venerdì 27 marzo 2009

La politica americana di adulazione del nemico rischia di rafforzare gli antisemitismi europei

Il ministro degli esteri Frattini ha sostenuto che della pace e dei diritti umani si discute nelle sessioni politiche, non sui campi da gioco o nelle piscine. Non si capisce allora perché il boicottaggio nei confronti di Israele, che ne comporterà l’esclusione ai Giochi del Mediterraneo, debba essere risolto promuovendo un incontro pubblico ufficiale durante la cerimonia inaugurale in cui i presidenti dei Comitati olimpici israeliano e palestinesi si dichiarino pronti a partecipare ai prossimi giochi. Israele è uno stato riconosciuto dall’ONU e questo riconoscimento non è in alcun modo subordinato alla creazione di uno stato palestinese. Pertanto, Israele dovrebbe partecipare e basta, e il resto venire dopo.
D’altra parte, il ministro Frattini ha ragione a dire che impuntarsi non servirebbe a cambiare le idee degli stati che hanno votato contro la partecipazione di Israele. Ma anche il ritiro dalla conferenza di Ginevra sul razzismo (Durban II) non è detto che serva a convincere la Libia e gli stati che hanno redatto l’efferato proclama antisemita a cancellarlo. Eppure l’Italia si è ritirata da Durban II senza tanti complimenti.
Non trovo tuttavia che sia facile criticare il ministro Frattini e il governo italiano. Nessun paese si è comportato complessivamente meglio dell’Italia per quanto concerne la difesa dei diritti di Israele e contro i rischi del nuovo antisemitismo. E, d’altra parte, che mai si può pretendere di fronte agli indirizzi sconcertanti che sta prendendo l’amministrazione Obama? Cosa può fare l’Italia da sola di fronte a un così vistoso disarmo morale?
Si diceva del nuovo presidente americano che avrebbe portato un afflato morale, uno slancio umanistico verso la comprensione tra i popoli e verso la pace, che avrebbe indotto anche i più recalcitranti ad abbassare le armi e a imboccare la via della trattativa. E invece proprio su questo terreno Obama è stato una clamorosa e deludente sorpresa. Tanto era loquace nei discorsi di propaganda elettorale quanto si è rivelato modesto nei discorsi di politica estera da presidente, tutti improntati a prudenza, reticenza, a un linguaggio mediocre e privo di qualsiasi afflato. Ci si attendeva un’esplosione di pacifismo messianico – magari impotente, ma quanto meno suggestivo – e ci troviamo di fronte a piatti documenti di Realpolitik la cui unica preoccupazione sembra essere quella di adulare il nemico. Non importa che il Marocco abbia rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran per una «intollerabile ingerenza negli affari interni del regno». Obama si volta dall’altra parte e legittima la Repubblica Islamica dell’Iran dando chiaramente a intendere che a lui della democrazia non importa nulla: opprimano le minoranze, torturino, neghino la libertà di stampa, quel che conta è intendersi. Obama ha aperto la mano nei confronti dell’Iran senza chiedere nulla, neppure di smettere di parlare di distruzione di Israele, e ha ricevuto in cambio una sventola in faccia. Gli hanno risposto: vedremo, parleremo con voi se vi pentirete dei vostri errori, in primis il sostegno a Israele. E Obama lungi dal rispondere su questo punto ha teso di nuovo la mano per prendersi una sventola sull’altra guancia. La diplomazia americana rimette in circuito cariatidi della Realpolitik come Kissinger, Schulz, Baker, Brzezinski. Dice il columnist del New York Times Roger Cohen che la politica precedente ha portato a due guerre in tre anni e ha visto USA e Israele criticati in tutto il mondo. Ma l’epoca delle cariatidi ha visto l’ONU condannare il sionismo come una forma di razzismo ed è culminata con Durban I e con l’attentato alle Torri Gemelle. Il neocinismo “realistico” parla di dolorosa ridefinizione dei rapporti degli USA con Israele e di una società iraniana «vibrante, curiosa, giovane e ansiosa di aprirsi al mondo». Se mai la lasceranno aprirsi… Ma di questo chi se ne importa: Obama, conferma Cohen, ha «riconosciuto trent’anni dopo la rivoluzione khomeinista» e la retorica di Ahmadinejad è «odiosa e inaccettabile» ma non bisogna certo fermarsi su questi dettagli: «gli ayatollah non sono pazzi, sono pragmatici». Ne sa qualcosa chi ha avuto a che fare con Hamas e Hezbollah.
Di fronte a questo autentico disarmo morale che cosa può fare l’Italia da sola? E cosa farà un’Europa che già arde dal desiderio di liberarsi del problema di Israele? Farà quello che ha fatto ieri il Consiglio di Stato belga di fronte alla decisione di un comune di vietare uno spettacolo dell’umorista francese Dieudonné M’bala M’bala. Va ricordato che Dieudonné è quel signore che si esibisce soltanto in spettacoli antisemiti e che ha dichiarato che «le celebrazioni della Shoah sono pornografia della memoria». Ora Dieudonné si candida a parlamentare europeo “antisionista”. Certo, lui dice che l’antisionismo non è antisemitismo: peccato che abbia anche dichiarato che per cacciare la gangrena sionista dalla Francia occorre espellerne la CRIF, ovvero il Consiglio rappresentativo delle Istituzioni ebraiche di Francia… Ebbene, il Consiglio di Stato belga ha cassato la decisione di quel comune sentenziando sarcasticamente che esso «non ha per missione di vegliare preventivamente alla correttezza politica morale o penale degli spettacoli e ancor meno a quella, supposta, degli artisti che vi intervengono».
Qui non siamo più soltanto di fronte a fatti pur gravissimi come l’azione di gruppi militanti che, nei supermercati Carrefour delle banlieues parigine, invitano i clienti a non comperare prodotti provenienti da Israele. Siamo di fronte a fatti istituzionali. Domani potremo avere il primo parlamentare europeo eletto su un programma antisionista/antisemita. Bisognerebbe cominciare a preoccuparsi, e molto.
In fin dei conti, occorre ringraziare il governo italiano per resistere come può in uno sfacelo in cui sta venendo meno l’unico ostacolo alla definitiva deriva dell’Europa: una politica estera statunitense attenta al valore della difesa della democrazia, dei diritti dell’uomo, delle conquiste che speravamo divenissero un modello e che invece rischiamo di perdere.
(Il Foglio, 26 marzo 2009)

giovedì 26 marzo 2009

Scuse doverose ma che non arriveranno mai

È un documento davvero straordinario e destinato a passare alla storia la lettera di Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica circa la remissione della scomunica ai quattro presuli consacrati dall’arcivescovo Lefebvre. Lo è in primo luogo per la chiarezza assoluta con cui viene esaminato il caso in tutti i suoi risvolti, anche a costo di affrontare la polemica e pronunziare giudizi crudi. Non un dettaglio è trascurato (persino il ruolo di internet), non un aspetto è lasciato in ombra, in particolare per quel riguarda le implicazioni scandalose del caso Williamson derivanti dalle sciagurate dichiarazioni negazioniste sulle camere a gas. Ma lo è soprattutto per il tono appassionato con cui il Papa ha messo a nudo il suo animo e le intenzioni che lo hanno guidato nell’affrontare questa vicenda. Ne discende che aveva ragione chi, nelle tempeste di questi ultimi mesi, ha sostenuto che i rapporti ebraico-cristiani non erano compromessi in alcun modo dalle scelte di Benedetto XVI.
Il rabbino Jacob Neusner, con le cui tesi il Papa aveva intessuto un dialogo teologico nel suo Gesù di Nazaret, ha sostenuto, al contrario, che è proprio grazie a uomini come lui che il dialogo ebraico-cristiano vive e prospera. Egli ha riconosciuto la bontà delle intenzioni del Papa, osservando che il nuovo corso iniziato con il Concilio «è stato riaffermato nella risposta che con cuore puro il Papa ha dato alla mia conversazione immaginaria inserita nel mio libro». È un corso che potrà avere intoppi, ha dichiarato Neusner, ma è irreversibile. E la stragrande maggioranza dell’ebraismo mondiale ha aderito a tesi simili riprendendo in pieno il cammino del dialogo.
È anche la tesi sostenuta ripetutamente da chi scrive, insieme ad altri ebrei italiani come Guido Guastalla, e che ci è costata una serie di nutriti lanci di pietre. Sarebbe preferibile non parlare di casi personali in una rubrica, ma ci sono circostanze in cui si ha diritto a togliersi dalle scarpe qualcuna di quelle pietre. Quando sostenemmo che la nuova preghiera del Venerdì santo non doveva essere intesa come un arretramento verso una logica di conversione forzata qualcuno ci trattò come “ebrei di corte”. Quando venne avanzata la proposta di interrompere il dialogo ebraico-cristiano manifestammo in modo pacato il nostro dissenso. Apriti cielo. Alcuni esponenti dell’ebraismo italiano, presumendo di avere un’autorità dogmatica, ci attaccarono in modo violento, nello stile “taci tu, ché soltanto io ho il diritto di parlare”. Poi venne il caso Williamson e fummo tra i primi a chiedere il massimo di chiarezza, certi che sarebbe venuta proprio dal Papa, proprio perché eravamo convinti della trasparenza delle sue intenzioni. Allora è venuta una scarica di legnate da parte di alcuni cattolici convinti che per dimostrare di essere tali bisogna eccedere in zelo e mostrarsi fanatici: presuntuosi e arroganti ebrei che “attaccano” il Papa, è stato detto, proprio a chi lo aveva difeso da attacchi infondati.
Ora, dopo che proprio dal Papa è venuta la conferma più autorevole che era giusto quanto venivamo dicendo e che i fatti hanno dimostrato quanto fossero ingiuste e detestabili quelle scariche di pietre provenienti da entrambi i lati, sarebbe naturale ricevere delle sentite scuse. Ne è venuta una soltanto, e da una persona che ha avuto un ruolo secondario nei lanci. Troppo poco. Quantomeno ci si attenderebbe un decoroso silenzio. Ma, si sa, un bel tacer non fu mai scritto. Difatti, alcuni dei protagonisti di quelle incivili aggressioni si stanno attivando per proporsi come protagonisti del rinnovato dialogo ebraico-cristiano… No comment.
(Tempi, 26 marzo 2009)

Certi commenti che ho letto a questo articolo non mi sono piaciuti per niente. Primo. Non è vero che io abbia attaccato il Papa e che ora mi corregga, con sollievo di qualcuno. Quell'attacco non l'ho mai fatto. Ho deprecato quel che era successo col caso Williamson. Esattamente nello stesso modo in cui successivamente l'ha deprecato il Papa.
Secondo. C'è qualcuno che cerca di fare il furbo. Questo articolo non è soltanto contro certi esponenti dell'ebraismo italiano. Lo è, certamente. Ma è anche contro certi cattolici che si sono comportati male. E chi gioca a minimizzare i comportamenti di questi ultimi ciurla nel manico, mostra di non aver capito niente, o di far finta di non capire, o peggio di pensarla ancora come quei signori. Ho ricevuto attacchi e insulti pesanti e volgari, altro che sciocchezze. E non li meritavo affatto. Questi e quelli dovrebbero scusarsi. E far finta che i comportamenti di certi cattivi cattolici non ci siano stati è molto grave, è come riaprire la ferita.

