica ma pretendono di importi come insegnarla, magari con la legge "dissociativa" (arrivano lettere di insegnanti che confermano che ci sono in giro perfino emerite facce di bronzo che sostengono che la legge dissociativa ha senso!). E ci fanno pure la lezione di filosofia della scienza.
Infatti questo è il punto: siamo di fronte a una corporazione che ha il terrore di discutere e di confrontarsi, che ha il terrore di essere espropriata del potere di cui gode. E che reagisce, di conseguenza, in un modo che nulla a che fare con la discussione critica, con lo spirito scientifico, insomma con il metodo caratteristico di chi sa che cosa sia la cultura e l'educazione allo spirito critico. Dovremmo continuare a lasciare l'istruzione in queste mani?
Ad atteggiamenti così villani si può soltanto - cortesemente - rispondere con la celebre frase con cui Oliver Cromwell sciolse il parlamento inglese nel 1653: «Siete stati seduti qui per troppo tempo per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene e liberateci dalla vostra presenza. In nome di Dio, andatevene».
Meno cortesemente un lettore di questo blog ha commentato dicendo che si tratta di patetici orfani del comunismo che, non avendo speranza di imporre la dittatura "sul" proletariato, vogliono consolarsi imponendola sugli insegnanti.
È una reazione inviperita alla messa in discussione del pedagogismo. E non è certamente un caso che sia stata ripresa sul sito della Federazione dei "Lavoratori della Conoscenza" della CGIL.
Ne sottolineo alcuni punti:
1) Ricorso agli insulti: Don Ferrante, pistoleri, incompetenti, disinformati, ecc. rivolti a Pietro Citati, me e Mario Pirani (se ne facciano una ragione, la lista è molto ma molto ma molto più lunga). E si tratta di persone rispettabili: soltanto dei poveracci (veri professori di bullismo) possono pensare di liquidare una persona autorevole come Citati definendolo come un Don Ferrante pistolero. Senza contare la valanga di lettere che arrivano da ogni parte quando si esprimono critiche nei confronti dei pedagogisti. L'insofferenza giunta a livelli massimi è frutto di una congiura? O non sarebbe il caso di farsi un esame di coscienza?
2) L'elencazione di una lista di "ipse dixit" - in cui compare ridicolmente persino Feyerabend, perché non anche Einstein? - che dovrebbe tappare la bocca a priori ai critici. Chissà chi è don Ferrante... Non era proprio un aristotelico dello stile "ipse dixit"? Ahi, la trave nell'occhio...
3) L'affermazione "udite, udite! osano mettere pure in discussione la metodologia dell'autoapprendimento". È esilarante questo scandalo, come se nessuna persona ragionevole potesse pensare altrimenti, come se si fosse davanti a una bestemmia in luogo sacro... Ebbene, se ne facciano una ragione, non si tratta di un dogma di fede. C'è chi ritiene e con buoni argomenti che si tratti di una metodologia da gettare nel cestino in quanto disastrosa - e sono tanti, più di quanti credano, in particolare tra gli "operatori scolastici". Ma si sa, quando si dice questo, lorsignori rispondono che è tutta colpa degli insegnanti che "resistono".
4) Non è lecito neppure ipotizzare che qualcosa del disastro attuale derivi da trentacinque anni di dominio incontrastato dei pedagogisti di stato. Bisogna avere l'onestà di mettersi in discussione. Nessuno possiede a priori il diritto all'intoccabilità.
5) Cavarsela accusando gli altri di incompetenza. Come se chi vive da 40 anni nel sistema dell'istruzione non abbia diritto a parlare. Insomma la solita solfa: solo loro "sanno". La dittatura degli esperti... Esperti che non sanno cosa sia l'aritmetica ma pretendono di importi come insegnarla, magari con la legge "dissociativa" (arrivano lettere di insegnanti che confermano che ci sono in giro perfino emerite facce di bronzo che sostengono che la legge dissociativa ha senso!). E ci fanno pure la lezione di filosofia della scienza.