lunedì 23 marzo 2009

Un piccolo divertissement

La follia dilaga. Mi segnalano in rete su un sito di associazioni professionali della scuola un commento sul regolamento sulla valutazione. Ecco l'estratto che mi interessa:

Analisi dello schema
di Regolamento sulla valutazione

di Stefania Fabris, ReteScuole 22.3.2009
In data 13 marzo il Consiglio dei Ministri ha deliberato, su proposta del Ministro Gelmini, uno schema di Regolamento sulla valutazione finalizzato a coordinare tutte le norme vigenti per la valutazione degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. Un provvedimento molto atteso da tutti gli insegnanti e dai dirigenti responsabili delle singole istituzioni scolastiche che in questi mesi, dopo le novità introdotte dalla legge 169 del 30 ottobre 2008, hanno dovuto comunque procedere nel loro compito di funzionari statali in un contesto normativo molto confuso.
Attraverso la questione della condotta il Governo sta facendo la rivoluzione nelle scuole e quindi dal Regolamento mi aspetto qualche importante rivelazione. E allora leggiamo il Regolamento in schema-bozza e facciamoci una nuova cultura. Lo spot ministeriale è allettante: fine del buonismo anche con i piccoli, fine del permissivismo 68ttino, adesso facciamo sul serio. E tutti bravi e tutti zitti!
Siamo tutti orecchie: analizziamo lo Schema di Regolamento partorito dopo tanti mesi.
...
3. Gli obbiettivi da verificare devono essere coerenti con il POF di ogni scuola: e gli obiettivi del POF di ogni scuola devono essere coerenti con di Programmi nazionali? No, come ho già detto, questo termine è sparito, ma anche Indicazioni nazionali, anche Livelli essenziali del servizio, anche tutto. Israel non dice niente? E la Prof.Mastrocola, l’unica che riesce ad essere consultata dal Ministro? Restano gli obiettivi del POF, di ogni singolo autonomo POF!!
4. Ci vuole omogeneità all’interno di ogni scuola, equità e trasparenza: bene non è più possibile in III A valutare in modo affatto diverso dalla III B. Si vede che invece era successo anche questo…
5. Alla fine (art.1, comma 5) non c’è la certificazione delle competenze attese in funzione del titolo di studio, ma la certificazione dei singolari, personali livelli raggiunti: e il titolo di studio??? Evidentemente in silenzio è passata la Moratti. Io lo sapevo che finiva, così, Giorgio Israel e i pedagogisti del Patto di Genova preelettorale fanno finta di niente, ma è andata così. O forse a Giorgio Israel non gli hanno ancora spiegato bene tutta la faccenda…

Interessante... Io il regolamento sulla valutazione non l'ho letto neppure... Però faccio finta di niente... e continuo a farlo.
Ma quello che mi intriga sommamente è: ma chi cribbio sono i "pedagogisti del Patto di Genova"?.... E cos'è il Patto di Genova? Mi suona tanto come una società segreta... Accidenti, far parte di una società segreta senza saperlo e senza neppure sapere cosa sia, è il massimo della segretezza. La vita riserva sempre grandi sorprese.... Ragazzi, vado a comprarmi un paio di occhiali scuri e una barba finta (i baffi ce li ho già). Attenti, il Patto di Genova vi ascolta...

martedì 17 marzo 2009

Tornare ai contenuti, la sfida della scuola

Si parla di “valanga” dei 5 in condotta e delle insufficienze. Ma è proprio così? Per i 5 in condotta non abbiamo termini di paragone ma sono incline a pensarla come Domenico De Masi: trentacinquemila discoli su due milioni e mezzo di studenti è un numero incredibilmente basso che non dimostra che la scuola è un paradiso, bensì che gli insegnanti non sanno imporre la disciplina. Per quanto riguarda le insufficienze, si dice che sono aumentate rispetto all’anno scorso. Ma si tratta di aumenti modesti, dell’ordine di un’unità percentuale o poco più e quindi dicono poco, sia in quanto indice di un aumento di rigore disciplinare degli insegnanti (che sarebbe cresciuto in misura irrilevante) che in termini di peggioramento del rendimento degli studenti: il fatto che le insufficienze nelle lingue straniere abbiano superato quelle in matematica soltanto perché entrambe hanno subito un’oscillazione di un’unità attorno a una percentuale del 60% è privo di significato. In conclusione, questi dati non indicano alcuna apprezzabile crescita di rigore da parte degli insegnanti sia sul piano della condotta che su quello disciplinare e non dicono nulla di decifrabile per quanto riguarda il rendimento degli studenti.
Forse sarebbe il caso di affrontare la valutazione dello stato della scuola italiana al di fuori dell’ossessione per le cifre e per le percentuali. Si potrebbe credere che si tratti di una mania nazionale, magari ereditata dal Duce che ne era talmente affetto da consultare continuamente statistiche e tabelle e mantenere un appuntamento fisso settimanale col Presidente dell’Istat, Corrado Gini. Purtroppo è una mania dilagante. «Viviamo nell’era della metrica. Tutto attorno a noi viene standardizzato, quantificato e misurato», osservano in un appello volto a criticare questa tendenza eccessiva i direttori delle maggiori riviste internazionali di storia della scienza. Per quanto riguarda un classico tema di misurazione, la valutazione della ricerca, le massime istituzioni internazionali competenti in numeri – la International Mathematical Union, l’International Council of Industrial and Applied Mathematics e l’Institute of Mathematical Statistics – hanno redatto un rapporto in cui criticano severamente «l’uso e l’abuso dei dati», l’ingenua pretesa di ottenere con i numeri valutazioni «semplici e oggettive»: «i numeri sembrano oggettivi ma la loro oggettività può essere illusoria». «I numeri – affermano con forza questi istituti – non sono intrinsecamente superiori a giudizi ponderati».
Sono consapevole di aver menzionato in altre occasioni questa autorevole affermazione che si applica a tante situazioni. Prometto di continuare a farlo fino a che troppi studiosi nel campo delle scienze umane continueranno a preferire a serie analisi qualitative l’ossessione per la statistica, come se nascondersi dietro le cifre conferisse serietà anche alle conclusioni manifestamente infondate. “Bisogna seguire un approccio scientifico” è la tiritera che viene ripetuta, salvo vedersi propinare un uso di dati statistici che non ha nulla di scientifico, nulla di razionale e talora nulla di sensato.
Che senso ha mettere assieme indagini condotte con metodi diversi come PIRLS e TIMSS per le scuole primarie con quelle PISA per le secondarie per concludere avventatamente che la scuola primaria italiana va benissimo e quella secondaria di primo grado va male? Con fondamento molti insegnanti che conoscono la situazione sul campo obiettano che proprio le carenze accumulate nella scuola primaria in matematica sono alla radice dello sfacelo nelle medie inferiori, già di per sé malmesse e pertanto incapaci di colmare quelle carenze.
La scuola italiana va molto male e non servono numeri per constatarlo. Stupisce piuttosto che studiosi che dovrebbero essere attenti ai contenuti si appassionino a dubbie manipolazioni di dati invece di considerare l’unico fatto oggettivo che testimonia in modo inoppugnabile questa crisi: quel che si insegna a scuola e come lo si insegna. E per verificare cosa e come si insegna esistono indicatori di contenuto molto più attendibili di incerte manipolazioni numeriche: i programmi, che si desumono dalle “indicazioni nazionali”, i libri di testo circolanti e l’esperienza sul campo.
Non è possibile compiere una disamina in un articolo di giornale: bisognerà farlo in una pubblicazione apposita in modo da fornire materiali più oggettivi delle chiacchiere pseudoscientifiche. Si potrà allora constatare quale degrado abbiano subito i contenuti dell’insegnamento nell’ultimo trentennio. Dalla matematica alla storia, dalla geografia alla fisica, è l’immagine di un autentico disastro culturale. E quanto ai libri di testo non si vuol dire che non ne circolino di decenti, ma per un paese che ha formato intere generazioni sui libri di matematica di Enriques e Amaldi – tra i migliori del mondo – la lettura di certi manuali fornisce soltanto la prova che i loro autori, lungi dal pretendere di insegnare agli altri, avrebbero bisogno di un periodo di studio intensivo e di esami volti ad accertare la loro comprensione dei concetti di base. Ci si può gingillare quanto si vuole con le cifre, ma il ritardo esasperante con cui i bambini arrivano a manipolare i calcoli più elementari, il modo confuso e fuorviante con cui vengono introdotti gli algoritmi di calcolo, l’uso di definizioni assurde, frutto della fantasia di qualche didatta, costituiscono una condanna senza appello delle nostre scuole elementari.
Coloro che predicano che tutto va bene, se la cavano dicendo che la colpa è dell’insegnamento “ex-cathedra” e “trasmissivo”. Ma la scuola italiana ha conosciuto fino a una trentina di anni fa soltanto insegnanti formati in modo puramente “trasmissivo” e senza la formazione al “saper insegnare”. Eppure era una delle scuole migliori del mondo. Quindi il ragionamento fa cilecca. Così come non funziona l’alibi secondo cui la formazione degli insegnanti corredata di competenze didattico-pedagogiche è recente e non se ne sono visti ancora gli effetti virtuosi. In verità, l’ideologia alla Edgar Morin delle “teste ben fatte” piuttosto che piene è penetrata nella scuola italiana da un trentennio ed è divenuta un luogo comune ossessivo che ormai informa il linguaggio degli insegnanti come una preghiera ripetuta meccanicamente ogni mattina. Non si vuol certamente negare l’utilità che possono avere quelle competenze, ma sarebbe saggio considerare gli effetti negativi che ha avuto la loro somministrazione in dosi da cavallo da parte di persone che con la disciplina rispettabile della pedagogia hanno poco a che fare e che sono dediti a fabbricare teste vuote mal fatte: per esempio predicando che piuttosto che studiare la geografia occorre “costruire le proprie geografie”. Questi effetti sono sotto gli occhi di chiunque voglia esaminare i contenuti attuali dell’insegnamento anziché manipolare le cifre per esorcizzare il disastro o imputarlo ad altre cause.
(Il Messaggero, 14 marzo 2009)