Infatti questo è il punto: siamo di fronte a una corporazione che ha il terrore di discutere e di confrontarsi, che ha il terrore di essere espropriata del potere di cui gode. E che reagisce, di conseguenza, in un modo che nulla a che fare con la discussione critica, con lo spirito scientifico, insomma con il metodo caratteristico di chi sa che cosa sia la cultura e l'educazione allo spirito critico. Dovremmo continuare a lasciare l'istruzione in queste mani?
Ad atteggiamenti così villani si può soltanto - cortesemente - rispondere con la celebre frase con cui Oliver Cromwell sciolse il parlamento inglese nel 1653: «Siete stati seduti qui per troppo tempo per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene e liberateci dalla vostra presenza. In nome di Dio, andatevene».
Meno cortesemente un lettore di questo blog ha commentato dicendo che si tratta di patetici orfani del comunismo che, non avendo speranza di imporre la dittatura "sul" proletariato, vogliono consolarsi imponendola sugli insegnanti.
giovedì 5 giugno 2008
La dittatura degli esperti
Non dimenticherò mai una vicenda che mi fece capire molte cose dei bambini. Fu mentre il mio figlio maggiore frequentava le elementari. Per premiarlo di avere appreso a scrivere bene decisi di regalargli una bella penna: niente di speciale, ma appena qualcosa di più di una comune biro. Un giorno tornò a casa senza la penna e non si riusciva a capire che fine avesse fatto. Raccontò una storia senza capo né coda che mi mise in agitazione perché era una balla evidente. Lo interrogai e mi propinò un’altra storia ancora più incredibile della prima. E siccome non la bevevo cominciò un crescendo di storie, una dopo l’altra, una più assurda dell’altra. Credevo di diventare matto e mi chiedevo chi avevo di fronte. Risolse tutto la sua tata che, con la saggezza dell’età e dell’esperienza, evitò il clima da interrogatorio, e riuscì a sapere come stavano le cose: aveva fatto uno scambio con un compagno per una volgare penna replay e poi aveva temuto di dispiacermi.
Da quel momento guardo con sconcerto alle recenti fallimentari inchieste su bambini ritenuti vittime di abusi, tutte basate su “deposizioni” che alla fine risultano costruzioni sulla sabbia. Soltanto un genitore inesperto o una persona che non abbia mai frequentato un bambino può credere di poterne ottenere una testimonianza affidabile in una condizione di “interrogatorio”, in cui egli sa che quel che dirà è decisivo in qualche senso e, a seconda dell’idea che si farà di questo “senso”, propinerà questa o quella versione. Il colmo è che si tratta di “specialisti” che pretendono di saperne più dei comuni mortali della psiche infantile, confezionano disastri che scassano in modo gravissimo equilibri familiari – come hanno dimostrato i casi recenti – e sembrano non essere tenuti a pagare alcuna penale per i loro banali errori.
Quel che spaventa è la concorrenza di tre “competenze” – psicologi, assistenti sociali e magistrati – che conferisce a questi interventi un potere straordinario e insindacabile e permette di compiere senza esitazione atti di portata enorme, come quello di sottrarre dei bambini alle famiglie per un vago sospetto basato su testimonianze prive di fondamento serio. Ricordo il caso di un bambino che diceva di aver sentito che i suoi genitori talvolta di notte lottavano… In una condizione sana una simile vicenda dovrebbe essere oggetto di ilarità e, al più, di una raccomandazione ai genitori di stare più attenti nelle loro effusioni. Invece oggi crea la paura che, se la storia arriva alle orecchie dell’“esperto” di turno, il bambino potrebbe essere sequestrato in attesa di accertamenti.