venerdì 13 marzo 2009

Trionfi matematici delle scuole primarie

Da un paio di mesi sono state diffuse le valutazioni degli apprendimenti in matematica e scienze degli studenti italiani delle scuole elementari e medie inferiori nell’ambito dell’indagine internazionale TIMSS 2007 (Trends in International Mathematics and Science Study) e ora si moltiplicano i commenti sulla stampa e in rete. Prevale lo sconforto per i risultati delle valutazioni per le medie inferiori che, comunque li si rigiri e interpreti, sono pessimi. Circa la scuola primaria si leva invece il solito peana: le nostre elementari sono le migliori del mondo. Ma è davvero così?
Prima o poi bisognerebbe approfondire l’attendibilità di queste valutazioni internazionali quantitative, soffermandosi sulle modalità con cui vengono compiute le rilevazioni (di dubbia omogeneità), che coinvolgono un numero limitato di paesi, spesso con l’assenza di paesi molto importanti, e ricorrendo a punteggi di significato non molto chiaro. Nel nostro caso, il sondaggio ha riguardato il quarto anno delle primarie coinvolgendo 36 paesi e 7 regioni e misurando i risultati su una scala la cui media è stabilita in 500 e viene tenuta fissa nel tempo per consentire confronti, e che quindi si discosta dalla media effettiva dei risultati dei vari paesi. Quindi il numero 500 è puramente indicativo e non dice nulla di chiaro di cosa sia il livello medio, che potrebbe essere anche, nei fatti – e in dipendenza dei paesi considerati – un livello mediocre. La primaria italiana si colloca per la matematica al livello 507, ovvero di poco sopra la media, tra il massimo di 607 per Hong Kong e il minimo di 204 dello Yemen. Alcuni commentatori plaudono: siamo sopra la media, meraviglia! Ma è facile constatare che basterebbe eliminare alcuni dei risultati peggiori per far precipitare l’Italia al di sotto della media dei paesi restanti; oppure immaginare cosa succederebbe in presenza di paesi che hanno quasi certamente prestazioni migliori dell’Italia in matematica, come la Francia, l’India e la Cina (mancano anche la Spagna e la Polonia).
Ma è soprattutto sconcertante che si gioisca tanto quando si constata che l’Italia si colloca al sedicesimo posto che diventa diciottesimo includendo le regioni del Quebec e dell’Ontario considerate a parte. È davvero da rallegrarsi che la settima potenza industriale, il paese che fino a mezzo secolo fa era la terza potenza mondiale in matematica, si collochi a un livello così modesto dietro la Lettonia, la Lituania e il Kazakistan? Non solo: dietro il 507 italiano si collocano a distanza di pochi punti parecchi paesi che, per il minimo scarto che li separa dall’Italia, potrebbero essere considerati alla pari. I paesi che l’Italia supera nettamente per i livelli di apprendimento matematici sono la Georgia, l’Iran, Algeria, il Marocco e giù a scendere fino al livello 224 dello Yemen.
La situazione è nettamente migliore nelle scienze – 535 rispetto alla solita media di 500 – comunque non trionfale come pretende qualcuno. Difatti, si tratta comunque di un decimo posto, tredicesimo contando tre regioni canadesi e superiore ad altri sette paesi di poche unità soltanto. Quanto ai risultati per le secondarie di primo grado, sia in matematica che in scienze, è meglio stendere un velo pietoso.
Complessivamente è un disastro per un paese che pretende di essere “avanzato”. Ci vuole davvero un bel coraggio per affermare, come ha scritto qualcuno, che “la scuola primaria italiana conferma i suoi livelli di eccellenza”! Un commento più serio e meno demagogico dovrebbe ricercare nei mediocrissimi risultati delle elementari la premessa per il successivo sfacelo delle medie inferiori, anche se sappiamo che su quest’ultimo influiscono altri fattori, tra cui la modesta preparazione matematica della maggioranza degli insegnanti in questa fascia di scuola.
In realtà, quel che ci offre il rapporto TIMSS 2007 è la scoperta dell’acqua calda, Chi conosca un poco programmi e metodi d’insegnamento in queste scuole non ha certamente ragione di sorprendersi.
(Libero, 12 marzo 2009)

mercoledì 11 marzo 2009

Perché le aperture all’Iran sono un altro passo verso l’islamizzazione

Occuparsi attivamente e intensamente delle questioni dell’istruzione nel nostro paese rischia di riportarti insistentemente alla mente la nota battuta di Mussolini secondo cui governare l’Italia non è difficile, è inutile. Ma non è ora né qui che voglio parlare dello sfinimento che provoca entrare nell’unica esperienza davvero realizzata di “democrazia dal basso” e confrontarsi con soggetti (gli “esperti” dell’istruzione) che non vivono e pensano nel mondo dei comuni mortali bensì nel mondo delle locuzioni a barre (conoscenze/abilità, abilità/competenze, conoscenze/competenze, documento/proposta, consolidare e/o riprogettare) e degli anglismi (literacy, framework, teaching for test). Eppure ti rendi conto che questo è uno dei fronti cruciali su cui si gioca il nostro futuro. Tutte le battaglie civili rischiano di non avere a priori futuro se continueremo a sfornare generazioni di teste “ben fatte” secondo i criteri dei tecnocrati dell’affettività e della morale confezionate scientificamente e della metodologia che fa premio sulle conoscenze. L’educazione e l’istruzione sono un pilastro portante. Eppure, mentre ti affanni a vedere se e come si possa intervenire sulle inquietanti crepe del pilastro, ti rendi conto che mettere puntelli qua e là è derisorio mentre intorno un esercito di bulldozer fa a pezzi la casa. Con la metafora dei bulldozer non mi riferisco agli “esperti”, alle congreghe corporative o agli eserciti di termiti che pascolano sul terreno devastato dell’istruzione. Poveri untorelli, a ben vedere. Penso allo sfascio morale e culturale generalizzato delle nostre società occidentali e al crescente sentimento di insicurezza che si addensa attorno al futuro. Dirlo in Italia può sembrare esagerato perché il male non ha raggiunto i livelli di altri paesi. Il quadro che Giulio Meotti ha tracciato sul Foglio della sparizione dell’Inghilterra che abbiamo conosciuto – sempre più paradigma di Eurabia – in fondo lo raccontano le cronache da qualche anno, in un crescendo rossiniano. Ma colpisce come un pugno nello stomaco leggerne la sintesi; e induce a svegliarsi e a riflettere su un domani assai vicino. Difatti, in Francia non siamo molto lontani da questa situazione, in Olanda ci siamo ormai e persino nell’Austria (felix?) si prospetta un non lontano orizzonte di islamizzazione.
Parliamo di antisemitismo. Ah, ci risiamo con la solita tiritera – dirà quel giornalista cattolico che ha recentemente accusato gli ebrei di essere malati di una “concezione lagnosa della storia”. Ma non si diceva che l’antisemitismo è il più sensibile termometro dell’intolleranza diffusa nella società, un segnale che indica l’avvicinarsi di grandi cataclismi? Oppure si tratta soltanto di una filastrocca buona da ripetere la Giornata della Memoria per poi poter parlare d’altro? Ma certo, per parlar d’altro – si replica – perché i problemi gravi a questo mondo sono ben altri, per esempio quello palestinese; e comunque ogni confronto è indebito e mostra casomai quanto siano lontane le circostanze del passato: vi è forse qualche paese al mondo che prospetti di promulgare una legislazione razziale, di fare espulsioni o addirittura sterminii su basi razziali?
Di certo quelle forme storiche appartengono a un passato sepolto e la pratica dell’antisemitismo di stato è completamente fuori dell’orizzonte dei paesi occidentali. Ma non siamo nell’era della globalizzazione? Forse dovremmo aggiornare i metodi di analisi e chiederci se la via per la codificazione dell’antisemitismo in termini legislativi non stia seguendo linee diverse e più complesse, ma non meno inquietanti perché, se avessero successo, non lascerebbero via d’uscita. A ben vedere il primo tentativo è stata la famosa dichiarazione dell’ONU che equiparava sionismo e razzismo. Non ha funzionato, i tempi non erano maturi, era una scelta troppo marcatamente imposta dalla maggioranza araba e terzomondista dell’ONU; ma lasciato tracce. Poi è venuta la Conferenza contro il razzismo di Durban 2001 che ha colto di sorpresa tutto il mondo e ha mostrato il volto di un antisemitismo che vuol farsi riconoscere come dottrina ufficiale delle istituzioni internazionali. Si poteva sperare che la lezione fosse stata appresa. Niente. È da più di un anno che è arcinoto cosa stia cucinando per Ginevra 2009 (Durban II) una cricca di paesi altamente qualificati per giudicare di diritti umani come Iran, Libia, Cuba: una condanna senza appello per Israele e il sionismo, come unico agente mondiale di razzismo e crimini contro l’umanità – non una parola su sterminii di dimensioni epocali tuttora in corso – assortita da una insidiosissima richiesta di proscrivere l’islamofobia, di fatto un bavaglio alla libertà di opinione ed espressione che colpirebbe mortalmente l’Occidente.
Non si può abbastanza apprezzare il fatto che il Canada e l’Italia si siano ritirati a priori dalla Conferenza. Altrettanto apprezzabile è che si siano ritirati gli Stati Uniti, anche se era sorprendente il proposito, fortunatamente rientrato, di partecipare per tentare di cambiare l’esito della conferenza. Cambiare cosa? La base di partenza è talmente efferata che l’unica trattativa possibile dovrebbe partire dal ritiro della bozza iniziale. Tanto più è sconcertante che, a parte l’Italia, gli altri paesi europei stiano esercitandosi in un penoso minuetto: andiamo, pur non volendo andare, andiamo per cambiare, se non si cambia vedremo, per il momento andremo. Come se non ci fosse stata Durban, come se non sapessero cosa si prepara, cosa li aspetta, cosa si rischia di legittimare. Antisemitismo ancora una volta come termometro? Proprio così, perché chi andrà a Ginevra non soltanto non potrà evitare un proclama efferato ma rischia di trovarsi attorno al collo il capestro della limitazione della libera espressione. Avrà il coraggio di fare come l’ambasciatore israeliano Herzog una trentina di anni fa, e cioè di dire “il vostro proclama non vale la carta su cui è scritto e ve lo stracciamo in faccia”? Ne dubitiamo. Difatti, il multilateralismo è tornato ad essere un totem: “vorremo forse delegittimare l’ONU già indebolito?” è il mantra che si ode in questi giorni. E sono inquietanti le “aperture” del Presidente Obama senza chiedere nulla, neppure all’Iran di piantarla con i propositi di distruzione di Israele e con il negazionismo.
Negli anni trenta soltanto gli ebrei dell’Europa orientale – quelli che essendo abituati alle persecuzioni vivevano “con la valigia in mano” – se ne andarono per tempo. Gli altri restarono fino all’ultimo ripetendo che “non era possibile”. Anche oggi, soprattutto in paesi come l’Italia (e per suo merito) appare impossibile. Ma ove le cose andassero peggio la globalizzazione dell’antisemitismo legalizzato dalle istituzioni internazionali renderebbe difficile trovare dove portare la valigia, salvo che in quel piccolo paese su cui pende la futura atomica iraniana. Il Presidente Obama vuole contrattare con l’Iran la rinuncia alla bomba con il riconoscimento di “potenza regionale equilibratrice”. Ma anche questa faccenda ricorda qualcosa e qualcuno, un signore inglese che andava in giro con l’ombrello.

(Il Foglio, 11 marzo 2009)

domenica 8 marzo 2009

Controreplica

Irene Kajon ha replicato al mio articolo apparso su Shalom nel novembre 2008, qui riportato come post "Un articolo per il mensile ebraico Shalom (22 novembre 2008). La mia controreplica si trova come commento a quel post ed è stata pubblicata nelle lettere di Shalom (febbraio 2009)

giovedì 5 marzo 2009

L’aritmetica nell’epoca delle “interclassi”, ovvero l’invasione dei Pitagora fai da te

Volete avere un’idea dei risultati cui può portare l’abuso dell’autonomia scolastica? Seguitemi con un attimo di pazienza.
In aritmetica si introduce la cosiddetta proprietà associativa dell’addizione, che così si scrive: (a + b) + c = a + (b + c). Essa significa che sommare prima a con b e quindi sommare il risultato con c è la stessa cosa che sommare a con il risultato della somma tra b e c.
È una proprietà importante: difatti, dato che la somma è un’operazione definita tra due numeri, essa spiega quali regole presiedono alla somma tra più di due numeri. In parecchi libri scolastici di matematica questa proprietà viene malamente enunciata dicendo, per esempio, che «associando gli addendi il risultato non cambia», Così si travisa o comunque si esprime male il significato autentico della legge. Da questo travisamento è nato, non si sa in quale testa d’asino, una legge inversa mai conosciuta nell’aritmetica prima che il diritto all’autonomia scolastica permettesse di ricreare liberamente le discipline: la legge dissociativa dell’addizione. Questa viene enunciata dicendo che «dissociando gli addendi il risultato non cambia», ovvero che «se a uno o più addendi se ne sostituiscono altri la cui somma è uguale all’addendo sostituito il risultato non cambia». Per esempio, significa che 11 + 12 = (10 + 1) + 12 = 10 + (1 + 12) = (9 + 2) + 12 = 9 + (2 + 12), ecc. ecc. A essere indulgenti, è un modo di ridire a rovescio la proprietà associativa. In verità, è una colossale castroneria, perché in fin dei conti è quanto dire che ogni numero è somma di unità…
È da tempo che si tenta in tutti i modi di dissuadere questi novelli Pitagora dal diffondere questa assurdità. Niente da fare. La legge dissociativa dilaga. E non a caso dilaga nei libri e tra i gruppi d’insegnamento più “innovativi”, quelli del “cooperative learning”, della didattica “sperimentale”: basta farsi un giretto su Internet. Non bastasse, propalano altre baggianate come l’idea che la legge commutativa (a + b = b + a) serve a verificare che ho fatto la somma correttamente (prima sommo a con b, poi b con a, se il risultato è lo stesso è esatto…).
Ora racconto un episodio esilarante. Un professore di matematica che vede il suo bambino costretto a studiare questa “legge” va dalla maestra e la prega di cessare lo scempio. Risposta: la decisione di insegnare in tal modo è stata presa dall’interclasse e quindi il genitore dovrebbe chiedere una riunione dell’interclasse, avanzare la sua richiesta e vedere se sarà accettata.
Insomma, in nome dell’autonomia scolastica, la verità del teorema di Pitagora o delle conoscenze trasmesse da secoli nella matematica (e a maggior ragione in ogni disciplina) diventano oggetto di decisioni prese dagli organi della “democrazia scolastica”. C’è di che detestare la democrazia.
Ne discendono due riflessioni. La prima: guardiamoci da chi proclama con prosopopea che è finito il tempo in cui i concetti debbono venire assieme alle metodologie d’insegnamento, anzi devono essere subordinati ad esse. In tal modo si legittima come scelta “didattica” qualsiasi baggianata venga alla mente, facendo strame di qualsiasi oggettività della conoscenza. La seconda: alla larga da chi predica l’assoluta autonomia di istituti scolastici che autogestiscano anche i contenuti dell’insegnamento, “ricreando” pure la matematica, e che nutrano la pretesa di gestire la propria formazione e reclutamento, ovvero la propria autoriproduzione. Perché così salta ogni controllo e la libertà diventa arbitrio. Quantomeno non si abbia la faccia tosta di parlare di valutazione.
(Tempi, 5 marzo 2009)

venerdì 27 febbraio 2009

SUL DIBATTITO RELATIVO ALLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI

Qualche considerazione sulle ragioni per cui d'ora in poi, e fino a che la situazione non sarà chiarita, non intendo più tornare sulla questione della formazione degli insegnanti e, in particolare, non intendo polemizzare con i commenti alla relazione del Gruppo di lavoro ministeriale sulla formazione da me coordinato.
È un elementare dovere istituzionale, in primo luogo di rispetto per il Ministro che ci ha nominato, evitare polemiche pubbliche e personali ed aprire diatribe sui dettagli tecnici del documento.
Naturalmente, fino a che la situazione non sarà chiarita.
È una scelta necessaria ma di certo non indolore. Vorrei chiarire con due esempi - e senza riferimenti a gruppi o persone - fino a che punto lo è.
Una delle critiche più aspre che sono state mosse al nostro progetto è di avere penalizzato la scuola a favore dell'università, di avere reso marginale e subordinato il ruolo della scuola. Critica legittima, come tutte le critiche avanzate sulla base dei fatti e in buona fede. Ma se travisa i fatti non è legittima.
Ma vediamo due punti di cui essa si è sostanziata.
Il primo è che noi abbiamo escluso la scuola dal processo di valutazione e abilitazione dello studente o comunque l'abbiamo messa in posizione subordinata, mentre si chiede una posizione paritaria (quanto meno 50%-50%, qualcuno chiede addirittura di più per la scuola, ovvero una posizione decisionale nelle commissioni 65%-35% a suo favore). E si arriva al punto di dire che saremmo l'unico paese al mondo a delegare il ruolo preponderante della valutazione nella formazione dei docenti all'università. Ebbene, il titolo che da luogo a insegnare è composto da una laurea magistrale e da un'abilitazione. Il primo titolo è accademico, il secondo dipende dal primo. C'è chi chiede che la scuola conferisca una laurea magistrale abilitante. Sarebbe davvero l'unico caso il mondo in cui un titolo universitario viene conferito da un'istituzione diversa!... In tal modo, non soltanto la scuola secondaria conferirebbe titoli nel suo ambito (come la maturità) ma anche nell'ambito universitario. Un'autentica pazzia, che costituisce soltanto un modo di perdere tempo. Perché se, per assurdo, venisse approvata, sarebbe cassata immediatamente dal primo ricorso. È giusto che la scuola abbia un ruolo di partecipazione al conferimento di titoli che appartengono per legge alla sfera universitaria ma tale ruolo non può in alcun modo essere determinante. Così accadeva che i presidenti delle commissioni di maturità venissero scelti tra i professori universitari, ma di certo il ruolo degli universitari non è mai stato determinante nelle attività istituzionalmente proprie della scuola. Anche con le SSIS la situazione era dentro la legge, ovvero vi era presenza di docenti delle scuole secondarie ma mai determinante. E ora si vorrebbe approfittare della discussione che si è aperta per prendere dopo il dito tutto il braccio e anche la spalla. Del resto, ripeto, inutilmente, perché si tratta di una richiesta semplicemente al di fuori di ogni principio giuridico degno di questo nome.
Altro esempio. Si dice che noi avremmo penalizzato la scuola perché nella tabella del tirocinio formativo attivo il tirocinio il classe rappresenta "soltanto" 12 crediti, ovvero alla scuola viene dato soltanto 12/60 = 1/5 del totale. Lasciamo perdere il fatto che altri 9 crediti sono per la relazione di tirocinio che è seguita da un docente della secondaria. Il punto è un'altro: i crediti non sono uguali per tutte le attività. E i crediti di tirocinio valgono un numero di ore molte volte superiore a quello delle lezioni ordinarie. Pertanto 12 crediti è davvero moltissimo. Significa più di un quadrimestre di lezione attiva in classe!... È chiaro quale falsificazione rappresenti dire che la scuola "vale" soltanto un quinto del totale!... Ora, che una cosa simile la dica una persona qualsiasi si può capire - così come è accaduto a qualcuno che ha letto i parametri di valutazione dell'esame di tirocinio e non ci ha capito nulla - ma che lo dica qualcuno che si pretende un "esperto" di questioni scolastiche non è ammissibile. Perchè, in tal caso, se lo sapeva ci troviamo di fronte a un mestatore nel torbido. Se non lo sapeva è bene che parli soltanto dopo essersi informato e dopo aver fatto un corso di aggiornamento sulla teoria delle proporzioni; e per l'intanto la smetta di pontificare come "esperto".
Questo è il livello a cui bisogna discutere. Questo è il livello a cui si affossa un paese.
Infine, che dire dei messaggi di coloro che credono che un modo di rafforzare le loro critiche sia di dire che non hai mai visto una scuola materna, una scuola elementare, una scuola media, un liceo, un'università, un maestro, uno studente, un supervisore, un insegnante, un'aula, ecc. ecc. Ebbene, se ci si vuole consolare convincendosi che l'interlocutore abbia l'anello al naso si faccia pure. Ognuno se la cava come può.
Per fortuna ci sono le tantissime persone che capiscono e che continuano a remare dal lato opposto di quelli che remano contro. La barca resta ferma, ma prima o poi chissà.
Chiuso il discorso.

Prima l’inamovibilità poi il ritiro coatto. Ecco i malanni che rendono i vecchi inutili

Nella bella intervista su Tempi (12 febbraio) del mio quasi omonimo, l’oncologo francese Lucien Israël, mi ha colpito un’osservazione a margine del tema centrale – la denuncia dell’eutanasia. Israël, oggi ottantatreenne, lamenta di essere stato pensionato a 60 anni: «Negli Stati Uniti dire a un medico o a chiunque eserciti una professione che è troppo vecchio per lavorare è considerato un atto discriminatorio. In Francia a sessant’anni ci si libera di un professionista proprio quando è entrato in possesso di un sapere e di un patrimonio di esperienze che sarebbero immensamente utili alla società».
Si potrebbe aggiungere che negli Stati Uniti si perde il posto quando ci si dimostra inadeguati, indipendentemente dall’età. Le università sono piene di luminari novantenni e ciò non implica affatto un blocco all’ingresso dei giovani. Lucien Israël parla della Francia, ma in Italia va peggio. Qui si prende un posto per diritti “acquisiti” (per diritto di precariato, per aver fatto una supplenza o essersi seduto per un po’ di tempo su una scrivania) dopodichè nessuno te lo toglie più, indipendentemente da quello che fai, fino alla pensione, che però cade come una ghigliottina. Non c’è un criterio con cui spostare la gente secondo età e competenze da una funzione all’altra, oppure cacciarla o promuoverla (per merito e non per anzianità). Un insegnante può offrire cose molto diverse secondo l’età: magari, col passare del tempo, è meno puntiglioso e attento ai dettagli ma è capace di fornire una visione più ampia e matura. Quale che sia il mestiere o la professione una persona anziana e competente ha un ruolo insostituibile nel formare i giovani che prenderanno il suo posto.
Invece stiamo perdendo di vista la questione fondamentale: la trasmissione delle competenze. Si pensa stupidamente che per risolvere la cristallizzazione delle persone in posizioni inamovibili ed eliminare i blocchi che impediscono l’accesso ai giovani occorra spedire la gente in pensione prima che sia possibile invece di dislocarla nei ruoli più adeguati al contributo che possono offrire, oltre a mandare a casa i nullafacenti e gli incapaci. Conosco molti casi di persone che, nella crisi attuale, perdono il posto perché “costano troppo” perché “anziane” e vengono sostituite da un ragazzino non in quanto più capace ma perché “costa poco”. Nelle università ora si parla di alleggerire le spese spedendo in pensione anticipata il massimo numero di docenti. Questo andazzo, sommato alla valanga di pensionamenti “naturali” previsti, creerà una frattura generazionale che disperderà tutte le competenze acquisite. Tutto ciò è straordinariamente irresponsabile e sarà fonte di un sicuro decadimento culturale. Proprio questo mentre ci si riempie la bocca dello slogan secondo cui viviamo nella “società della conoscenza”…
L’aspetto tragicomico di questa faccenda è che lo slogan dello “svecchiamento” – non importa come e non importa con quali conseguenze – è quasi sempre scandito da anziani che si ritengono, e sono, inamovibili. Ricordo la filippica tenuta alcuni anni fa da un noto politico settantenne che si scagliò contro la “gerontocrazia di stile cinese” vigente in Italia. Ora leggiamo che questo personaggio è in pista per l’ennesima carica, stavolta culturale. Nulla da obiettare, per carità, ove si dimostrasse l’utilità della persona in quella posizione. Il problema sta in quella filippica che richiama proprio lo stile della Rivoluzione culturale cinese: un capo ottantenne, Mao, che incita le giovanissime Guardie rosse a sparare sul “quartier generale” dei “gerontocrati”. Senti chi parla.
(Tempi, 26 febbraio 2009)