Siamo di fronte a quella situazione patologica ben definita da Nicoletta Tiliacos come “la dittatura degli esperti”, la quale si manifesta in ogni campo: è un pullulare di metodologi che appaiono investiti del potere di decidere come ci si debba comportare in ogni cosa, anche se del contenuto specifico di quei comportamenti mostrano di non sapere nulla. Com’è appunto il caso di quegli psicologi che pontificano teoricamente sull’“affettività” e poi dimostrano concretamente di essere un disastro sul piano affettivo. Spero che questo spieghi perché insisto a denunciare i guasti del pedagogismo nell’istruzione. Anche se i danni non appaiono così immediatamente macroscopici come la sottrazione di un bambino alla famiglia, in prospettiva non sono minori. Cosa direste di una persona che non sappia un acca di matematica o di letteratura e pretenda però di dettare legge su “come” le si debba insegnare? L’educazione è in mano a apprendisti stregoni del genere.
(Tempi, 5 giugno 2008)
Da quel momento guardo con sconcerto alle recenti fallimentari inchieste su bambini ritenuti vittime di abusi, tutte basate su “deposizioni” che alla fine risultano costruzioni sulla sabbia. Soltanto un genitore inesperto o una persona che non abbia mai frequentato un bambino può credere di poterne ottenere una testimonianza affidabile in una condizione di “interrogatorio”, in cui egli sa che quel che dirà è decisivo in qualche senso e, a seconda dell’idea che si farà di questo “senso”, propinerà questa o quella versione. Il colmo è che si tratta di “specialisti” che pretendono di saperne più dei comuni mortali della psiche infantile, confezionano disastri che scassano in modo gravissimo equilibri familiari – come hanno dimostrato i casi recenti – e sembrano non essere tenuti a pagare alcuna penale per i loro banali errori.
Quel che spaventa è la concorrenza di tre “competenze” – psicologi, assistenti sociali e magistrati – che conferisce a questi interventi un potere straordinario e insindacabile e permette di compiere senza esitazione atti di portata enorme, come quello di sottrarre dei bambini alle famiglie per un vago sospetto basato su testimonianze prive di fondamento serio. Ricordo il caso di un bambino che diceva di aver sentito che i suoi genitori talvolta di notte lottavano… In una condizione sana una simile vicenda dovrebbe essere oggetto di ilarità e, al più, di una raccomandazione ai genitori di stare più attenti nelle loro effusioni. Invece oggi crea la paura che, se la storia arriva alle orecchie dell’“esperto” di turno, il bambino potrebbe essere sequestrato in attesa di accertamenti.
Siamo di fronte a quella situazione patologica ben definita da Nicoletta Tiliacos come “la dittatura degli esperti”, la quale si manifesta in ogni campo: è un pullulare di metodologi che appaiono investiti del potere di decidere come ci si debba comportare in ogni cosa, anche se del contenuto specifico di quei comportamenti mostrano di non sapere nulla. Com’è appunto il caso di quegli psicologi che pontificano teoricamente sull’“affettività” e poi dimostrano concretamente di essere un disastro sul piano affettivo. Spero che questo spieghi perché insisto a denunciare i guasti del pedagogismo nell’istruzione. Anche se i danni non appaiono così immediatamente macroscopici come la sottrazione di un bambino alla famiglia, in prospettiva non sono minori. Cosa direste di una persona che non sappia un acca di matematica o di letteratura e pretenda però di dettare legge su “come” le si debba insegnare? L’educazione è in mano a apprendisti stregoni del genere.
(Tempi, 5 giugno 2008)
martedì 3 giugno 2008
Con questi maestri andremo lontano...
Tre giorni fa La Stampa ha pubblicato un articolo dal titolo "E se bocciassimo il vecchio latino?" che meriterebbe un commento dettagliato. Speriamo di trovare il tempo per farlo. Intanto però vorrei sottolineare un passaggio dovuto al professore emerito dell'Università di Roma "La Sapienza" Carlo Bernardini: «Chi ha lavorato con i bambini sa quale ricchezza si nasconda nella loro disponibilità a imparare. Ma appena passano sotto le grinfie della burocrazia pedagogica tradizionale e incominciano a essere ammaestrati a "presentarsi" da persone a modo, la curiosità e la voglia di capire vanno via». Ci piacerebbe davvero sapere dove resiste questa "pedagogia tradizionale". Noi conosciamo, almeno da trent'anni soltanto una pedagogia: quella "progressista", che domina incontrastata. E quale sarebbe la colpa della "pedagogia tradizionale" (burocratica, manco a dirlo, come se i pedagogisti progressisti di regime non fossero ammanicati con la burocrazia come nessuno al mondo)? Sarebbe quella di "ammaestrare" i bimbi a "presentarsi da persone a modo". Così perdono curiosità e voglia di capire. Insomma per essere intellettualmente curiosi ed avere voglia di capire bisogna non essere "a modo"... Qual è la condizione necessaria e sufficiente per essere intellettualmente curiosi e aver voglia di capire? Ruttare in faccia alla mamma? Scorreggiare in autobus? Tirare giù le brache al professore? Fate voi. L'importante è non essere "a modo".
Ma questa solfa l'abbiamo capita, è vecchia come il cucco. Bisogna saper occupare, occupare e occupare. Occupare aule, scuole e rettorati, andare a tirar pugni sulle porte delle presidenze, fare e srotolare striscioni, urlare coi megafoni e fare cortei. Creatività, ragazzi, e vedrete come si diventa intellettuali. Il professor Bernardini ama evocare sempre la figura di Lucio Lombardo Radice come un modello ideale di intellettuale che oggi non esiste più. Per parte mia sono lontano dal comunismo esattamente da 28 anni. Ma, siccome ho conosciuto bene Lombardo Radice, posso dire con certezza che, da vecchio comunista tradizionalista, una qualità l'aveva certamente: apprezzava soprattutto le personcine "a modo". E difatti detestò sempre il Sessantotto. Se oggi fosse in vita e l'avesse sentito fare questi discorsi l'avrebbe inseguito per scale e corridoi fino a fargli passare la voglia di dire simili insulsaggini.
Questo è quel che rimane del comunismo: cascami di sessantotto irrancidito. Il guaio è che ancora sono influenti. Permetta il ministro Gelmini. La scuola non ha sofferto per troppe contrapposizioni ideologiche. Magari fosse... Ha sofferto di essere stata assoggettata da almeno trent'anni a un pensiero unico: questo.
Ma questa solfa l'abbiamo capita, è vecchia come il cucco. Bisogna saper occupare, occupare e occupare. Occupare aule, scuole e rettorati, andare a tirar pugni sulle porte delle presidenze, fare e srotolare striscioni, urlare coi megafoni e fare cortei. Creatività, ragazzi, e vedrete come si diventa intellettuali. Il professor Bernardini ama evocare sempre la figura di Lucio Lombardo Radice come un modello ideale di intellettuale che oggi non esiste più. Per parte mia sono lontano dal comunismo esattamente da 28 anni. Ma, siccome ho conosciuto bene Lombardo Radice, posso dire con certezza che, da vecchio comunista tradizionalista, una qualità l'aveva certamente: apprezzava soprattutto le personcine "a modo". E difatti detestò sempre il Sessantotto. Se oggi fosse in vita e l'avesse sentito fare questi discorsi l'avrebbe inseguito per scale e corridoi fino a fargli passare la voglia di dire simili insulsaggini.