sabato 21 febbraio 2009

Sulle conclusioni del Gruppo di lavoro ministeriale sulla formazione

La lettura dei temi di matematica per l’abilitazione dei maestri elementari di una trentina di anni fa da la misura di quanto i tempi siano cambiati: oggi un laureato in matematica potrebbe faticare a risolverli. Nel frattempo ci si può laureare maestri frequentando in quattro anni non più di una trentina di ore di matematica (e altrettanto di storia), e in certi casi neppure una – tutto ciò in barba alla retorica sul “team” dei maestri “specializzati”. In cambio, il futuro maestro viene assoggettato a un diluvio di materie psico-pedagogiche e di metodologia didattica in un’ottica che è più quella della formazione di un assistente sociale che non quella di un’insegnante.
Un tempo gli insegnanti di scienze nelle scuole medie inferiori erano laureati in matematica o in fisica. Oggi, dopo l’apertura degli accessi a una miriade di altre lauree, la maggioranza degli insegnanti di questo ordine di scuole ha una preparazione matematica di modestissimo livello. In queste condizioni, discettare sulle ragioni delle pessime prestazioni matematiche degli studenti italiani è una perdita di tempo, se non un voler nascondere la verità.
Quando si dicono queste cose si rischia l’accusa di voler offendere gli insegnanti. È vero il contrario. La scuola italiana galleggia per merito dell’eroismo di tanti di loro, che spesso suppliscono da soli alle carenze di un sistema formativo che fa acqua da tutte le parti. Un’altra accusa è quella di denigrare un sistema scolastico che sarebbe comunque eccellente. Non si capisce allora il perché di tanti verdetti negativi confermati dall’esperienza diffusa e dalle testimonianze raccolte nei tanti libri di insegnanti che descrivono la crisi del sistema dell’istruzione. Né si capirebbe, se tutto andasse per il meglio, perché da anni ci si affanni a tentare di ripensare da cima a fondo il processo di formazione dei docenti.
Una premessa fondamentale: non si verrà mai a capo di questa situazione se non si affronterà il nodo dei contenuti invece di divagare soltanto sulle questioni metodologiche o sulle architetture istituzionali: si possono ideare tanti meccanismi, ma nessuno di essi funzionerà se non si porrà mano ai contenuti della formazione. Inoltre, in un sistema scolastico stressato da innumerevoli interventi, occorre procedere con ragionevolezza e prudenza, con operazioni mirate, tanto agili e realistiche sul piano normativo quanto incisive sul piano dei contenuti. È inspirandosi a questi principi che ha operato il Gruppo di lavoro ministeriale sui temi della formazione degli insegnanti che ho avuto l’onore di coordinare. Vediamo in estrema sintesi come si è cercato di tradurre questi principi.
In primo luogo, un atteggiamento ragionevole significa che, per quanto si possano rimpiangere i tempi in cui un maestro elementare possedeva un bagaglio di conoscenze assai superiore a quello attuale, sarebbe sbagliato disconoscere l’apporto della pedagogia e della didattica. Se è perfettamente possibile diventare un ottimo insegnante semplicemente insegnando e apprendendo a farlo “a bottega”, ovvero seguendo l’esempio dei propri insegnanti di valore, l’accumulazione di conoscenze e riflessioni circa le metodologie d’insegnamento, la psicologia dei bambini e dei ragazzi e le tecniche didattiche ha un indubbio valore, soprattutto in una scuola di massa. Come al solito, i disastri derivano dagli estremismi ideologici. Tale è l’idea che le conoscenze disciplinari siano secondarie o irrilevanti, che l’unica cosa che conta sia “insegnare a insegnare”: ovvero considerare secondaria la conoscenza di base e pretendere che qualsiasi concetto venga introdotto subordinatamente alla definizione di come esso deve essere insegnato. L’idea che la pedagogia e la didattica siano “metadiscipline” che stanno al di sopra di tutte le altre e le governano come regine è una delle cause principali degli attuali dissesti. Pertanto, un riequilibrio tra le componenti disciplinari e quelle metodologiche è necessario per formare insegnanti che siano, al contempo, preparati e consapevoli delle problematiche dei metodi d’insegnamento. Non si tratta affatto di tornare al passato, ma di comprendere che non possiamo più permetterci maestri che non sappiano neppure cosa sia l’algoritmo della divisione, che non vadano oltre un’infarinatura di storia moderna e ignorino gli elementi della fisica.
Una ragionevolezza analoga deve ispirare la riforma di quello che è da tutti considerato come il buco nero della scuola italiana, ovvero la secondaria di primo grado (o “media inferiore”, come si diceva un tempo). Qui il problema maggiore è la matematica, spesso insegnata da laureati in scienze naturali o in altre materie, i quali non hanno avuto modo di studiare seriamente questa disciplina. Possiamo pensare a un ritorno all’indietro che riservi l’insegnamento della matematica ai laureati in matematica o fisica? Sarebbe una prospettiva dirompente sul piano sociale. La soluzione “ragionevole” consiste nel costruire un percorso di laurea che compensi le carenze in matematica e fisica attraverso un meccanismo di crediti accuratamente bilanciato in funzione della preparazione d’ingresso.
In generale, la proposta delineata dal Gruppo di lavoro mira a trovare una soluzione all’interno del sistema esistente senza introdurre troppi stress e rivoluzionamenti. Si propone che il percorso di formazione consista in una laurea triennale ordinaria seguita da una laurea magistrale il più possibile pensata in funzione della formazione di insegnanti: difatti, si deve fare in modo che la componente disciplinare e la componente didattico-pedagogica collaborino alla formazione di una figura non generica ma specificamente orientata verso l’insegnamento. Per questo, il percorso dovrà concludersi con un anno di tirocinio nelle scuole secondarie, consistente in una fase di osservazione e in una fase di insegnamento attivo, sotto la guida di un insegnante e accompagnato da altri corsi di didattica disciplinare, di pedagogia e da attività di laboratorio gestite dalle università assieme alle scuole, il tutto sotto la responsabilità di una facoltà universitaria. Anche qui si tratta di recuperare le esperienze positive delle SSIS (Scuole di Specializzazione dell’Insegnamento Secondario) ma di superarne i difetti che si sono manifestati o nella riproposizione meccanica di insegnamenti disciplinari già forniti nel corso di laurea o in uno spazio smisurato conferito alle materie psico-pedagogiche, nonché nella tendenza a operare in modo autoreferenziale.
Naturalmente non è questa la sede per entrare nei numerosi dettagli tecnici del progetto. Siamo convinti che esso delinei in modo preciso il quadro per muovere, in modo costruttivo e non ideologico, verso la soluzione di un problema attorno a cui si gira da anni e che non può più attendere.
(Il Messaggero, 20 febbraio 2009)

venerdì 20 febbraio 2009

L’insopportabile accanimento scientifico sulla “zona grigia” della vita umana

Per secoli morire ha significato perdere il soffio vitale: uno specchietto che non si appannava di fronte alla bocca era il segno inequivocabile della morte. Poi, con la scoperta della circolazione del sangue l’arresto cardiaco è divenuto la prova della morte. E, a ben vedere, questo resta il criterio più corretto e indiscutibile: è noto che un arresto cardiaco anche di breve durata può compromettere irreparabilmente il cervello e anche altri organi e, se il tempo di arresto si prolunga, nulla può salvare la persona dalla morte. Ma da quando la medicina ha appreso ad agire sempre più efficacemente nella fascia ristrettissima di tempo antecedente la morte irreversibile e da quando è iniziata l’era dei trapianti quel criterio troppo netto e radicale non poteva più essere accettato ed è subentrato il criterio della “morte cerebrale”, ovvero una definizione dello stato di “morte” che rende possibile e lecito espiantare gli organi di una persona.
Le pratiche mediche sempre più sofisticate e “accanite” in quella ristrettissima zona prima preclusa ad ogni intervento esterno hanno prodotto situazioni inedite, spesso drammatiche e difficili, e hanno sollevato non poche questioni etiche che la scienza è impotente a risolvere, perché non è in grado neppure di comprenderne le radici. Quando ci si avventura in quella zona si è costretti a trattare i problemi della mente e della coscienza. È sconcertante assistere alla leggerezza con cui questi problemi vengono affrontati in termini di funzioni cerebrali, quando è evidente – fosse anche per una provvisoria incapacità della scienza – che l’attività mentale deborda da ogni lato quella cerebrale. Se dico «voglio morire» nessuno sa spiegare come questo concetto verrebbe generato da processi fisici cerebrali. Pertanto concetti come quello di «stato minimo di coscienza» sono delle bestialità da ogni punto di vista, incluso quello scientifico. Si tratta di convenzioni che servono solo a governare processi che non siamo in grado di definire e comprendere e che escono dal campo dell’umano per entrare in quello della rappresentazione formale della vita.
Pertanto, sono pienamente d’accordo con Giuliano Ferrara quando scrive che «il codice deontologico dei medici, le giuste regole contrarie all’accanimento terapeutico e all’abbandono o desistenza terapeutica, interpretate con discrezione e amore, caso per caso, sono una soluzione incomparabilmente migliore della guerra delle sentenze e delle leggi» e lamenta che la zona grigia – che è proprio quella di cui parliamo sopra – sia stata invasa «manu militari» da operazioni ideologiche violente. Angelo Panebianco trova contraddittoria la difesa della zona grigia con «l’imperiosa riaffermazione della difesa della sacralità della vita». Ma a me pare che egli non si avveda che la zona grigia esiste proprio nella misura in cui le si riconosce una caratteristica di mistero, di qualcosa che non può essere completamente illuminato e che chiede rispetto: appunto, il rispetto della vita umana che noi, con le nostre modeste conoscenze, tentiamo di praticare con discrezione e amore. Ma quando si pretende di illuminare questa zona con riflettori tanto violenti quanto inefficaci, malgrado la loro pretesa di onnipotenza, per trattare la persona come un meccanismo, da accendere e spegnere secondo le convenienze, e non come un essere umano, allora le cose cambiano. In tal caso, difendere la zona grigia non ha nulla di «imperioso». È, al contrario, l’estremo tentativo di salvaguardare la dignità della persona umana contro la pretesa violenta di trattarla come una macchina in nome di principi che nascondono la loro natura ideologica dietro il manto della “scienza”.
(Tempi, 19 febbraio 2009)

lunedì 16 febbraio 2009

giovedì 12 febbraio 2009

Da Galileo a Fourier, la storia della scienza è piena di questi incorreggibili “gentiliani”