Questo è quel che rimane del comunismo: cascami di sessantotto irrancidito. Il guaio è che ancora sono influenti. Permetta il ministro Gelmini. La scuola non ha sofferto per troppe contrapposizioni ideologiche. Magari fosse... Ha sofferto di essere stata assoggettata da almeno trent'anni a un pensiero unico: questo.
sabato 31 maggio 2008
Bullismo scolastico
Nel luogo dove vado di solito in vacanza c’è una discarica a pochissima distanza da alcuni tra i più celebrati luoghi delle Dolomiti altoatesine. Di certo non è meta di escursioni ma non ho mai sentito nessuno, né residenti né turisti, che se ne lamentasse. È proprio delle persone ragionevoli capire che, se pretendono di vivere, devono trovare il modo di convivere con le proprie scorie. L’importante è farlo in modo civile e dignitoso e, di certo, la Provincia di Bolzano avrà difetti, ma non quello di non saper gestire in modo esemplare l’ambiente. È comprensibile che gli abitanti della Campania desiderino che le loro discariche siano simili a quella sopra menzionata, ma non che rifiutino di averne, tantomeno erigendo barricate e lanciando molotov. Né sarebbe ragionevole che le forze dell’ordine rispondessero alle barricate e alle molotov distribuendo copie della costituzione o istituendo corsi di convivenza civile e di diritto.
E allora che direste del progetto di rispondere al bullismo scolastico con dei corsi di educazione civica o convivenza civile? Alla fin fine, chi si oppone a una discarica nel proprio territorio ha pur sempre qualche motivazione – se non lo fa con violenza e con fini e modalità eversivi – come la richiesta che la discarica non inquini le falde acquifere. Ditemi quale può essere la motivazione di un branco di bulli che marchia il primo della classe con una moneta incandescente, brucia a un altro i capelli e gli incide in faccia una svastica o mette in mutande il professore. Può esistere la più lontana giustificazione di atti simili? E qualcuno crede davvero che chi li compie non sia consapevole di fare del male? Si tratta invece di persone capaci di intendere e di volere cui bisognerebbe rispondere in un solo modo: con l’applicazione più severa e intransigente dei regolamenti scolastici e della legge. Assistiamo invece in questi giorni a un fiorire di proposte di corsi di educazione civica e addirittura alla riproposizione di corsi zapateristi di “educazione alla convivenza civile”, magari da parte di cattolici che, con coerenza degna di miglior causa, hanno condannato un istante prima il laicismo dei corsi di “educación para la ciudadanía”.
Insomma, rispunta fuori la solita demagogia del “disagio sociale”, della risposta “educativa” e “dialogante”, il rifiuto della “repressione”; dimenticando che è proprio questa demagogia e la melassa donmilanista che ha condotto la scuola allo sfacelo, al “disagio sociale”, al crollo delle regole elementari della “convivenza civile”, alla cancellazione dei principi etici elementari.
Ma c’è qualcosa di più grave al fondo del riproporsi ostinato dei medesimi errori. Da qualche tempo dilaga la consapevolezza che occorre cambiare registro in modo radicale per salvare – se ancora è possibile – la scuola. Pochi giorni fa Pietro Citati su “La Repubblica” ha paragonato a un «vero, immane disastro, paragonabile a un terremoto del decimo grado della scala Mercalli» l’opera dell’ex-ministro Luigi Berlinguer «circondato da una schiera di pedagogisti», che ha trasformato l’istruzione nel «regno dell’immensa faciloneria governata da un sovrano idiota». A sua volta, Francesco Alberoni, ha denunciato «i catastrofici errori dei pedagogisti consulenti dei ministri che hanno influenzato tutte le riforme scolastiche degli ultimi anni… veri responsabili della ignoranza dei nostri figli, della loro incapacità di pensare logicamente, di argomentare», ammonendo che solo «se ci liberiamo di questa pedagogia potremo avere di nuovo una scuola adatta ai nuovi difficili tempi». Chi conosce un minimo il mondo della scuola e l’umore delle famiglie sa quanto questa consapevolezza e questi sentimenti siano sempre più diffusi e il malcontento nei confronti dei pedagogisti sia dilagante.