Chi sa fare bene propaganda sa come conferire a certe parole la virtù di imprimere il marchio di un giudizio indipendentemente dal loro significato. Per esempio, ormai la parola “fascista” serve in modo indiscriminato a designare un infame. Sembra che qualcosa di analogo stia accadendo con l’aggettivo “gentiliano” nel campo dell’istruzione. Per designare qualcosa di ignobilmente reazionario basta dire “gentiliano”. L’aggettivo ha assunto un valore di esecrazione indipendente dal suo significato come risulta da alcune polemiche recenti sui quadri orari per il Liceo scientifico in cui riemergerebbe “l’idealismo gentiliano”. Si incrimina una frase dei regolamenti che dice che «il fine specifico dei percorsi dei licei è la theoria», e si lamenta il ritorno a una visione “deduttivistica” della scienza in cui prevale l’approccio teorico su quello sperimentale e laboratoriale.
In realtà Gentile non c’entra nulla. La sua riforma era basata sulla centralità della cultura classica, storico-filosofica e umanistica che aveva un carattere di preminenza su quella scientifica, ma Gentile non si è mai sognato di dire che la scienza va studiata in modo “deduttivista”. Casomai gli idealisti italiani pensavano il contrario: per loro la scienza era un sapere pratico-operativo privo di valore conoscitivo. Ma anche questo vale per Croce e meno assai per Gentile, che cambiò posizione riconoscendo alla scienza un valore conoscitivo. Ma che importa? Quel che conta è aver trovato un aggettivo esecrativo, tanto più efficace in quanto si riferisce a un ministro dell’istruzione fascista.
Oltretutto – diciamolo chiaramente – se Gentile pensava a quel modo aveva ragione da vendere. Vuol dire che sapeva che la scienza moderna deve i suoi successi proprio al fatto di essere “deduttivista” e non meramente manipolativa. «Matematica purissima» definisce Galileo la sua scienza del moto. E il grande fisico-matematico Fourier dopo aver sottolineato che le esperienze forniscono la materia per il progresso scientifico avvertiva che «la teoria dirige tutte le misure e ne assegna la precisione».
Pertanto chi crede o predica che lo studente debba entrare in laboratorio senza un supporto preventivo di teoria e possa apprendere qualcosa “scoprendo” a caso non ha capito nulla di cosa sia la scienza e ne ha un’idea prossima a quella dell’alchimia medioevale. È ottimo che vi siano laboratori nelle scuole ma lo studente deve entrarvi con una preparazione teorica, altrimenti non caverà un ragno dal buco. Lavoisier non ha mostrato che l’acqua è composta da idrogeno e ossigeno pasticciando a caso, ma perché perseguiva una precisa idea circa la struttura della materia.
Il danno degli slogan è dimostrato da un’ottima lettera di Maria Elisa Bergamaschini sulla rivista Emmeciquadro in cui deplora «la deriva costruttivista, supportata dai diversi pedagogismi» che «toglie all’insegnante la responsabilità di “maestro”», «nega nelle pratiche didattiche il carattere peculiare della ricerca scientifica in quanto ricerca del “vero”», «riduce la dimensione sperimentale delle scienze a un “saper fare”, dove il metodo scientifico diventa un insieme di tecniche da applicare», fa «prevalere l’aspetto informativo su quello conoscitivo». Non si potrebbe dire meglio. Ma allora non si vede come si possa andar d’accordo con chi proscrive il riemergere dell’idealismo gentiliano in quanto sintesi di tutte quelle cose che Bergamaschini ritiene giustamente caratteristiche della scienza come impresa di conoscenza. Perciò attenzione a prestar fede a chi usa le parole come mazze ferrate: si rischia di andare nella direzione opposta a quella desiderata.
(Tempi, 12 febbraio 2009)

lunedì 9 febbraio 2009

Una guerra ideologica che dura da anni ha vinto una battaglia campale. Da oggi la vita vale di meno.

Caso Eluana Englaro

Lo so che bisognerebbe parlare del caso Englaro. Tutti dicono la propria e proprio questo rende difficile aggiungere una voce superflua in questo frastuono. Superfluo perché posso limitarmi a dire, almeno per ora, che aderisco alla manifestazione promossa da Tempi e da L'Occidentale per domani al Pantheon a Roma.
Dico soltanto che trovo allucinante la lettura di certe dichiarazioni come questa: «"Da esperienze internazionali e per questi tipi di malati posso dire che dal momento della sospensione dell'alimentazione alla morte potrebbero passare anche 12-14 giorni". Lo ha detto il neurologo Carlo Alberto Defanti. Il Parlamento quindi avrebbe tutto il tempo? "No, questo no - afferma Defanti - perché danni irreversibili e irreparabili potrebbero accadere ben prima. Del resto loro lo sanno benissimo"».
Irreversibili e irreparabili per cosa? Ma non era morta da 17 anni? Di che cosa si sta parlando?
Per il resto, trovo questa disputa sulla Costituzione e sulla difesa della democrazia stucchevole e di una strumentalità insopportabile. Il tipico modo con cui l'ubriaco evita di cascare per terra appendendosi a un lampione.
Non ho da aggiungere una sola parola all'articolo di Peppino Caldarola, uomo di sinistra ma soprattutto persona che pensa con la sua testa e non con quella degli altri:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=327281

venerdì 6 febbraio 2009

È tutto un caso?

Noi non sappiamo quale sarà la situazione nel momento in cui compariranno queste righe. Ci auguriamo che sia migliore di quel che appare mentre scriviamo. Se così sarà bisognerà tirare un respiro di sollievo perché qualcosa di gravissimo sta avvenendo e non c’è bisogno di fare alcuna dietrologia per dire che al centro del mirino vi sono i rapporti ebraico-cristiani. Con tutta evidenza qualcuno vuole scavare un fossato drammatico tra ebrei e cristiani. E al centro del mirino c’è anche Benedetto XVI.
Sembrava che le parole chiare e inequivocabili pronunciate da Benedetto XVI potessero spazzare via le nubi che si erano addensate attorno alla vicenda del vescovo lefebvriano Williamson che ha negato l’esistenza delle camere a gas e ha ridotto il numero degli ebrei sterminati a 200.000, 300.000 al massimo. Il Papa ha espresso «piena e indiscutibile solidarietà con i nostri fratelli destinatari della prima alleanza», ha rivolto un monito non soltanto contro il “negazionismo” ma anche contro il “riduzionismo” ed ha sottolineato che il ritorno dei lefebvriani nel seno della Chiesa non può che avvenire nella cornice del Concilio Vaticano II e quindi del rapporto con l’ebraismo istituito dalla “Nostra Aetate”. Il rabbinato israeliano ha accolto le parole del Papa come un «grande passo avanti», «una dichiarazione molto importante per noi e per il mondo intero».
Questo intervento del Papa ha spazzato via le critiche di chi aveva accusato le proteste di parte ebraica di essere esagerate, irrispettose e ingiuste. Già la Chiesa svizzera aveva esplicitamente detto che tali proteste erano pienamente giustificate e il portavoce della Chiesa tedesca era stato ancor più netto definendole «comprensibilissime». Il Papa non ha mostrato minimamente di sentirsi offeso o colpito da quelle critiche. Egli ha parlato con una chiarezza morale che si è elevata di molte spanne al di sopra di tanti altri interventi avari o equivoci. Non era possibile che la vicenda si chiudesse sulla base delle scuse rivolte dalla fraternità San Pio X al Papa in cui ci si limitava a definire “inopportune” le dichiarazioni di Williamson. Come se si trattasse di una mera questione di opportunità e non di verità… Sono stati usati aggettivi reticenti per criticare quelle dichiarazioni: “infondate”, “immotivate”, ecc. Soltanto il Papa ha saputo usare il linguaggio giusto e ha mirato al cuore della questione.
Ma proprio questo isolamento era singolare e inquietante. Ed ecco che, mentre si sperava che con quelle parole si fosse rimosso un masso dal cammino, un prete di Treviso, tal Floriano Abrahamowicz – che viene definito lefebvriano ma che pare sia sull’orlo dello scisma dalla fraternità di San Pio X – riapre la questione con un’intervista in cui rincara la dose dicendo che delle camere a gas si può dire soltanto che siano servite a “disinfettare”. Non soltanto: il monsignore dice di non volersi addentrare neppure sulla questione del numero delle vittime della Shoah, che potevano anche essere più di 6 milioni, ma dice semplicemente che «il genocidio è un’esagerazione»…
A questo punto, è impossibile considerare quel che sta accadendo come una coincidenza. Siamo di fronte a un’esplosione improvvisa di rigurgiti di fogna che smuovono – come già si constata – un fondo limaccioso di odio che un quarantennio di dialogo aveva lavorato a smaltire. Il Papa si trova solo di fronte a una situazione ingovernabile. Il mondo ebraico viene ripetutamente preso a schiaffi. C’è certamente una persona che può rallegrarsi di tutto questo: il presidente iraniano Ahmadinejad, massimo negazionista vivente.
(Tempi, 29 gennaio 2009)

martedì 3 febbraio 2009

Da leggere

Dalla prima pagina de Il FOGLIO del 2 gennaio 2009, l'editoriale di Giuliano Ferrara "Care Cassandre, forse è ora di riscrivere la storia della guerra in Iraq":

Ce ne avevano messo di tempo la grande stampa e la grande tv per accorgersi che la nuova strategia irachena di Bush e Petraeus si stava rivelando quella giusta. Questo giornalino, che si era permesso di mandare nella provincia di Anbar due inviati a raccontare il surge, la conquista di un livello decente di sicurezza, la nuova tattica militare e la nuova strategia politica contro Al Qaeda e gli estremismi tribali dell’ex partito baathista, alla fine era riuscito a indurre i colossi dell’informazione a raccontare qualcosa di vero e di serio sulla grande storia di inizio secolo, il contrattacco occidentale all’attentato più feroce e temibile della storia dell’umanità, l’11 settembre del 2001. Siamo di nuovo in epoca distratta. Tutti i benpensanti della geopolitica mondiale guardano di sghimbescio, e senza saperne assolutamente nulla, a Guantanamo Bay, dove sorge uno dei tanti e necessari carceri per combattenti nemici che tra qualche mese sarà rimpianto, sempre che riescano davvero a chiuderlo e a sostituirlo con una soluzione giuridico-legale effettivamente migliore e più garantita. Ma le elezioni provinciali in Iraq, la battaglia fatta da donne e uomini in un normale sabato di democrazia per sanare le ferite etniche, settarie, e per rimarginare piaghe politiche pluridecennali di un’odiosa dittatura terroristica, questo interessa meno. L’Iraq non è più la tomba di soldati americani caduti in battaglia, e la profetessa Spinelli non ha molto da dire, parla d’altro; è sempre meno il luogo impossibile dove la furia religiosa e il risentimento portano a incandescenza la vita quotidiana, e il focoso polemista Zucconi non vuole darsene per inteso. Si chiama inoltre democrazia politica, democrazia elettorale dei partiti, il sistema che faticosamente, centimetro dopo centimetro, promette di rimpiazzare questa specie di sharia laica che fu la tirannia di Saddam, dove al posto della legge di Dio c’era la sua legge, la legge del Raiss; ma anche questo piccolo particolare non interessa che pochi addetti ai lavori rimasti al loro posto nel tentativo di raccontare la realtà possibile che gli occhi possono fissare senza perdersi nel labirinto fumoso dell’ideologia, cioè noi e pochi amici. La compassione pelosa dell’occidentale stanco va sempre e solo agli eserciti terroristi chiusi nei loro tunnel a Gaza, e ai bambini che gli fanno da scudo umano, e un certo tipo di osservatore europeo muove il culo dalla sedia solo se debba raccontare la riscossa dei Talebani nel sud dell’Afghanistan. Ma nessuno vuole compassionevolmente e freddamente rifare la storia della guerra in Iraq, delle feroci polemiche che l’accompagnarono e seguirono, del dolore consapevole che portò una classe dirigente responsabile a deciderla e a eseguirla nel nome della nostra sicurezza e libertà e della sicurezza e libertà degli iracheni, degli arabi, degli islamici del grande medio oriente, e magari rifare questo percorso alla luce di come si è provvisoriamente concluso, con l’emancipazione politica di sciiti sunniti e kurdi iracheni; no, meglio aspettare che qualcosa vada storto, meglio sperare che qualche gesto affrettato di Barack Obama rimetta in discussione con un ritiro affannoso i risultati di normalizzazione politica e civile conquistati con la tragica fatica di cinque anni di guerra durissima. Che nel cuore del mondo arabo islamico una spietata e nichilista tirannia sia stata trasformata nel più grande esperimento costituzionale e riformatore dell’intera storia islamica, questo non interessa l’ottusità morale e politica nonché il pressappochismo storico degli occidentali che dannano Bush e si prosternano, moda odiosa e snob, di fronte alla speranza messianica di Obama.

domenica 1 febbraio 2009

Dinamitardi

Per aver criticato la dichiarazione del cardinale Martino di "Gaza come un lager" e aver posto il problema di un maggiore equilibrio del Vaticano nei confronti di Israele, mi sono preso (assieme a Giuliano Ferrara) una scarica di insulti dal condirettore di Libero, del genere "sfacciati prosopopeisti", "stellette e falcette di tolla", con l'ammonimento che «neppure la nobiltà di portare un cognome come Israel» può valere «l'impunità di impartire lezioncine prêt-à-porter alla Chiesa e ai suoi pastori». Poi è venuto sempre su Libero un altro attacco personale concernente le «inutili polemiche» circa il vescovo negazionista Williamson intitolato «Da quali pulpiti si fa la predica a Ratzinger». A parte il fatto che ritengo di avere le carte perfettamente in regola per poter parlare sul tema dei rapporti ebraico-cristiani, ho vanamente spiegato che qui non è in ballo alcun attacco personale a Ratzinger e alcuna predica, bensì un sacrosanto discorso sul negazionismo che non soltanto tante autorità del mondo cattolico hanno perfettamente recepito - a cominciare dalla Chiesa tedesca che ha definito "comprensibilissime" le reazioni di parte ebraica - ma che è stato fatto in primis dal Papa con parole che sono state apprezzate dal rabbinato israeliano e che hanno riaperto la strada al dialogo.
Casomai ponevo il problema che qui c'è qualcuno che vuole litigare per forza e scavare un fossato invalicabile tra ebrei e cattolici.
E tanto questo è vero che è arrivata la terza botta, ancora su Libero. Ignorando del tutto quanto avevo scritto nelle mie due precedenti repliche, Renato Farina propone un articolo dal titolo «L'ossessione degli ebrei di sorvegliare il Papa» richiamato in prima pagina con l'occhiello: "Perché gli ebrei ce l'hanno con il Papa". Tralascio i contenuti, semplicemente forsennati, tutti rivolti a sottolineare ciò che divide, enfatizzando in modo sconsiderato e rissoso episodi negativi e cianciando di un'inesistente ostilità personale nei confronti di Benedetto XVI. Insomma, invece di contribuire a calmare le acque, una bidonata di benzina lanciata nel modo più spiacevole e sconsiderato. Se da parte ebraica c'è qualcuno che preferisce la rottura ad ogni costo, di certo le firme di Libero hanno deciso di schierarsi sul fronte di chi, da parte cattolica, gode al pensiero di questa rottura.
Comunque, se si voleva rendere la vita impossibile a chi questa rottura non vuole, ci si è perfettamente riusciti.
Di certo, con cattolici fanatici e intolleranti come questi non si può neanche andare a prendere un caffé.
(v. anche Informazione Corretta)