Di fronte a questo malcontento e a queste polemiche gli interessati tacciono, pronti però a rispuntare dai corridoi ministeriali o sindacali in cui si sono rintanati in attesa di tempi migliori. Ed ecco che viene fuori il pedagogista di turno a proporre l’istituzione di corsi di educazione civica, con relativi docenti, lamentando che il ministero non abbia concesso “autonomia” a questa disciplina. Insomma, una nuova greppia, con nuove cattedre, nuove ore di lezioni, nuovi docenti e nuove assunzioni. Anche Giorgio De Rienzo ha parlato di «impiego di esperti esterni» addirittura con obbiettivi locali, per esempio – torniamo daccapo – il problema dei rifiuti campani. E il presidente dell’Associazione dei Presidi Rembado si è sostanzialmente lavato le mani del problema dichiarando che va bene anche l’educazione civica, purché non si tocchi l’autonomia scolastica e non si torni ai programmi ministeriali.
Cominciamo, anzi ricominciamo male, malissimo. Forse bisognerebbe prendere atto che sono in tantissimi a non poterne più proprio degli “esperti esterni”, degli specialisti di etica e di morale e depositari della corretta interpretazione dei dieci comandamenti, di coloro che sanno tutto di “affettività” e insegnano come ci si vuol bene, come si deve convivere e avere rapporti amorosi, che sanno tutto della psiche umana e sono specialisti di fabbricazione di “teste fatte bene”. Delle catastrofiche prestazioni delle loro scienze sembra che non siano tenuti a render conto a nessuno, malgrado siano sotto gli occhi di tutti. Possiedono però una capacità indiscussa: quella di rispuntar fuori da ogni angolo a dispetto di ogni insuccesso.
Cosa fare? Invece di progettare l’ennesimo sperpero di denaro pubblico in task force di “esperti esterni” di metodologie del nulla, capaci soltanto di affossare ulteriormente la scuola, occorre restituire agli insegnanti la funzione di autentici maestri ed educatori (con annessi diritti e doveri), richiamare energicamente le famiglie a esercitare la funzione educativa primaria che ad esse compete e a comportarsi responsabilmente nei confronti dell’istituzione scolastica, il tutto in una cornice di ripristino rigoroso delle regole, dei regolamenti e del rispetto delle leggi vigenti. Fino a quando sarà possibile che lo schiaffeggiatore di un docente, sospeso per tre mesi, possa trasferirsi in un altro istituto per non perdere l’anno, sarà ridicolo parlare di task force di educatori civici, e semplicemente vergognoso trincerarsi dietro l’autonomia scolastica.
(Libero, 28 maggio 2008)
E allora che direste del progetto di rispondere al bullismo scolastico con dei corsi di educazione civica o convivenza civile? Alla fin fine, chi si oppone a una discarica nel proprio territorio ha pur sempre qualche motivazione – se non lo fa con violenza e con fini e modalità eversivi – come la richiesta che la discarica non inquini le falde acquifere. Ditemi quale può essere la motivazione di un branco di bulli che marchia il primo della classe con una moneta incandescente, brucia a un altro i capelli e gli incide in faccia una svastica o mette in mutande il professore. Può esistere la più lontana giustificazione di atti simili? E qualcuno crede davvero che chi li compie non sia consapevole di fare del male? Si tratta invece di persone capaci di intendere e di volere cui bisognerebbe rispondere in un solo modo: con l’applicazione più severa e intransigente dei regolamenti scolastici e della legge. Assistiamo invece in questi giorni a un fiorire di proposte di corsi di educazione civica e addirittura alla riproposizione di corsi zapateristi di “educazione alla convivenza civile”, magari da parte di cattolici che, con coerenza degna di miglior causa, hanno condannato un istante prima il laicismo dei corsi di “educación para la ciudadanía”.
Insomma, rispunta fuori la solita demagogia del “disagio sociale”, della risposta “educativa” e “dialogante”, il rifiuto della “repressione”; dimenticando che è proprio questa demagogia e la melassa donmilanista che ha condotto la scuola allo sfacelo, al “disagio sociale”, al crollo delle regole elementari della “convivenza civile”, alla cancellazione dei principi etici elementari.