sabato 31 gennaio 2009

Ancora sulla giornata della memoria

Nel 1988, nel cinquantenario delle Leggi razziali fasciste, la Presidente della Camera Nilde Iotti promosse il primo convegno importante sul tema. Il panorama storiografico era povero, quasi asfittico con l’eccezione della “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” di Renzo De Felice, la cui tesi di fondo era che le leggi razziali erano state mera conseguenza del Patto d’acciaio stretto tra Mussolini e Hitler. Dieci anni dopo, nel 1998, il panorama era cambiato. La letteratura era moderatamente cresciuta, si era fatta strada la tesi che il razzismo fascista fosse stato qualcosa di più: un’elaborazione originale cui il mondo intellettuale e scientifico italiano aveva partecipato in modo attivo anche dividendosi in posizioni diverse. Oggi, a distanza di vent’anni, la letteratura sul tema è sterminata. È stato un progresso? Certamente sì: se non altro, abbiamo a disposizione una documentazione imponente. Nel frattempo, l’istituzione della Giornata della Memoria ha creato una tribuna in cui esibire questa letteratura, diventando al contempo uno stimolo ad una sua ulteriore crescita. Consultando i programmi della Giornata in questo 2009 si constata che il numero delle iniziative ha raggiunto livelli inimmaginabili: sono previsti incontri su incontri, nella stessa città, alla stessa ora e persino nello stesso edificio… Tutte le scuole sono mobilitate per offrire pubblico agli “eventi” e non c’è chi non venga reclutato per “testimoniare” nelle vesti più svariate.
È un’ipertrofia che ha raggiunto livelli patologici. Ed è spontaneo chiedersi che cosa stia trasmettendo questa miriade di iniziative.
Torniamo alla storiografia. In vent’anni, siamo passati dalla tesi riduttiva di De Felice a tesi esorbitanti che ci parlano di un Mussolini non meno antisemita di Hitler, di leggi razziali italiane addirittura più dure di quelle tedesche, che presentano Pende come il Rosenberg italiano. Se fino a una decina di anni fa occorreva faticare per trasmettere il messaggio che pure in Italia si era fatto del razzismo e dell’antisemitismo di stato e che le persecuzioni antiebraiche non erano state soltanto opera dei tedeschi, oggi siamo nella situazione opposta. Al punto che nasce spontaneo il desiderio di avvertire che il razzismo italiano non è stato il punto più basso dell’efferatezza nell’universo.
Poco tempo fa partecipai a un incontro nello stile delle manifestazioni della Giornata della Memoria. Il pubblico era prevalentemente studentesco. Intervenne prima di me una nota personalità, che non cito perché non miro a polemiche personali. Questi si scatenò nell’ordine di idee sopra descritto. In un crescendo apocalittico dipinse l’Italia degli anni trenta come un paese di razzisti cinici e crudeli e concluse con veemenza: «Noi italiani siamo tutti colpevoli… siete tutti colpevoli… fino a che non capiremo il male che abbiamo fatto rischieremo che il passato si ripeta». Osservavo i volti degli studenti, interdetti o increduli, chiedendomi quali effetti potesse produrre un messaggio simile, un uso della storia piegato a un’esagerata predica moralistica. Come può – mi chiedevo – un quindicenne, una persona tutta proiettata nel futuro, sentirsi scagliare addosso con tanta pesantezza il passato? Come può tornare a casa e chiedersi se suo padre non sia un criminale? E sentirsi obbligato a riconoscere la colpevolezza dell’intera comunità in cui vive per non dover pensare a se stesso come complice di un crimine collettivo? Che cosa diventerà per lui l’immagine dell’ebreo se non un minaccioso (e, in fin dei conti, insostenibile) incubo che gli sta davanti col dito puntato a ricordare che la Colpa Storica è una pietra che è costretto a portare appesa al collo per il resto dell’esistenza? Come ebreo mi dimetto da un simile ruolo. Come studioso rigetto questo pessimo uso della storia. Non si producono centinaia di pubblicazioni “scientifiche” al solo fine di bruciarle nel falò di un moralismo al servizio di finalità politiche.
Di quali finalità politiche si tratta? Se l’interpretazione di De Felice appare oggi riduttiva, il suo libro ebbe il grande merito di rompere una cortina di silenzio sulle politiche fasciste della razza. In particolare, nella storiografia comunista la vicenda delle leggi razziali e, più in generale della Shoah, era un fatto accessorio, seguendo il punto di vista bene espresso da una frase del film “All’armi siam fascisti” di Del Fra, Mangini e Micciché: «Chi vuol comandare ha bisogno di servi. I servi avranno un contrassegno: la stella di David. L’odio di classe si traveste da odio di razza». Tutto doveva essere ricondotto alla lotta di classe. La Shoah era soltanto un evento nel panorama dei crimini nazisti e le leggi razziali italiane un sotto-evento.
Le cose cambiarono radicalmente alla fine degli anni ottanta, con il crollo del comunismo. Paradossalmente un ruolo decisivo lo ebbe l’incapacità (o la mancanza di volontà) di gran parte della sinistra di tagliare i ponti col passato. Si tentò di costruire il futuro attraverso una transizione capace di recuperare e valorizzare parte della passata esperienza comunista. Solo che quel che prima era ovvio – la superiorità morale del comunismo sul nazifascismo – occorreva ora dimostrarlo. La storiografia “antifascista” fu chiamata a questo compito. Così, all’improvviso, fu rivalutata la centralità suprema della Shoah e il tema del razzismo divenne centrale. Per dimostrare che il nazifascismo era stato il pozzo dell’abiezione occorreva dimostrare che il suo delitto era incomparabilmente peggiore di qualsiasi altro, in particolare di quelli del comunismo. Lo si è detto in un recente convegno: in fin dei conti il Gulag era un progetto di lavoro a differenza del Lager che era un progetto di sterminio… E pochi giorni fa si è autorevolmente ribadito: il comunismo ha combattuto il fascismo e pertanto ha difeso gli ebrei.
Per compiere fino in fondo il salvataggio parziale del patrimonio storico della sinistra comunista occorreva precipitare anche il fascismo nel girone più basso dell’inferno. Di qui il proliferare di tesi estreme: Mussolini era antisemita fin dalla culla, il razzismo italiano era biologistico quanto e più di quello tedesco, le leggi razziali italiane erano le più crudeli di tutte, e via di questo passo fino alle requisitorie contro la colpa collettiva di un intero popolo che si sarebbe rivelato molto diverso dallo slogan “Italiani brava gente”. La tesi dell’“unicità” della Shoah (e delle politiche razziali del fascismo), per tanti anni ignorata e persino dileggiata, è divenuta un cavallo di battaglia in quanto argomento per dimostrare che il nazifascismo sta da solo nel girone più basso dell’inferno perché ha compiuto “il” crimine più grande di tutti.
Avevamo bisogno di visioni equilibrate e razionali da trasmettere ai giovani. Invece, dalla minimizzazione siamo finiti al delirio degli eventi metastorici. Negli anni ottanta Alain Finkielkraut (ne “L’avenir d’une négation”) denunciò i rischi dell’idea dell’unicità della Shoah e dell’invenzione del concetto di “genocidio”. Egli ammoniva che, se il genocidio degli ebrei veniva presentato come un evento assoluto e unico, tutti avrebbero voluto impadronirsi di un simile privilegio: ogni infame – egli avvertiva – d’ora in poi sarà un fascista e ogni vittima un portatore di stella gialla. Prevedeva un codazzo di minoranze e “oppressi” alla ricerca del privilegio di una “loro” Shoah. Sembrava il pessimismo di una Cassandra. La realtà ha superato la fantasia. Per restare alla cronaca recente si pensi a quel corteo di insegnanti romani che hanno marciato con la stella gialla appuntata sul petto per protestare contro la “Shoah” messa in atto dal ministro Gelmini nei loro confronti. L’ex-ministro dell’università Mussi ha fatto eco proclamando che «è in atto un Olocausto di migliaia e migliaia di ricercatori». Sono esempi al confine del tragicomico ma questa è la situazione: introdurre nella storia la metastoria produce risultati paradossali: l’assoluta unicità che genera il suo contrario…
Come stupirsi allora se la memoria della Shoah non porta mai (o quasi mai) a parlare delle forme presenti dell’intolleranza antisemita, e neppure di quelle terribili stragi che sole evocano la Shoah, come il genocidio del Rwanda o il dramma del Darfur, bensì soltanto della questione palestinese? Perché questa, guarda caso, è l’unica in cui si può tentare di individuare una responsabilità dei figli delle vittime della Shoah, e quindi scaricare la coscienza sporca europea. Ormai lo slogan è divenuto luogo comune: i perseguitati di un tempo sono diventati i persecutori di oggi. È divenuto talmente luogo comune che un governo europeo l’ha esplicitato senza pudore, sopprimendo la Giornata della Memoria a causa della guerra di Gaza e così stabilendo un rapporto “storiografico” diretto tra Shoah ed ebrei, da un lato, e palestinesi e israeliani, dall’altro. È un esito che ha avuto almeno il merito di alzare il velo sulla tragedia di un’Europa che declina verso Eurabia: anche Bat Ye’or sembrava una patetica Cassandra fino a pochi anni fa mentre ora le sue profezie sembrano quasi banali.
La scrittrice americana Cynthia Ozick ha stabilito un parallelismo tra la situazione attuale e quella degli anni Trenta: «… pensavo di essere ripiombata nel 1933. Mi sbagliavo è di nuovo il 1938». Su questa premessa ha motivato il suo accordo – sia pure per ragioni diametralmente opposte – con la decisione spagnola di annullare la Giornata della Memoria. In senso stretto il paragone di Ozick non ha senso. Non vi sono stelle gialle imposte per decreto, non vi sono leggi razziali. Non vi è antisemitismo di stato in alcun paese europeo. Tuttavia, in storia i paragoni non si fanno alla maniera del confronto tra due reazioni chimiche. La storia è il dominio dell’irripetibile. Se si accostano eventi temporalmente lontani non è per dimostrare il loro impossibile replicarsi bensì per indagare il senso delle circostanze presenti e intuire i loro possibili sbocchi sulla base di esperienze passate che presentano analogie sul piano delle intenzionalità. Sotto questo profilo il richiamo di Cynthia Ozick è pertinente perché sottolinea la gravità di una situazione in cui «l’antisemitismo è riesploso nel mondo islamico e l’Europa vi si è aggregata come un’orda di lupi». Certo, non è propriamente “l’Europa”, non è l’Europa istituzionale. Non è antisemitismo di stato, e non è neppure soltanto l’indifferenza morale di fronte a un uso della memoria che trasforma gli ebrei viventi in emblema della persecuzione. È molto di più. È una situazione descritta da scenari che traducono nei fatti la metafora di Ozick. Sono le manifestazioni in cui si bruciano bandiere di Israele, si identifica la stella di David con la svastica e si grida “ebrei assassini”. Sono manifestazioni ormai apertamente promosse e capeggiate da gruppi islamici cui si accodano estremismi autoctoni di varia estrazione che si piegano a questa egemonia. La accettano al punto di seguire la manifestazione fino a quando si conclude con la preghiera verso la Mecca, sul sagrato del Duomo di Milano o davanti al Colosseo. Chi avrebbe immaginato situazioni del genere una decina di anni fa? E, soprattutto, chi avrebbe immaginato che sarebbero state accolte da tanto silenzio?
Anni fa la Spagna fu colpita da un terribile attentato. Ne uscì piegando le ginocchia. Oggi il suo governo decide di sopprimere la Giornata della Memoria. Perché non è riuscito a tenere in piedi una giornata equivoca e ipocrita, in cui è facile usare la memoria della Shoah per dileggiare gli ebrei viventi o, nella migliore delle ipotesi, per parlare di tutto salvo che dell’antisemitismo di oggi che è, in primo luogo, antisionismo? Perché, con sciocca brutalità, non è riuscito a nascondere la realtà: ovvero che esiste in Europa un governo che non sopporta più neppure di sentir parlare degli ebrei.
Allora, a che giova far finta di niente? Dispiace dirlo in un paese che si distingue positivamente da tanti altri paesi europei, anche per le trasparenti dichiarazioni del Presidente della Repubblica in tema di antisionismo. L’unico modo di mantenere in piedi sensatamente la Giornata della Memoria è di trasformarla in una giornata in difesa della democrazia, dei diritti della persona calpestati ieri dai totalitarismi europei del Novecento e oggi dal terrorismo islamista, di tutti coloro cui quei diritti vengono negati, contro l’antisemitismo di oggi, in difesa del diritto di Israele a esistere.
Nello scenario attuale della Giornata sembra che l’unico ruolo consentito a un ebreo europeo si riduca a quello di officiante del rito della memoria. Un ebraismo che non voglia decretare il proprio ineluttabile declino non può accettare una simile riduzione. È inutile nutrire illusioni circa lo stato dell’ebraismo europeo, una frangia minoritaria dell’ebraismo mondiale che si trova di fronte al drammatico compito di capire se possieda un futuro oltre a quello di officiante della memoria. Sarebbe chiudere gli occhi di fronte alla storia non vedere che fino al 1938 l’ebraismo era soprattutto europeo, ma dopo il 1945 non lo era quasi più. Alla vigilia del dramma le due principali componenti dell’ebraismo europeo erano quella laica e largamente assimilata alla cultura dell’illuminismo democratico e quella degli ebrei orientali, perseguitati e che difendevano la loro identità dietro la “siepe della Torah” (l’osservanza rigorosa dei precetti) e nella cultura dello Shtetl. La Shoah ha distrutto totalmente la seconda componente e ha dissolto la prima. Il futuro dell’ebraismo è diventato il sionismo, Israele e la grande e pluralista comunità ebraica statunitense. Già, perché nessuna cultura può restare viva se resta chiusa in se stessa e non ha nulla da dire e trasmettere agli altri, se si riduce a monocultura. Israele è un paese multiforme in cui convive l’ortodossia e il laicismo più spinto. Altrettanto può dirsi dell’ebraismo statunitense. Per questo si tratta di comunità vive che costruiscono un futuro e mostrano con le attività pratiche, la cultura, la scienza, la letteratura, quale contributo può dare al mondo un ebraismo vivo. Di certo, di fronte a un pregiudizio antisemita ancora così diffuso, la vitalità non basterà a salvare l’ebraismo. Ma non si può sopravvivere soltanto rivendicando il diritto a un’identità chiusa e separata, basata sulla conservazione del passato. Chi sogna un ritorno alla cultura dello Shtetl e dei tempi “felici” in cui si viveva dietro la “siepe della Torah” sta preparando una morte per necrosi dei tessuti vitali. L’ebraismo europeo ha il pieno diritto di vivere in questo continente, ma deve scegliere: ritrovare una vitalità proiettata nel futuro o far fronte alla progressiva estinzione. Deve trovare la forza per trasmettere energie, valori, cultura. Deve partecipare attivamente all’opera di difesa di un continente in disfacimento morale. Tale disfacimento è misurato dal riemergere dell’antisemitismo. Vasilij Grossman nel suo “Vita e destino” ha descritto le molteplicità facce dell’antisemitismo per concludere che «l’antisemitismo è in stretta connessione con le grandi questioni della politica, dell’economia, dell’ideologia e della religione mondiali. È questo il suo tratto più nefasto. E la fiamma dei suoi roghi ha rischiarato le epoche più tremende della storia». In quel libro che, come ha detto George Steiner, «eclissa quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio», Grossman ha saputo inserire il discorso dell’antisemitismo all’interno di una profonda riflessione sulle radici comuni dei totalitarismi e per questo esso è attuale. Per questo, invece di convocare migliaia di giovani ad assistere a “eventi” inquinati di veleni, sarebbe meglio – e assai meno dispendioso – far sì che ogni scuola acquisti copie del libro di Grossman, che in ogni classe se ne leggano dei brani e li si commenti, e stimolare tutti i ragazzi a leggerlo per intero.
Triste Giornata della Memoria questa del 2009, in cui miriadi di “eventi” si affollano sovrastati dalle nubi di un’insofferenza crescente a sentir parlare di un ebraismo che non sia morto. Triste Giornata in cui viene definita un “dono di pace” la riconciliazione con un vescovo che ha negato l’esistenza delle camere a gas ed ha aggiunto che «l’antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità, ma se c’è qualche cosa di vero non è cattivo». Abbiamo molto bisogno di verità, ma non di questo genere di “verità”.
(Il Foglio 27 gennaio 2009)