Ma c’è qualcosa di più grave al fondo del riproporsi ostinato dei medesimi errori. Da qualche tempo dilaga la consapevolezza che occorre cambiare registro in modo radicale per salvare – se ancora è possibile – la scuola. Pochi giorni fa Pietro Citati su “La Repubblica” ha paragonato a un «vero, immane disastro, paragonabile a un terremoto del decimo grado della scala Mercalli» l’opera dell’ex-ministro Luigi Berlinguer «circondato da una schiera di pedagogisti», che ha trasformato l’istruzione nel «regno dell’immensa faciloneria governata da un sovrano idiota». A sua volta, Francesco Alberoni, ha denunciato «i catastrofici errori dei pedagogisti consulenti dei ministri che hanno influenzato tutte le riforme scolastiche degli ultimi anni… veri responsabili della ignoranza dei nostri figli, della loro incapacità di pensare logicamente, di argomentare», ammonendo che solo «se ci liberiamo di questa pedagogia potremo avere di nuovo una scuola adatta ai nuovi difficili tempi». Chi conosce un minimo il mondo della scuola e l’umore delle famiglie sa quanto questa consapevolezza e questi sentimenti siano sempre più diffusi e il malcontento nei confronti dei pedagogisti sia dilagante.
Di fronte a questo malcontento e a queste polemiche gli interessati tacciono, pronti però a rispuntare dai corridoi ministeriali o sindacali in cui si sono rintanati in attesa di tempi migliori. Ed ecco che viene fuori il pedagogista di turno a proporre l’istituzione di corsi di educazione civica, con relativi docenti, lamentando che il ministero non abbia concesso “autonomia” a questa disciplina. Insomma, una nuova greppia, con nuove cattedre, nuove ore di lezioni, nuovi docenti e nuove assunzioni. Anche Giorgio De Rienzo ha parlato di «impiego di esperti esterni» addirittura con obbiettivi locali, per esempio – torniamo daccapo – il problema dei rifiuti campani. E il presidente dell’Associazione dei Presidi Rembado si è sostanzialmente lavato le mani del problema dichiarando che va bene anche l’educazione civica, purché non si tocchi l’autonomia scolastica e non si torni ai programmi ministeriali.
Cominciamo, anzi ricominciamo male, malissimo. Forse bisognerebbe prendere atto che sono in tantissimi a non poterne più proprio degli “esperti esterni”, degli specialisti di etica e di morale e depositari della corretta interpretazione dei dieci comandamenti, di coloro che sanno tutto di “affettività” e insegnano come ci si vuol bene, come si deve convivere e avere rapporti amorosi, che sanno tutto della psiche umana e sono specialisti di fabbricazione di “teste fatte bene”. Delle catastrofiche prestazioni delle loro scienze sembra che non siano tenuti a render conto a nessuno, malgrado siano sotto gli occhi di tutti. Possiedono però una capacità indiscussa: quella di rispuntar fuori da ogni angolo a dispetto di ogni insuccesso.
Cosa fare? Invece di progettare l’ennesimo sperpero di denaro pubblico in task force di “esperti esterni” di metodologie del nulla, capaci soltanto di affossare ulteriormente la scuola, occorre restituire agli insegnanti la funzione di autentici maestri ed educatori (con annessi diritti e doveri), richiamare energicamente le famiglie a esercitare la funzione educativa primaria che ad esse compete e a comportarsi responsabilmente nei confronti dell’istituzione scolastica, il tutto in una cornice di ripristino rigoroso delle regole, dei regolamenti e del rispetto delle leggi vigenti. Fino a quando sarà possibile che lo schiaffeggiatore di un docente, sospeso per tre mesi, possa trasferirsi in un altro istituto per non perdere l’anno, sarà ridicolo parlare di task force di educatori civici, e semplicemente vergognoso trincerarsi dietro l’autonomia scolastica.
(Libero, 28 maggio 2008)
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